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Salvo Andò: “Garantire insieme salute individuale e salute collettiva”

by Rosario Sorace

I piani della vaccinazione sono la sfida globale degli Stati che devono in poco tempo mettere in sicurezza la comunità umana minacciata dal Covid 19. Su questo versante pochi governi oggi sembrano capaci di fornire una risposta rapida all’emergenza che stiamo vivendo. Nessun paese pare essere del tutto autosufficiente, soprattutto di fronte alle modificazioni del virus. Il punto di vista di Salvo Andò, che è intervenuto più volte in questi mesi sulle questioni della cura e della prevenzione del contagio, ci sembra degno di attenzione in un momento in cui regna un comprensibile allarme sociale ovunque e la stessa scienza sembra divisa sul da farsi.

Non c’è dubbio che siamo di fronte ad una sfida difficile, a causa della pandemia che stiamo cercando di fronteggiare senza poter disporre di precedenti che in qualche modo possano fare testo per evitare errori. Abbiamo negli ultimi decenni fatto violenza alla natura e adesso paghiamo di scelte sbagliate. Siamo di fronte ad una crisi sanitaria e a una crisi economica che può durare a lungo nonostante i vaccini, ma soprattutto non sappiamo come poterci difendere da altre pandemie che nel mondo globalizzato, disordinato ed imprevedibile, potrebbero diffondersi.

La globalizzazione non dà solo nuove opportunità, ma porta anche minacce, quasi sempre imprevedibili. Insomma la nostra età è sempre più l’età dell’incertezza come aveva previsto Ulrich Beck più di trent’anni fa. Nessuno si può sentire definitivamente sicuro ma deve convivere con i rischi. Gli strumenti tradizionali volti a garantire l’incolumità fisica degli individui, ed una adeguata protezione sociale per salvaguardare la dignità umana non paiono adeguati.

Non siamo più minacciati da eserciti ostili, non siamo più minacciati dall’olocausto nucleare, non siamo neanche minacciati come dicono i sovranisti da orde di immigrati all’interno delle quali vi sono i terroristi che vengono in Europa per destabilizzare la nostra pacifica convivenza, ma siamo destabilizzati da un sistema complicato di rischi che comportano la necessità di salvaguardare la nostra salute.

Le malattie rare crescono quanto a tipologia e intensità, e con quest’espressione indichiamo le malattie del mondo senza sviluppo dovuti a dissesti climatici, idrogeologici a tutti noti. Sono rare perché non ce ne occupiamo. Si tratta di malattie che nel mondo della globalizzazione inevitabilmente circoleranno anche nei territori che conoscono uno sviluppo impetuoso. Le malattie globali paiono ineluttabili perché da troppo tempo si è dichiarata guerra alla natura, e ciò ha prodotto inevitabilmente delle società del rischio sempre più disordinate e violente, anche a causa della crescente difficoltà che le istituzioni manifestano nel governare la complessità sociale.

Prima pensavamo che la minaccia imprevedibile potesse venire solo dal nucleare, infatti di fronte alle esplosioni della centrali nucleari a Chernobyl e, poi, in Giappone si è levato un coro contro il nucleare, tanti chiedevano di chiuderle subito, e ciò in alcuni paesi è avvenuto. Ma la minaccia del virus e subdola, non ci sono difese che tengano, te ne accorgi quando già è tra di noi, ed è difficile fermarlo ordinando a tutti gli abitanti del pianeta di stare a casa, di stare a distanza l’uno dall’altro non si sa per quanto tempo.

Ma anche l’entità dei danni non è quantificabile, non si sa chi sia più esposto al rischio e chi lo è meno. Gli stessi scienziati hanno cambiato opinione spesso in questi mesi. Si spiega che non possiamo rimanere bloccati in eterno, si propongono inammissibili alternative, quindi, è meglio vivere perdendo ogni libertà o morire? Si vive insomma in un clima di insopportabile precarietà che ti distrugge abitudini, convinzioni certe, visioni di futuro.

E inevitabile che un virus come il Covid19 crei ostilità, crei confini insuperabili tra le comunità, distrugga ogni forma di promiscuità spingendo al più largo distanziamento vissuto soprattutto come rifiuto dell’altro e purtroppo non sempre c’è la certezza che i rimedi suggeriti siano i più efficaci per evitare di essere contagiati, e questo fa di ogni essere umano un potenziale portatore di minaccia da cui guardarsi.

Ma tutto ciò produce altre conseguenze, perché una approssimativa cognizione della minaccia inevitabilmente diffonde ossessioni securitarie, diffidenze, sospetti, al punto che si reclama addirittura un cambio di paradigma nel rapporto tra politica e scienza.

