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Salvo Andò: “Perché sui vaccini l’Europa deve essere autosufficiente”

by Rosario Sorace

Pare che la pandemia stia cambiando il mondo. Non era pensabile che tra paesi occidentali potesse scatenarsi una concorrenza per la produzione, ma soprattutto per la commercializzazione del vaccino anti-covid. Sono state messe a dura prova alleanze e amicizie tra paesi da sempre ritenute affini per il loro modello di società, nonché per le loro tradizioni costituzionali. Si è parlato di una guerra dei vaccini che rischiava di peggiorare le relazioni già assai turbolente tra il Regno Unito e l’Unione Europea. Ecco il punto di vista di Salvo Andò, per capire a che punto siamo.

Non credo che si arrivi ad una guerra dei vaccini perché il diritto alla salute è un diritto senza frontiere. Basta pensare all’esperienza di questa pandemia per capire che il virus circola ovunque. O ci si difende tutti insieme o tutti insieme si soccombe.

Pare che stia nascendo una diplomazia dei vaccini che induce tutti i paesi a partecipare ad una cooperazione globale.
Va in questa direzione anche il messaggio che viene da Biden, che ha partecipato all’ultimo summit Europeo. Una presenza significativa che certifica in un certo senso un cambio di passo già annunciato nei rapporti tra gli Stati Uniti e l’Unione Europea di fronte alla guerra tenuta dei vaccini.

La partecipazione di Biden ha inteso dimostrare che può esistere una soluzione che sia vantaggiosa per tutti sulle forniture delle fiale necessarie per combattere il virus che ha paralizzato il mondo. L’Europa si è venuta a trovare in serie difficoltà nel portare avanti la campagna di vaccinazione, per il conflitto insorto con il Regno unito.

Il fatto che si sia mosso il presidente degli Stati Uniti, cioè di un paese notoriamente assai vicino all’UK , per appianare le incomprensioni, tra il Premier Johnson e la Commissione Europea e che si sia impegnato a fornire vaccini americani all’Ue apre nuovi scenari in materia di cooperazione tra Stati Uniti ed Europa.

In sostanza il ragionamento che ha fatto Biden è che il nazionalismo dei vaccini non funziona e che di fronte al virus non si possono chiudere le frontiere illudendosi di proteggere meglio così i propri abitanti. Non solo. Ma ogni forma di antagonismo sulla gestione dei vaccini finirebbe con il paralizzare i commerci perché nessuno viaggerebbe, commercerebbe con l’estero se appunto i commerci possono rivelarsi un veicolo di contagio. In sostanza in questo campo il nazionalismo equivale a un suicidio. E pare che questo punto di vista sia stato ormai accettato da tutti gli interlocutori più responsabili.

Non c’è il rischio di una guerra sui vaccini ?

Se l’Occidente si divide in questo campo concede un grande vantaggio alle grandi potenze antagoniste come la Russia e la Cina. Inasprire lo scontro tra l’Europa e il Regno Unito significa costringere l’Europa ad aprire alla collaborazione con Russia e Cina. Già l’Europa dipende da Mosca per il gas se si trovasse a esserlo anche per le forniture del vaccino, essendo questa l’unica alternativa possibile alla guerra dichiarata la Johnson significa un vero e proprio caos geopolitico e l’Occidente intero sarebbe davvero in difficoltà.

Di ciò si è reso conto il Presidente americano che con una sortita inattesa si è voluto collegare contestualmente con tutti i paesi dell’Unione Europea rifiutando assi privilegiati con questo o con quel singolo paese. Non pare dubbio che la sortita di Biden ha indotto a più miti pretese il premier britannico.

Se insomma Washington non intende abbandonare l’alleato europeo in un momento di così grande difficoltà non c’è dubbio che di questa posizione non può non tener conto anche il Primo Ministro inglese che è ben consapevole che oggi dopo la Brexit l’unica grande potenza che lo sostiene è proprio quella americana.

Ma l’intervento di Biden al summit europeo è stato importante anche perché è emersa con chiarezza la linea politica che sarà tenuta dagli Stati Uniti con riferimento alla competizione economica in occidente. Gli Stati Uniti non possono permettersi di fare delle guerre economiche in Occidente, né di subirle.

