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9 maggio 1978: Moro viene assassinato dall’ipocrisia della politica italiana

by Freelance

Di Eugenio Magnoli

Il 9 maggio 1978, il corpo dell’ex primo ministro italiano Aldo Moro viene trovato, crivellato dai proiettili, nel retro di un’auto nel centro storico di Roma. Venne rapito dai terroristi delle Br il 16 marzo dopo una sanguinosa sparatoria nei pressi della sua casa di periferia. Il governo italiano ha rifiutato di negoziare con il gruppo di estrema sinistra, che, dopo numerose minacce, ha giustiziato Moro il 9 maggio. Moro era stato per cinque volte primo ministro italiano ed era considerato un front-runner per la presidenza italiana alle future elezioni.

Aldo Moro era considerato da molti uno dei più capaci politici italiani del secondo dopoguerra. Leader centrista del Partito Democratico Cristiano, ha servito cinque volte come primo ministro negli anni ’60 e ’70 e ha promosso la cooperazione tra i diversi partiti politici italiani. Quando formò il suo primo governo nel 1963, incluse anche i socialisti, che ritornarono così al governo dopo 16 anni d’assenza. Moro è stato primo ministro per l’ultima volta nel 1976 e nell’ottobre 1976 è diventato presidente della Democrazia Cristiana.

L’11 marzo 1978, ha contribuito a porre fine a una crisi di governo quando ha elaborato una coalizione parlamentare tra il Partito Comunista e la Democrazia Cristiana dominante. Solo cinque giorni dopo, l’auto di Aldo Moro venne attaccata da una dozzina di terroristi armati delle Brigate Rosse. Le sue cinque guardie furono uccise e Moro fu rapito e portato in un luogo segreto. Il 18 marzo, la Brigata Rossa ha emesso un comunicato rivendicando la responsabilità del rapimento e affermando che Moro sarebbe stato sottoposto a un “processo popolare”.

La Brigata Rossa, fondata nel 1970 dall’italiano Renato Curcio, Margherita Cagol e Alberto Franceschini impiegò attentati, omicidi, rapimenti e rapine in banca come mezzo per promuovere la rivoluzione comunista in Italia. Il Partito Comunista Italiano, che ha sostenuto la democrazia e ha partecipato al Parlamento, ha condannato i terroristi delle Br, e le Brigate accusavano, a loro volta, il Partito Comunista di essere una pedina della borghesia. Renato Curcio e altri 12 membri delle Brigate Rosse erano sotto processo a Torino quando Moro è stato rapito e il procedimento giudiziario è stato interrotto solo brevemente dopo il suo rapimento.

Dopo l’arresto di Curcio, a prendere le redini dell’organizzazione fu Mario Moretti, conosciuto da tutti come “Maurizio”, si trasferì per lunghi periodi a Roma insieme a Franco Bonisoli “Luigi” e Maria Carla Brioschi “Monica” per organizzare una nuova colonna brigatista e sviluppare la lotta armata nella capitale per il cosiddetto “attacco al cuore dello stato”. Grazie soprattutto alla sua capacità organizzativa e alla sua fredda efficienza, si riuscì a costituire la nuova colonna approntando appartamenti, basi logistiche ed una stamperia; nuovi e capaci militanti come Valerio Morucci, Adriana Faranda, Bruno Seghetti, Barbara Balzerani furono inseriti nell’organizzazione.

Agguato di via Fani il mattino del 16 marzo 1978. Mario Moretti guidava la Fiat 128 con targa CD che bloccò le auto di Aldo Moro e della scorta.

Raggiunto a Roma alla fine del 1977 da Prospero Gallinari, evaso dal carcere di Treviso, Moretti ebbe un ruolo decisivo nella progettazione della cosiddetta “campagna di primavera”, culminata nell’agguato di via Fani e nel sequestro di Aldo Moro, il presidente della Democrazia Cristiana. Sui motivi della scelta dell’obiettivo, alcuni autori hanno evidenziato come il progetto brigatista, pianificato principalmente da Moretti, fosse oggettivamente funzionale ad impedire il concretizzarsi di un accordo di governo tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista Italiano come auspicato da Aldo Moro e quindi hanno ventilato la possibilità che il dirigente delle Brigate Rosse avesse agito in questo senso su indicazioni esterne occulte.

