Home In evidenza Craxi, il Raphael e la fine della politica. Il figlio: “Dopo le monetine attendeva le pallottole”

Craxi, il Raphael e la fine della politica. Il figlio: “Dopo le monetine attendeva le pallottole”

by Redazione

Di Gianmarco Aimi

Redatto da: https://mowmag.com ora

Il libro di Filippo Facci riapre un capitolo spartiacque della politica italiana. Ne abbiamo discusso con Bobo Craxi, figlio del leader socialista che visse dall’interno quei drammatici momenti: “Considero quel gesto squadrismo politico” ha premesso. Per poi indicare chi, secondo lui, sono stati i “mandanti morali” visto che “non ci fu nessuno spontaneismo da parte della gente”. Ma soprattutto, a suo dire, “fu un elemento simbolico che però non rigenerò la politica, ma la confinò in una lunga ed eterna transizione”

“Bettino Craxi. L’ultimo giorno della Repubblica e la fine della politica”. Basterebbe il titolo per rendere il nuovo saggio di Filippo Facci degno di nota, perché infatti in queste 224 pagine appena uscite per Marsilio viene spiegata molto di più della cronaca dettagliata del 30 aprile del 1993, quando il politico più influente degli anni ’80 venne contestato da una folla all’uscita dell’hotel Raphael, sua residenza romana, in protesta contro la decisione del Parlamento di negare quattro delle sei autorizzazioni a procedere per corruzione e ricettazione che la magistratura aveva richiesto contro di lui. Dopo dieci mesi a seguire le vicende dell’inchiesta Tangentopoli, ormai parte degli italiani lo consideravano il simbolo del malcostume e della corruzione diffusa in tutto il paese.

Per comprendere meglio quanto descritto dal giornalista, allora cronista sul campo, ci siamo affidati a chi ha vissuto ancor più da vicino quei drammatici momenti. Ci riferiamo a Bobo Craxi, figlio dell’allora leader socialista.

Il 30 aprile ricorrono i 28 anni da quel 30 aprile 1993. A lei cosa evoca quel giorno?

Lo squadrismo politico. Ci fu una convergenza di fascisti e comunisti che diedero vita a una gazzarra di stampo squadristico. Era la prima volta che succedeva nel mondo democratico che venisse aggredito un uomo politico sotto la sua abitazione.

Nel libro viene fatto notare un particolare: Bettino Craxi decise di uscire dall’ingresso principale e non, come avrebbe potuto, da quello secondario. Questione di orgoglio?

La definirei una scelta di libertà. In quel momento andava reso esplicito cosa già stava avvenendo da mesi. Cioè che presto o tardi le aggressioni verbali si sarebbero trasformate in intimidazione fisica. Il passo successivo era un atto terroristico. Dopo le monetine si attendevano le pallottole. Quello era il clima politico alimentato dai magistrati milanesi.

Come fu possibile arrivare a quel momento, senza che si prendessero delle precauzioni?

Perché le forze politiche estreme, eredi di culture totalitarie, si accodarono a quel clima. I mandanti morali, bisogna dirlo, cioè i veri responsabili furono gli allora segretari del Pds e dell’Msi. Non ci fu nessuno spontaneismo da parte della gente. Non c’era il popolo. Poi si può sempre ricamare sul lavacro popolare che abbatte il potente, ma si trattava di una esigua minoranza di stampo squadristico che colpiva un uomo politico caduto nella polvere. Per cui, qualificabile ancor di più come un gesto vigliacco. Va poi sottolineato il senso democratico dei compagni che erano convenuti in quella piazza e che facevano servizio d’ordine del sindacato, che avrebbero potuto scatenare una rissa, cosa che non fecero. Diciamo che gli squadristi vennero risparmiati quella sera.

Il libro di Facci ricostruisce dettagliatamente quel giorno ora pe rora, arrivando alla conclusione che in quelle monetine lanciate a suo padre si nasconda la fine della politica.