È la vicenda del vaccino può in questo senso inaugurare un nuovo corso nel senso che i paesi occidentali non si possono fare la guerra sul piano commerciale. Bisogna in sostanza rimuovere le macerie prodotte da Trump con le guerre dei dazi.
Il vaccino è un ottima occasione per dimostrare che il clima è cambiato nei rapporti tra Stati Uniti ed Europa, e che la ripresa di un convinto colloquio tra Washington e Bruxelles, in un certo senso, influisce anche sull’atteggiamento che Boris Johnson terrà nei confronto dell’Europa.

È importante registrare che di fronte alle difficoltà che il mondo sta affrontando vi sia una forte cooperazione soprattutto tra gli Stati democratici come quella che va predicando meritoriamente il nuovo presidente americano, auspicando una convinta intesa in questo campo tra gli stati occidentali e tra essi e le organizzazioni internazionali competenti.

Insomma il presidente americano tende la mano all’Unione Europea per mettere sotto controllo la pandemia e si impegna a far crescere la capacità produttiva di vaccini anticovid, per far sì che l’Europa e America possano marciare insieme in questa lotta contro i contagi nel contesto di un’alleanza fra le democrazie che collaborando dovranno dimostrare anche di essere più efficaci dei regimi autoritari, non limitandosi a predicare i diritti umani ma a garantirli in tutte forme possibili.

Insomma, il presidente americano si è impegnato una volta assolti gli impegni presi con i cittadini americani- somministrare 100.000.000 di vaccini nei primi 100 giorni di governo, obiettivo questo che è stato raggiunto in 58 giorni.

Biden del resto pare impegnato a lanciare una crociata per la democrazia che dovrebbe mettere insieme tutti i grandi paesi occidentali ma soprattutto i governi che hanno orientamento socialista e progressista. Il suo atteggiamento nei confronti delle autocrazie, di regimi come quello russo e cinese è di totale chiusura.

E’ decisivo per la sua politica stringere relazioni sempre più strette con l’Europa. E’ sbagliato ritenere che solo una gestione antidemocratica delle emergenze possa risultare efficace, perché l’opacità delle scelte, l’impossibilità di capire le ragioni di una crisi sanitaria, le interferenze di poteri forti che magari sono intenzionate ad aggravarla per potere consentire l’arricchimento di gruppi economici inevitabilmente aggravano la crisi sanitaria e la crisi economica, creano ulteriori diseguaglianze e patologie nell’organizzazione del potere che poi risulterebbero irreversibili.

Solo una forte cooperazione tra le grandi nazioni democratiche può favorire la vaccinazione di massa, aiutare la ricerca delle imprese al fine di produrre un numero adeguato di vaccini, consentire l’accesso ai farmaci a tutti ovunque anche ai paesi con un bassissimo tasso di sviluppo che vanno sostenuti in questo sforzo da paesi sviluppati per evitare il contagio globale.

E si tratta anche di riuscire a convivere con il virus così da consentire lo svolgimento delle attività produttive entro certi limiti per potere continuare a produrre ricchezza. Si tratta insomma di pianificare delle azioni di massa che vanno dalla produzione di vaccini alla loro distribuzione ovunque, perché il virus viaggia velocemente, e, quindi, occorrono risposte tempestive piegando i calcoli della finanza speculativa che controlla le industrie e vuole dettare la tempistica negli interventi urgenti per potere conseguire ulteriori arricchimenti.

La linea tenuta dal premier Draghi da questo punto di vista nei confronti delle aziende farmaceutiche pare essere esemplare e anche le sue esortazioni all’Europa per essere meno confusa, meno indecisa, nel trattare in ordine alla produzione di vaccini e nell’impedire che i vaccini prodotti in Europa vadano altrove pare essere la linea giusta che via via si va affermando.

Assolutamente si. Di fronte a un’emergenza così grave l’Europa deve dimostrare ai propri cittadini di essere in grado di dare certezze, di avere in sostanza strategie per affrontare la crisi assolutamente convincenti. Draghi insomma chiede che i vaccini prodotti in Europa restino nel continente e su questa linea.

Ed è giusto che l’Europa si dichiari pronta a chiudere tutte le forniture verso Londra se non si arriverà ad un accordo che permette il libero commercio dei vaccini tra le due sponde della manica. Il che metterebbe nei guai anche Boris Johnson perché una sospensione dalle forniture non gli consentirebbe di somministrare le seconde dosi.

