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Salvo Andò: “L’ambiguità della Lega di Salvini, partito di lotta e di governo”

by Rosario Sorace

Il semestre bianco a giudizio di molti doveva essere caratterizzato da una diffusa tendenza alla instabilità politica. Ma non pare che il governo stia correndo gravi rischi a causa del nervosismo dei parlamentari che, una volta scongiurate le elezioni, subito, si sentono liberi di far ballare la maggioranza per ottenere qualcosa. Anzi si avverte un crescente senso di responsabilità anche in un partito come la Lega, che ama proporsi come partito di lotta e di governo, all’interno del quale cresce l’area di coloro che non condividono le sparate di Salvini, interessato a fare propaganda e basta, mentre si identificano in modo sempre più convinto con la linea della governabilità di alto profilo espressa da Mario Draghi.

Draghi si muove in linea con l’indirizzo di governo su cui si è impegnato in sede di dichiarazioni programmatiche. Si tratta di una linea che rende in termini di consenso sia nel paese sia nei rapporti con la comunità internazionale.

Salvo Andò, esperto di questioni istituzionali, ha scritto nei giorni scorsi che il Paese non si fa incantare dai partiti che vogliono assumere il ruolo di “partito di lotta e di governo”, perché vuole che i problemi siano risolti e non semplicemente raccontati e che soprattutto in un momento in cui la ripresa sta avendo un sorprendente andamento ogni strumentale dissociazione costituisce una minaccia all’interesse nazionale. Gli chiediamo se questo atteggiamento a suo giudizio è destinato a durare.

Mi pare proprio di si. In tutta Europa va emergendo un atteggiamento dell’opinione pubblica di sostegno ai governi, anche da parte di partiti di opposizione che rifuggono dai facili compromessi.

In Italia, invece, pare che esista una, non estesa, sacca di resistenti che in fondo pratica la politica del tanto peggio tanto meglio. C’è da chiedersi soprattutto di fronte alle diatribe che scuotono il centrodestra perché mai in Italia non riesce ad emergere un normale partito di destra.

Non si riesce a capire soprattutto, perché la Lega di Salvini anziché assumere la fisionomia di un partito di destra in grado di guadagnarsi una certa rispettabilità in Europa scivoli sempre più verso l’estrema destra, addirittura sdoganando miti e culture politiche, che l’avvento della Repubblica aveva cancellato.

La Lega, la cui natura è stata stravolta da Salvini, non è soltanto un partito post ideologico ma un partito sempre più ostile alle tradizioni costituzionali del nostro Paese, alla sua storia repubblicana.

Essa non sarà mai un normale partito di destra perché si va diffondendo in quel partito l’idea che i rischi prodotti dall’età dell’incertezza richiedano meno democrazia, minori garanzie costituzionali, una ostentata capacità di intimidazione da parte di chi ha il potere, meno stato laico e la restaurazione di una fede bigotta, reazionaria, faccendiera – quindi insofferente verso Papa Francesco, fatta di rosari esibiti in piazza e di diritti dei più deboli negati quotidianamente. Insomma, un paese non compassionevole e brutale verso chi non ha le gambe per camminare da solo.

Sembrava che Salvini volesse assumere un profilo meno antieuropeista.

Si tratta di un atteggiamento ondivago. L’Italia si riconosce nell’europeista Draghi, all’estero nei sovranisti più rozzi, radicali nel loro antieuropeismo.

La collocazione che il leader leghista si è scelta a livello internazionale pregiudicherebbe l’interesse nazionale nel caso di una vittoria del centrodestra con Salvini Premier.

La destra dei moderati in Europa, per intenderci quella che si identifica con il partito popolare, guarda sempre più all’estrema destra come al male assoluto da contrastare con ogni mezzo.

Si tratta, infatti, di una destra che diffonde ossessioni securitarie, crea disordine, alimenta tensioni sociali. La spinta propulsiva dell’estrema destra che sembrava impetuosa in Europa fino a qualche anno addietro si sta esaurendo non perché contrastata efficacemente dei partiti di sinistra, ma perché rifiutata dai partiti moderati, che evitano ogni forma di dialogo, meno che mai la collaborazione politica, con un destra che assume connotati esplicitamente eversivi.

Ma anche la sinistra non gode di buona salute, anzi, appare in difficoltà di fronte a questa destra che cerca di rappresentare tutti gli interessi sociali.

E vero. Non è la sinistra, spesso divisa ed incerta, che sta fermando in Europa l’estrema destra, ma sono i moderati come la Merkel, Macron, Rutte – e in Italia Draghi che pure Salvini dice di volere fino in fondo sostenere nell’interesse del paese – che da tempo hanno adottato la strategia dell’isolamento nei confronti della destra estrema.

Non pare più realistica in Europa l’ipotesi di un governo di centro destra che si renda autosufficiente grazie al soccorso dato dall’estrema destra. Ove esistono problemi di governabilità la soluzione più gradita all’opinione pubblica pare essere quella delle coalizioni larghe o larghissime.

A che serve allora il fascio-leghismo di Salvini?

Forse si tratta solo di un paravento ideologico attraverso cui occultare le contraddizioni di un movimento in difficoltà, perché alle prese con trame politiche poco chiare, con una periferia (soprattutto al sud) in cui risultano sempre più labili i confini che separano politica e criminalità organizzata, con traffici gestiti da uomini del partito, fedelissimi al Capo, che intrattengono relazioni imbarazzanti con paesi stranieri disposti a finanziare la Lega, non si capisce bene per ottenere in cambio che cosa (il caso Savoini ritenuto da Salvini un intoccabile è in questo senso esemplare).

O forse il fascio-leghismo serve a nascondere la difficoltà di spiegare alla gente come la Lega possa stare contemporaneamente al governo e giurare fedeltà al centro destra, essere sodale di Orban e governare con Draghi, rischiando di diventare un partito governista senza identità.

Una spiegazione c’è. Vista l’aggressiva concorrenza sulla destra della Meloni, condividere le posizioni assunte da una destra nostalgica, giustificazionista, forse può rappresentare un correttivo all’immagine di un partito leghista che si presenta come partito antisistema, con un leader che ama però, presentarsi alla gente come paladino della politica portata avanti da Mario Draghi.

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