Di un periodo politico della storia del nostro paese certamente. Ma la politica non finisce mai, su questo sarei meno tranchant. Sicuramente fu un elemento simbolico, che però non rigenerò la politica, ma la confinò in una lunga ed eterna transizione, per dirla con le parole di Chico Buarque.

Ultimamente, nel commentare il blocco del vitalizio a Ottaviano Del Turco – ex presidente della regione Abruzzo – lei ha parlato di “persecuzione nei confronti dei socialisti”. Dopo tanti anni, pensa che essere socialista in Italia sia ancora uno stigma?

Diciamo che c’è un pregiudizio anti-socialista che permane. Che non si declina solo nella vicenda odiosa di Del Turco, fortunatamente risolta. Ma è un pregiudizio che ha generato negli anni il tentativo, peraltro riuscito, di emarginarci dalla politica italiana. D’altronde, il permetterci di fare politica in modo attivo riqualificherebbe il loro fallimento. Cioè di chi si è mosso su certe posizioni e poi ha dovuto nascondersi, camuffarsi, mutare pelle. Sono i mutanti della seconda e terza repubblica che hanno dovuto cambiare opinione, posizione, schieramento. Ne è seguita una stagione di trasformismo, che non ha rigenerato né la sinistra né la politica italiana. In fondo non si sono mai fatti i conti con quella storia.

Come mai?

L’anomalia italiana è che vivevamo in un Paese nel quale esisteva il più rande partito comunista dell’Occidente, una contraddizione che ha finito per danneggiare la sinistra italiana che non ha fatto i conti con la propria esperienza, la propria tradizione e la contiguità verso il sistema totalitario sovietico. Di questo bisogna rendersene conto e prenderne atto. Fortunatamente, le nuove generazioni hanno tutto il tempo e la possibilità di farlo, perché scevre  da un rapporto con quanto avvenuto nella storia che hanno ormai alle spalle.

Eppure, a parte l’Italia, in Europa e nel mondo esistono partiti socialisti in buona salute e in alcuni casi sono anche al governo.

La socialdemocrazia, intesa come movimento, dottrina sociale, esperienza politica, ha subito il trauma del passaggio epocale. Dalla fase del capitalismo che poteva essere temperato dalle politiche socialdemocratiche allo sviluppo di un liberismo senza freni. La globalizzazione ha impresso un rallentamento, un affievolimento nella capacità dei socialdemocratici di spiegare la propria forza. E così, alcune istanze sono venute meno. La stessa presenza dello stato nelle economie si è fatta più fragile. Ci sono esperienze che sopravvivono perché più giovani, come quella spagnola e portoghese perché provengono dalla cupa stagione dei totalitarismi, dal franchismo al regime di Salazar. Ma se osserviamo la socialdemocrazia tedesca e il socialismo francese, cioè nelle più grandi nazioni europee, siamo in presenza di una vera e propria crisi.

E in Italia?

È stata sostituita da accenti e miasmi populistici, oppure come in Germania con la più fragile e compatibile politica dei Verdi, che hanno una lunga tradizione. In Italia non c’è un modello. L’unico della sinistra in questi anni ha preso le mosse dall’esperienza anglosassone, perché il Partito Democratico è una “cosa” americana.

L’ultima volta che si è sentito parlare di Psi è stato quando si è utilizzato il simbolo per permettere la creazione del gruppo al Senato di Italia Viva. Una circostanza che lei, da quanto ho letto, non ha apprezzato. Come mai?

Non è stato un giudizio sul fatto in sé, che per me è solo tecnico. Di Italia Viva ci sono cose che mi piacciono e altre meno. Non sopporto l’arroganza dei professorini della Leopolda, però mi piace come si battono alcune figure. Come Maria Elena Boschi per l’emancipazione femminile, o Giachetti per la sua “tensione democratica”, la definirei così. Sono però allergico al fatto che ci sia qualcuno che occupa il tuo spazio e poi finisce per sottrarti sovranità. Penso che i socialisti siano stati obbligati, per sopravvivere, a cedere la propria sovranità. Mi rendo conto che a volte avvenga per l’obbligo legato alla struttura dei sistemi elettorali con sbarramenti molto alti. Detto questo, è una formazione di minoranza in cui non mi rispecchio. Non posso apprezzare che la mia sopravvivenza dipenda da altri e quindi diventi subalterna.