E la politica in questo contesto pare essere assolutamente impotente, ed è costretto a galleggiare in un indecisionismo permanente che fa crescere l’allarme sociale. E’ la scienza che può restringere gli spazi della decisione politica spiegando ciò che bisogna fare; e, in questo contesto, la discrezionalità della decisione politica scompare. Come rilevavo, cambia anche il paradigma del rapporto tra principio di libertà e il diritto alla sicurezza perché più il mondo è insicuro, più la libertà va limitata attraverso politiche di prevenzione e contrasto delle nuove minacce.

E la scienza che spiega i rischi verso cui andiamo incontro, la loro prevedibilità, il modo di fronteggiarli a regime senza aspettare che ci possano travolgere, mentre la politica prende atto di ciò, arranca faticosamente soprattutto quando gli scienziati sono tra loro divisi.

In sostanza, le nuove minacce alla sicurezza, trovano un argine nell’attività degli scienziati che conoscono le tecniche per fermare i rischi, per poterli prevenire. Si va affermando quindi una sorta di bio-potere che impone le scelte politiche, che svolge un’attività di indirizzo politico oggettivamente. Le linee della ricerca sono quelle che ci ordinano gli scienziati, che spesso non sono del tutto indipendenti, assecondano anche interessi di grandi gruppi economici, magari finanziati dallo Stato, che dovrebbero mettere poi a punto gli antidoti in grado di scongiurare e prevenire i rischi. Poi anche in questo frangente è emerso un capitalismo dal voto cinico ed una politica ad esso sottomessa.

Oggi sembra che si viva una grande guerra tra i vaccini con grandi interessi in gioco anche di carattere geopolitico.

La vicenda dei vaccini ha dimostrato come le elucubrazioni della politica tendenti ad individuare amici e nemici siano del tutto inattendibili. I politici hanno un gran bel dire che per un europeista accettare il primato scientifico di Mosca e del vaccino russo è cosa politicamente sconveniente.

La gente vuole tutelarsi e vuole il vaccino a disposizione subito, e quindi è poco interessata a sapere cosa sia politicamente conveniente . La gente vuole che qualunque vaccino che sia stato approvato dall’ente che controlla l’affidabilità di farmaci in Europa possa essere accessibile. Tutti i dubbi che non sono di carattere scientifico o medico sanitario ma sono frutto di calcolo politico in questo clima vengono travolti.

Ma anche i calcoli economici che portano i paesi a convergere e divergere tra di loro in materia di prevenzione vengono rifiutate dall’opinione pubblica che comprensibilmente vuole soltanto difendersi dal virus. Ed è chiaro che in questo clima l’avidità dei gruppi industriali, le false verità che questi diffondono finiscono con l’avere buon gioco. La gente pur di salvarsi accetta anche l’avidità dei gruppi farmaceutici.

Ecco perché occorrono nuove regole, ormai, per difendere il diritto alla salute nel mondo, e soprattutto l’Occidente deve muoversi in questa direzione assumendo linee di condotta che possano essere omogenee e che possano sconfiggere ogni forma di avidità; avidità di guadagni, avidità nazionaliste; competizione esasperata tra i gruppi farmaceutici.

In sostanza, anche di fronte alla tragedia del Covid, si è dimostrato che il pensiero utilitaristico è duro a morire nonostante la paura, l’indignazione prodotta nel corso dei mesi passati dalla vista delle colonne dei camion che portavano le bare al cimitero senza alcun congiunto che desse l’ultimo saluto.

Certo, vi sono autorità morali, in primo luogo il Papa, che da questo punto di vista cercano di tenere la barra ferma spiegando che la crescita negli ultimi due secoli non sembra avere significato un vero progresso, nel senso di un miglioramento della qualità della vita. Spesso la crescita si è accompagnata al degrado sociale. C’è da augurarsi che queste riflessioni che creano tensioni sociali e politiche, possano essere al centro della discussione pubblica anche negli anni che verranno.

Rispetto a queste drammatiche emergenze come si articola il ruolo della Stato nella nuova dimensione della lotta alla pandemia assicurando la sicurezza della comunità umana?

Insomma se le più serie minacce oggi riguardano la salute è chiaro che il nostro concetto di sicurezza comunque declinato va ripensato, perché questo tipo di minacce non scaturiscono da un nemico esterno ma interno, il virus, qualunque poi sia la fonte, più o meno remota, del contagio.

È chiaro che cambiano gli attori che suggeriscono le strategie per la sicurezza, ma non cambiano di strumenti adottati se si pensa che per procedere ad una più efficace vaccinazione di massa si stanno utilizzando quelle strutture delle forze armate che normalmente servono per la difesa militare, trattandosi di apparati competenti sul terreno della logistica, in grado di fronteggiare quasi tutte le emergenze avendo competenze tecniche notevoli nel campo anche della sanità dovendo curare grandi masse di uomini. Il fatto che Draghi ricorra all’uso dell’esercito per la vaccinazione dovrebbe farci riflettere in questo senso.