Questa interpretazione è stata respinta da Moretti e dagli altri brigatisti coinvolti nel sequestro. Secondo loro l’operazione venne pianificata nel corso di mesi dando poca importanza agli sviluppi contingenti della situazione politica; l’obiettivo sarebbe stato soprattutto quello di colpire il “partito-stato”, la DC, di sconvolgere le istituzioni e di “incendiare” i movimenti di estrema sinistra. Peccato che la loro visione distorta gli portò ad ottenere un effetto contrario, portando i brigatisti sotto l’occhio del ciclone e chi fino ad allora si era battuto solo per essere ascoltato stava per essere messo a tacere per sempre.

Aldo Moro sarebbe stato scelto per la sua statura di uomo politico, per la sua lunga militanza nelle istituzioni e per la sua funzione simbolica del potere democristiano.

Il 16 marzo 1978 in via Fani, Mario Moretti era alla guida della Fiat 128 familiare bianca targata CD (corpo diplomatico); egli riuscì ad inserirsi davanti alle macchine e bloccò il convoglio delle auto di Moro, dando modo ai brigatisti del nucleo di fuoco di annientare la scorta dell’uomo politico. Dopo lo scontro a fuoco, Moretti trasferì, insieme a Raffaele Fiore e a Bruno Seghetti, Aldo Moro su una Fiat 132 e poi su un furgone che guidò fino al parcheggio sotterraneo dei Colli Portuensi. Dopo un ultimo trasbordo, Moretti trasportò il sequestrato fino all’appartamento di via Montalcini 8 dove sarebbe rimasto per tutti i 55 giorni del rapimento.

Mario Moretti coordinò tutte le fasi del sequestro Moro, scrisse personalmente i comunicati brigatisti ed elaborò, in collaborazione con gli altri membri del Comitato Esecutivo, la strategia politica del rapimento; egli ha riferito nelle sue memorie che si instaurò un rapporto di comprensione reciproca tra lui ed il sequestrato e che Moro, pur non collaborando pienamente e non fornendo informazioni di grande rilievo, fu libero sostanzialmente di scrivere le sue lettere e di condurre personalmente con disperata tenacia la lotta politica con gli esponenti dei partiti della Repubblica, e in particolare con la Democrazia Cristiana, per favorire la trattativa e la sua salvezza.

l 18 aprile 1978 venne scoperta casualmente dalle forze dell’ordine per una perdita di acqua la base di via Gradoli, ma Moretti non era in casa, essendosi recato al nord per una riunione del Comitato Esecutivo, mentre anche la Balzerani era assente. Gli inquirenti quindi non ottennero risultati decisivi anche se identificarono l'”ingegner Mario Borghi” con Mario Moretti. Le circostanze della scoperta della base sono apparse dubbie per molti anni e accese polemiche si sono prolungare nel tempo; Moretti e gli altri brigatisti hanno sempre escluso misteri o interferenze esterne riguardo l’appartamento di via Gradoli.

Nella fase finale del sequestro, Moretti apparve deluso per i risultati raggiunti e sorpreso, come gli altri militanti dell’organizzazione, dalla dimostrazione di fermezza dello Stato. Pur approvando le decisioni finali degli altri componenti del Comitato Esecutivo di uccidere l’ostaggio in mancanza di una reale trattativa e del raggiungimento di obiettivi politici, apparve cosciente del fallimento complessivo dell’operazione e cercò fino all’ultimo di evitare la conclusione cruenta.

Il 30 aprile 1978 effettuò personalmente di propria iniziativa da una cabina telefonica della Stazione Termini una drammatica telefonata alla moglie di Aldo Moro per sollecitare un intervento “immediato e chiarificatore” della Democrazia Cristiana che permettesse di trovare una via d’uscita accettabile per le Brigate Rosse senza uccidere il sequestrato.

