Di Guglielmo Brighi
Avventura umana e mito insieme. Eroe dei Due Mondi. E di tutte le epoche. Sprofondato in un secolo agitato e complicato. Un “unicum” per il ricercatore Andrea Possieri che, con il suo “Garibaldi” (edito da “Il Mulino” nella bella collana “L’identità italiana”), analizza l’uomo e il personaggio del grande ligure.
Fortuna o autentico valore? Certamente entrambi. Certo la gloria è alimentata anche dai suoi detrattori, in primo luogo dai cattolici e dai papisti più intransigenti. Possieri ci ricorda che la leggenda garibaldina è scaturita dalla costruzione dal culto dell’eroe romantico. Infatti è l’Ottocento che crea Napoleone. Lo stesso secolo crea Garibaldi.
Il nizzardo probabilmente lo capisce subito e utilizza il mito Bonaparte per ottimizzare e sostenere il proprio. In un mondo già cambiato essenzialmente tecnologicamente e scientificamente rispetto alla parabola napoleonica: una editoria più mirata e più industriale ma soprattutto l’avvento decisivo della fotografia.
Garibaldi è infatti il depositario dell’iconografia risorgimentale. L’ammiraglio intrepido, il dux a cavallo, il generale impavido. Lo storico lo definisce simbolo “anfibio”. Svezzato militarmente in un continente extraeuropeo, di ritorno dal Sudamerica, è già la rappresentazione visiva e accattivante della celebrità: poncho, fazzoletto e camicia rossa.
È consapevole e forse tronfio del proprio fascino e della propria tecnica militare. Tecnica “gauchos”, tecnica rapida, basata su diversioni sempre nuove e sorprendenti. Sa di essere il perno di una rivoluzione italiana che si muove dentro un movimento europeo di ricomposizione di forze sociali e politiche.
E qui ritorna a riaffacciarsi il fantasma napoleonico, la “soggezione” che Garibaldi ebbe per tutta la vita verso il grande corso. Il nizzardo è certamente il vincitore morale di un Risorgimento “tradito” da una disinvolta conquista sabauda che nemmeno l’abile Garibaldi poté contrastare.
Anzi, come sappiamo, Vittorio Emanuele II e Cavour usarono l’Eroe dei Due Mondi per i loro fini strategici e personali. Ma Garibaldi, senza il genio del primo ministro piemontese e senza la caparbietà del Re, non sarebbe diventato il grande condottiero che la tradizione ci consegna.
Non fu mai un politico nel senso stretto del termine. Come emerge dalla ricerca di Possieri, troppo condizionato e condizionabile. Secondo un giudizio di un volontario inglese, politicamente rimase “bambino”. Certo un bambino importante. Ma soprattutto un bambino che ha avuto un grande merito: quello di aver dato vigore e speranza a un popolo intero!