Insomma solo un’adeguata aggressività dell’Unione Europea può portare ad un accordo politico con Londra che deve essere molto chiaro, come invece non lo sono stati i contratti firmati dalla Commissione Europea con le industrie farmaceutiche. Ma si pone in Europa un altro problema da cui dipende la credibilità dell’Ue in materia di diritto alla salute.

L’Europa deve esprimere precisi indirizzi in materia di politica della ricerca nel settore sanitario e deve esercitare un maggior controllo, cioè, più penetrante, sulle scelte compiute dalle industrie farmaceutiche, tenuto conto dell’esperienza fatta con questa pandemia, che ha fatto emergere una straordinaria capacità del virus di presentarsi in forme diverse mettendo a rischio anche le ricerche che sono state fatte e i vaccini già prodotti.

Ecco, tutto questo comporta aggiustamenti nella vita degli Stati, nell’organizzazione della ricerca, delle attività industriali, delle istituzioni che richiedono investimenti che incidono sulla stessa struttura industriale, da fare subito,considerato che la sanità costituisce ormai un tassello decisivo della sicurezza nazionale.

È questo un problema che riguarda sia il mondo sviluppato che quello sottosviluppato, sia il mondo democratico che quello dei regimi autoritari. In questo contesto bisogna ripensare l’Ue e bisogna farlo con riferimento alla tipologia di strumenti di contrasto delle pandemie che bisogna mettere a punto, tenuto conto anche della globalità della minaccia.

E’ giusto ricorrere ai militari come si è fatto in America e adesso in Italia non per fare la guerra con le armi, ma per mobilitare strutture tecnologiche ed esperienze professionali in materia di sanità militare al fine di garantire la sicurezza nazionale.

In questo contesto, cioè tenuto conto di queste necessità, come si colloca l’Europa come entità sovranazionale priva di sovranità?

L’Europa per diventare un credibile attore globale deve riuscire a coordinare l’attività degli stati, interagire con attori globali che governano territori molto estesi, attraverso una politica estera e della difesa in cui tutti gli stati membri si riconoscano.
Il problema dell’Europa è quello di riuscire a programmare le azioni necessarie per gestire le emergenze di cui si discorre.

Di fronte alla catastrofe globale un attore che vuole essere riconosciuto come globale, ciò a cui punta l’Ue, deve essere in grado di produrre vaccini per sé, ma deve anche caricarsi di una quota di aiuto da dare a livello internazionale, ai paesi senza sviluppo.

Deve quindi avere una politica industriale ma anche una capacità di programmazione e di indirizzo dell’attività di ricerca svolta dal pubblico e dell’attività affidata all’industria farmaceutica. Deve far sì che le case farmaceutiche desistano di fronte a una catastrofe globale dal porre in essere da manovre speculative.

In sostanza, e torniamo al discorso della minaccia, ci troviamo di fronte non ad altre potenze geopolitiche che ci aggrediscono, ma ad una minaccia che viene dalla circolazione del virus e ci troviamo anche di fronte a grandi potentati economici e finanziari multinazionali con cui dobbiamo fare i conti per evitare che siano essi ad imporre le loro scelte alla politica. E se questo lo dice Draghi che è un banchiere, a maggior ragione, dovrebbero dirlo gli altri attori del sistema politico.

In sostanza si pone il problema di fronte a queste emergenze di individuare un soggetto sovrano che abbia una capacità politica, ma che abbia anche una capacità di azione globale che riesca a regolare i mercati, a creare sinergie tra i diversi soggetti industriali come ha fatto Biden, mettendo d’accordo la Johnson Johnson e la Merck, grandi gruppi industriali tra loro concorrenti per consentire una illimitata disponibilità di vaccini.

L’ Europa da questo punto di vista deve non soltanto pianificare al proprio interno la distribuzione dei vaccini ma deve anche evitare che manovre speculative aggressive facciano sì che i vaccini che si producano in Europa prendano altre destinazioni, perché è più conveniente piazzarle altrove anziché in Europa.

In sostanza se gli Stati Uniti sono in grado di coordinare le attività industriali nel proprio territorio per fronteggiare la pandemia, l’Europa deve fare la stessa cosa. L’Europa non può non essere autosufficiente, non può ricorrere a questa o quell’azienda che risponda ai desiderata di vari governi, per poi trovarsi nelle condizioni in cui si è trovata stavolta con i vaccini prodotti nel continente che vengono piazzati a condizioni economiche più vantaggiose fuori dall’Europa.