Il 3 maggio infine Moretti decise di procedere all’esecuzione dell’ostaggio; nel corso di una vivace discussione, egli respinse, sostenuto da Seghetti e Balzerani, le obiezioni e le critiche di Morucci e Faranda che erano favorevoli a rinviare ancora e rilasciare l’uomo politico. Pressato anche dagli altri componenti del Comitato Esecutivo che lo invitavano a procedere secondo le indicazioni stabilite dopo aver consultato l’intera organizzazione, Moretti decise di procedere all’esecuzione. Secondo quanto raccontò dopo il 1993, si incaricò personalmente di eseguire la sentenza di morte recandosi in via Montalcini la mattina del 9 maggio 1978.

Dopo aver trasferito Aldo Moro nel garage sotterraneo dell’appartamento ed averlo fatto sistemare nel bagagliaio di una Renault 4 rossa, egli – secondo quanto da lui dichiarato ma non accertato in sede processuale – uccise l’uomo politico con nove colpi di pistola Walther PPK e di mitraglietta Vz 61 Skorpion.

Dopo l’omicidio, Moretti e Maccari condussero la Renault 4 con il corpo di Moro fino in via Caetani, appoggiati nell’ultimo tratto di strada da Morucci e Seghetti a bordo di una Simca; giunti sul posto, i due brigatisti abbandonarono l’auto e si allontanarono; dopo alcune ore Valerio Morucci comunicò telefonicamente ad un amico della famiglia dell’uomo politico il luogo dove sarebbe stato possibile recuperare il corpo.

Il governo italiano rifiutò di negoziare con i rapitori, sostenendo che un’azione del genere avrebbe minato lo Stato e avrebbe gettato l’Italia nel caos. Alcuni critici hanno accusato la Democrazia Cristiana di aver ceduto alle pressioni del Partito Comunista, i cui dirigenti erano ancora più fortemente contrari al dialogo con le Brigate Rosse. La polizia e l’esercito hanno arrestato centinaia di sospetti terroristi e hanno setacciato il paese alla ricerca della “prigione popolare” dove era detenuto Moro, ma non sono riusciti a trovare indizi concreti.

Il 7 maggio, Moro inviò una lettera di addio alla sua adorata moglie, dicendo: “Mi hanno detto che mi uccideranno tra poco, ti bacio per l’ultima volta”. Due giorni dopo, il suo corpo è stato ritrovato in via Caetani, a 300 metri dalla sede della Democrazia Cristiana e a 200 metri dalla sede del Partito Comunista.

Secondo un desiderio espresso da Moro durante il suo rapimento, nessun politico italiano è stato invitato al suo funerale. Durante il decennio successivo, molti leader e membri delle Brigate Rosse furono arrestati e l’organizzazione fu notevolmente indebolita.

Un omicidio che scuote le fondamenta del sistema e che, ancora oggi, a distanza di 43 anni, lascia ancora notevoli dubbi e misteri, nonostante le varie testimonianze. Come è possibile che lo Stato italiano abbia gestito così male l’intera operazione? In molte ricostruzioni pare che lo Stato fosse a conoscenza dell’ubicazione del leader della Dc, ma come mai non ci furono tentativi di recuperi da parte delle forze dell’ordine?

Moro, rappresentava un pericolo all’estero, faceva da collante all’intera struttura politica italiana, cosa che non veniva vista di buon occhio dagli altri Paesi, i quali speravano in una situazione di scissione e caos. Infatti, in molti sostengono che dietro il rapimento fossero coinvolte forze straniere, ma questo, non ci è dato sapere purtroppo e quell’omicidio rimarrà negli annales come una macchia indelebile della nostra storia. Poiché da allora, l’intero tessuto politico e sociale si strappò, e, l’Italia, iniziò, a poco a poco, a finire sempre di più in un oblio dal quale ancora oggi si fa fatica ad uscire.

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