Di Matteo Renzi che giudizio ha? In questi mesi è tornato al centro delle cronache per il suo rapporto con Mohammed bin Salman e il Governo saudita.

Sono stato un oppositore di Matteo Renzi quando era primo ministro. Sia sul referendum che su alcune sue politiche che non mi piacevano, in particolare rispetto al suo pessimo rapporto con i sindacati e il mondo del lavoro. Ma ho avviato un rapporto con Renzi quando era nella polvere, non quando era al potere. Verso di lui, per così dire, oggi il mio giudizio è variegato. Ha molti pregi e a volte dei difetti che sono devastanti. Però non intendo unirmi al coro dei detrattori. Non mi accodo alla polemica verso Ultimamente, ho preferito apprezzarlo nella transizione dal governo Conte a quello Draghi.

«Se in Cina sono tutti socialisti a chi rubano?». È la storica battuta di Beppe Grillo su Bettino Craxi durante Fantastico 7 del 1986. Allora suo padre era presidente del Consiglio. Oggi Grillo è contestato da più parti per il video in cui tenta di difendere il figlio accusato di stupro. Lei come lo vive, come una sorta di legge del contrappasso?

Non associo quello che avvenne 40 anni fa a quello che avviene oggi. Non provo quindi nessuna soddisfazione. Certo, spesso la nemesi mi pare che sia uno degli elementi ricorrenti nel Movimento 5 Stelle, perché a furia di cambiare pelle e mutare la loro natura vanno incontro a contraddizioni che rischiano di renderli non credibili agli occhi dell’opinione pubblica. Sul fatto specifico del video, la penso come tanti: che sia stato un errore, che le cose che abbiamo sentito non fanno piacere a nessuno e che ha fatto un danno anche a sé stesso. Beppe Grillo mi pare un uomo politico al capolinea. Anzi, sta già in deposito…

Tornando a Bettino Craxi, dopo quel 30 aprile del 1993 e tutto quel che ne seguì, dall’esilio ad Hammamet alla morte lontano dall’Italia, da chi è stato più deluso?

Di certo, chi nel partito socialista si mise all’opposizione in quel frangente commise un errore politico di prospettiva. Infatti, molti di coloro che assunsero posizioni di ostilità hanno avuto modo di ravvedersi. Ma gli errori fanno parte delle possibilità di un uomo politico. Dal punto di vista umano, considero quello che è avvenuto alla stregua di una guerra. E in guerra non puoi chiedere il coraggio a chi non riesce a darselo, specie se considerava quella battaglia non propria. Ma non aver capito che sulla difesa di Craxi si basava anche la propria difesa è stato un errore che hanno commesso in molti.

In questa particolare fase politica, quali dei progetti di Bettino Craxi sarebbe ancora attuale?

La pandemia ha scoperchiato i limiti, le arretratezze e i vincoli di un sistema istituzionale logorato e imperfetto. Dalla materia democratica stessa al rapporto tra Stato e Europa, tra Stato e Regioni, tra Regioni e Comuni in assenza di Province. E abbiamo capito che il populismo non è l’antidoto delle democrazie. Questa situazione ci ha dimostrato, quindi, la necessità che si debba porre mano a riforme di carattere istituzionale. Che sono, dal mio punto di vista, un elemento decisivo nelle società Occidentali moderne che vogliono mantenere alto il profilo democratico e garantire un robusto grado di efficienza nella celerità delle decisioni. Tutto questo era costitutivo del nuovo corso socialista, che avvertì prima di altri che si andava verso una società profondamente diversa. C’era già allora la necessità di svecchiare la classe politica, di un maggiore dinamismo, di avere una capacità di governare i processi e non di subirli. Oggi siamo ancora lì, al punto di partenza.

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