In sostanza si pone un problema di sovranità europea in questo come in altri casi. L’Europa non può affidarsi a produttori americani, inglesi o svedesi che magari operano in territorio europeo ma che non riconoscono l’autorità dell’Ue perché non c’è capacità di indirizzo della politica industriale.

Si consideri che il mercato dei vaccini finora è stato poco redditizio nel contesto della politica dell’industria farmaceutica. E ‘ infatti un settore in cui anche la ricerca non ha fatto progressi che sono stati fatti in altri campi.

O l’Europa ha la forza di dotarsi di una sua politica industriale e di ricerca agendo come uno stato sovrano, o non sarà in grado di garantire il diritto alla salute dei propri cittadini, a prescindere dal fatto che sia o no uno stato formalmente sovrano.

L’Europa, di fronte alla minaccia della pandemia si trova sotto attacco da parte di grandi potenze che vogliono requisire i vaccini che si producono in Europa per portarli in altri territori. Essa deve reagire. Non si pone un problema di carattere teorico su che cosa deve intendersi per sovranità, su come si presidia la sovranità.

Ma si pone un problema politico. È sovrano chi riesce a governare lo stato d’eccezione. E’ sovrano al di là della forma di Stato, se nel suo territorio riesce esercitare competenze che sono congrue rispetto alla garanzia di sicurezza che deve dare ai propri cittadini.

E’ sovrana un’Ue che riesce a coordinare i governi nazionali e via via sottrarre ad essi quote di sovranità per poter avere una sovranità centralizzata. Non c’è dubbio che questo tipo di sovranità si può avere anche senza che ci sia lo stato federale europeo; basta una chiara assunzione di compiti che consentono lo sviluppo, la protezione sociale, la cura delle malattie sulla base anche di un’organizzazione politica che consenta di fare tutto ciò sulla base di indirizzi e valori che sono fortemente condivisi da un popolo di riferimento che non può che essere il popolo europeo.

Ma se l’Europa è divisa ai paesi mediterranei che chiedono più solidarietà e i paesi tra loro da che vogliono un Europa vale è molto difficile che si possa avere questo salto di qualità del numero della Unione Europea verso un processo di integrazione che abbia una sostanza più politica.

L’Europa in questi mesi ha compiuto scelte che incidono sulla stessa natura del processo di integrazione. Ha cercato di garantire la sicurezza dei propri cittadini nel momento forse più difficile della storia del processo di integrazione attraverso politiche della solidarietà che hanno messo in discussione il patto di stabilità nel presente, ma anche per il futuro.

Nel momento in cui i bisogni della popolazione erano ineludibili l’Europa ha fatto dei passi avanti decisivi per intensificare la solidarietà tra i popoli senza ovviamente incidere sulla specificità della loro cultura, delle loro tradizioni politiche.

Finalmente norme come quelle contenute nel Trattato sul funzionamento dell’Ue che in occasione di calamità naturale o provocate dall’uomo prevedono l’obbligo degli stati nazionali di soccorrersi vicendevolmente stanno diventando operative.
In sostanza gli stati europei che hanno sottoscritto un debito di solidarietà.

Se vi sono degli stati che resistono o addirittura disconoscono i principi fondamentali del trattato di ciò bisogna tenere conto, attivando meccanismi sanzionatori.

I valori su cui si regge l’Unione Europea non possono essere a geometria variabile. Chi ritiene di poter dare questa interpretazione oggettivamente si colloca ai margini del processo di integrazione o addirittura si colloca fuori di esso. Una volta superata quest’emergenza bisogna riconoscere che nei fatti l’Europa ha sottoscritto con i suoi cittadini in un nuovo patto sociale che comporta dei vincoli di comunità a prescindere dalle forme in cui verrà a precisarsi l’identità europea e l’architettura istituzionale dell’Unione. Tutto ciò dovrà essere oggetto di un nuovo trattato, ma sin da ora si può dire che la direzione di marcia è stata tracciata nei mesi scorsi ed essa non pare che possa essere oggetto di un negoziato al ribasso. Insomma indietro non si torna.

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