Ma dovrebbe farci riflettere anche il fatto che un tecnico come Draghi, il banchiere prigioniero degli interessi forti del potere economico, come dicono i grillini, è il più convinto sostenitore, di fronte ai rischi nuovi che riguardano la salute, di nuove forme di governance globale a livello sanitario, una governance che non sia ”a disposizione” dei grandi gruppi economici che producono farmaci, e, quindi, gestiscono di fatto la politica della salute.

La strapotere di questi gruppi è tale da condizionare in modo illimitato le scelte dei governi essendo loro che suggeriscono le politiche dei brevetti e a stabilire i confini, pressoché illimitati, entro i quali l’innovazione industriale può muoversi.

Insomma sono loro a decidere se un farmaco è utile o inutile, se è nuovo o è la replica di un farmaco già brevettato e per il quale hanno avuto utili enormi che superano ampiamente le spese delle ricerche e se quindi quel farmaco dovrebbe essere liberalizzato; questi grandi gruppi economici riescono a sottomettere le autorità che dovrebbero controllare gli indirizzi della ricerca e lo sfruttamento economico dei risultati di essa.

In sostanza il Covid 19 ci mette in contatto con un mondo di nuove minacce che inciderà sempre più sulla stessa organizzazione dei modelli di sicurezza, che possono essere messi a dura prova dalle emergenze sanitarie di carattere planetario che compromettono seriamente la crescita economica dei paesi sviluppati e rendono ancora più poveri i paesi senza sviluppo.

Una pandemia come quella che abbiamo vissuto produce tensioni e disordini al livello internazionale che sono comparabili con quelli di una guerra o addirittura che sono ancora più gravi di quelli prodotti da una guerra.

I governi e le popolazioni sono stati convinti, dai tempi del trattato di Westfalia, che la sicurezza nazionale dipendesse soltanto dalla capacità dello Stato di esercitare il monopolio della forza, una volta che sono stati dissolti gli eserciti privati governati dai signori della guerra.

Queste nuove minacce, le pandemie, le catastrofi naturali in un certo senso mettono in discussione lo stesso monopolio dell’uso della forza in capo allo stato, perché il nemico non è un aggressore in armi ma sempre più spesso sarà un virus che comporta malattie rare per cui non siamo pronti a reagire perché non siamo stati lungimiranti nel fare la ricerca sulle malattie rare, che sono le malattie del mondo senza sviluppo, perché ciò non è economicamente vantaggioso.

In questo scenario si tratta di combattere contro un nemico ignoto con armi spuntate perché l’emergenza sanitaria nasce da uno sconvolgimento di diversi fattori climatici, che pongono problemi che le tradizionali forme di protezione sociale non possono risolvere, che il modello di sicurezza militare a cui siamo abituati non può risolvere, soprattutto di fronte ad un catalogo di fonti della minaccia che nel mondo della globalizzazione è quanto mai variegato.

L’uso della forza militare è inidoneo a prevenire un contagio, ma l’esperienza di un corpo militare in grado di svolgere le funzioni più diverse con una dotazione di organici e strumenti tecnologici importanti può risultare decisiva per svolgere servizi di protezione sociale, così come lo è stato negli anni passati per garantire l’ordine pubblico.

In sostanza, la lotta al virus va organizzata come una normale guerra per il complesso delle competenze che mobilita-anche se non si spara-sul piano della messa a punto delle azioni di contrasto che richiedono molti uomini, tali da saturare il territorio nazionale per potere prevenire e contrastare le epidemie.

E’ soprattutto questa una guerra che si combatte promuovendo lo sviluppo, e quindi non usando la violenza, ma usando per esempio strumenti che siano in grado di garantire quel tanto di produzioni agricole che scongiurarono le carestie, quel tanto di assistenza sanitaria che scongiura le epidemie.

La guerra di cui si tratta è una guerra particolarmente difficile perché i fattori scatenanti riguardano tutti i territori del pianeta. Ma è altrettanto difficile perché gli stati nazionali sono deboli e non sono in grado, attraverso il tradizionale welfare, di fronteggiare fenomeni globali come quelle di cui si tratta. Basti pensare alle migrazioni di massa.

Occorre, tuttavia, combattere alcuni luoghi comuni, come quello secondo cui fenomeni come le epidemie che comportano disastri globali siano meglio fronteggiabili attraverso regimi autoritari che usano i pieni poteri, anziché i regimi democratici che sarebbero deboli per le complesse procedure che ne governano il funzionamento.

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