Ci siamo, non lo davamo per scontato ma era alquanto prevedibile. Ciò che è accaduto lo scorso 6 gennaio a Capitol Hill durante la certificazione ufficiale di Joe Biden a 46° presidente degli Stati Uniti d’America è un fatto che non dimenticheremo presto e anzi, troverà ricordo nei libri di storia, quantomeno americani.
Nonostante la contrarietà del presidente eletto, temendo un rallentamento dei lavori al Congresso che in questo periodo non ci si può proprio permettere e dopo il secco no da parte del Vice Mike Pence al quale gli era stato chiesto di chiamare in causa il 25esimo emendamento per la rimozione immediata del presidente per inadeguatezza al ruolo, la Camera ha comunque deciso di votare per avviare la procedura di impeachment nei confronti del presidente uscente Donald Trump. Il risultato è stato 232 voti a favore, di cui 10 di parte repubblicana, e 197 contrari. Motivazione: “incitamento all’insurrezione”.
È la prima volta nella storia degli Stati Uniti d’America che un presidente viene messo sotto impeachment per ben due volte durante il proprio mandato (la prima nel 2020 quando Trump fu accusato di aver fatto pressioni verso il presidente ucraino affinché potesse aprire un’indagine contro Joe Biden). È bene però dire che l’impeachment non deve essere visto come un processo dai risvolti legali e giudiziari bensì è più legato a ragioni politiche, mi spiego meglio, il processo che si aprirà al Senato (serviranno i 2/3 per approvare la rimozione, al contrario della Camera dove serviva la semplice maggioranza) non porterà a multe o al carcere per Trump, (al massimo le questioni giudiziarie si muoveranno separatamente e per iniziativa delle autorità giudiziarie una volta cessato il ruolo) ma servirà solo a rimuoverlo dal proprio incarico. Questo è l’obiettivo dell’impeachment. Anche il già presidente Bill Clinton fu messo in stato d’accusa per ragioni che non concorrevano e non riguardavano la giustizia o l’ambito legale ma semplicemente perché mentì al paese per una sua relazione extraconiugale. Tra l’altro, se il Senato confermerà l’impeachment, Trump potrebbe essere interdetto dai pubblici uffici, così come richiesto dai Dem, oltre alle pene accessorie come la privazione del vitalizio che spetta agli ex presidenti o l’impossibilità di ricandidarsi alle presidenziali nel 2024. Mossa strategica, dunque.
Ma ci sono diversi punti che devono essere presi in considerazione a partire dai numeri. Al Senato, se da una parte la partita risulta più complessa perché i Repubblicani controllano 50 seggi contro i 48 dei Democratici (ci sono in realtà i due neo senatori democratici eletti in Georgia ma devono ancora insediarsi), dall’altra è vero che in questo anno il consenso di Trump è sceso e molti dei senatori repubblicani potrebbero votare a favore dell’impeachment. Ora, qui si aprono gli interrogativi giudiziari e politici. Non abbiamo ancora la conferma ufficiale ma proprio in questi giorni la risoluzione di messa in stato di accusa dovrebbe essere trasmessa al Senato. In realtà non c’è ancora neanche la certezza di quando comincerà questo “processo” nella Camera Alta. Il leader repubblicano al Senato Mitch McConnell ha fissato la ripresa dei lavori per il 19 gennaio, ovvero il giorno prima dell’insediamento di Joe Biden ma pare non ci sia ancora una sua conferma sul da farsi.
Pare inoltre che McConnell non abbia ancora deciso se indirizzare il suo voto verso l’impeachment o no. Un voto, quello del leader dei repubblicani al Senato, che se favorevole potrebbe portare dalla sua parte una bella fetta di altri membri e raggiungere così quei 2/3 (66 voti) necessari per rimuovere Trump. In una nota resa pubblica il leader repubblicano ha affermato che “Non ho ancora preso la mia decisione definitiva sul mio voto, ho intenzione di ascoltare gli argomenti giuridici quando saranno presentati al Senato” anche se in privato sembra abbia detto di propendere per l’impeachment, non fosse altro per aiutare il partito a voltare pagina. C’è poi da prendere in considerazione il fatto che dalle ore 12:00 del 20 gennaio sarà il senatore democratico Chuck Schumer a diventare il leader della maggioranza e sarà quindi lui a dettare i tempi.
Ed è proprio il tempo un altro di quei fattori determinanti perché se davvero il “processo” si aprirà dopo il 20 gennaio, quando di fatto il presidente uscente Trump diventerà un semplice cittadino americano, la procedura di impeachment teoricamente non si potrebbe attuare perché la messa in stato di accusa è indirizzata solo a uomini e donne che ricoprono incarichi istituzionali quali presidenti, ministri… e non a semplici cittadini.
Come andrà a finire dunque? la neo confermata leader democratica alla Camera Nancy Pelosi potrà gioire per aver raggiunto finalmente il suo obiettivo oppure riceverà un’altra amara sconfitta come nel primo impeachment? E Joe Biden? Quale sarà la sua prossima mossa per oltrepassare l’ostacolo (della serie: “Ve l’avevo detto di lasciar stare”) e guidare così il paese più potente del mondo?
