Home Attualità Salvo Andò: “Ingiustificato il timore sul rientro nel Pd di D’Alema e degli esponenti di Art.1”

Salvo Andò: “Ingiustificato il timore sul rientro nel Pd di D’Alema e degli esponenti di Art.1”

by Rosario Sorace

Si discute nel Pd del possibile rientro di Massimo D’Alema e della pattuglia di politici dell’art.1 che hanno lasciato i dem in aperta frattura con l’allora segretario Matteo Renzi.

Gli stessi hanno sempre marcato le differenze con il renzismo manifestando posizioni più a sinistra del Pd e hanno ritenuto l’attuale capo di Italia Viva troppo schierato su posizioni moderate. Abbiamo chiesto a Salvo Andò cosa ne pensa.

Il possibile rientro di Massimo D’Alema, insieme a quelli di Articolo 1, nel Pd sta producendo, comprensibilmente, tra i democratici vivaci discussioni.

Molti temono, con un Pd troppo spostato a sinistra, un ritorno al passato, una riedizione della cd ditta diessina. D’Alema, leader intelligente e carismatico, potrebbe risultare ingombrante in un partito dove non ci sono più grandi capi, e quindi destabilizzare i rapporti di forza tra le varie correnti interne, oggetto di sapienti dosaggi.

Lo stesso D’Alema, del resto, con le feroci battute fatte sul Pd di Renzi, non fa nulla per essere accolto come chi torna a casa per dare una mano.

Ma questo è nella natura del personaggio, che pare ignorare che nel Pd vi sia una parte significativa di dirigenti e militanti che ha condiviso con convinzione l’esperienza del renzismo.

Insomma, D’Alema potrebbe contare, una volta rientrato nel Pd, sull’appoggio di una parte del partito che ancora manifesta nostalgia verso il partito controllato da un forte apparato, di cui D’Alema è stato a lungo punto di riferimento, e disincanto verso un partito che esprime una vocazione centrista.

Pensi che questo probabile rientro possa compromettere la collocazione e le alleanze nel centro sinistra?

Questa diffidenza verso gli scissionisti che potrebbero rientrare dopo il fallimento dell’esperienza di Articolo1, tuttavia, non si addice ad un Pd che pare impegnato a rilanciare il centro sinistra costruendo un ”campo largo”.

Non si può proporre un’alleanza aperta, che dovrebbe rinnovare la politica e, poi, temere una discussione pubblica su come realizzarla, tenendo conto delle diverse sensibilità esistenti nella sinistra, soprattutto sul tema della questione sociale.

Se attraverso i rientri si realizza un fecondo confronto delle idee, ciò, non può che fare bene al Pd di Letta che punta sulla partecipazione di militanti ed elettori assai motivati e non sul reclutamento di capi elettori che organizzano transumanze da una parte all’altra dello schieramento politico.

L’errore più grande del Pd è stato quello di preoccuparsi troppo in questi anni della pacifica convivenza delle diverse famiglie interne, che costituiscono la struttura portante del partito, anziché promuovere la discussione pubblica, in un mondo in cui il rapporto tra politica e società ha subito radicali trasformazioni.

Quindi a tuo avviso vi sarà un apporto positivo nel rafforzamento dell’identità politica del Pd?

Pare, insomma, del tutto ingiustificato l’atteggiamento di chi teme il rientro nel Pd di personalità e movimenti che si battono per un riformismo forte, in grado di ridistribuire potere e ricchezza in una società afflitta da sempre più pesanti diseguaglianze.

La verità è che non si vuole pregiudicare il rapporto che il partito cerca di stabilire con l’elettorato moderato, in vista della ricostituzione di un mitico centro.

Si tratta,  però, di un calcolo sbagliato. Allo stato, infatti, il centro destra tiene; e i centristi che sono ospitati all’interno di esso paiono sempre meno rilevanti, anche perché guidati da capi tra loro in forte competizione per conquistare potere e visibilità.

Il partito dei riformisti deve essere l’alternativa ad un centro destra che in questi anni ha alimentato la protesta fine a se stessa.

Se i centristi dovessero emanciparsi, rifiutando l’alleanza con l’estrema destra, potrebbero far parte di un’articolata alleanza progressista, senza porre però veti verso chi durante la stagione renziana se ne è andato dal Pd.

E’ auspicabile, quindi, un franco confronto all’interno dell’area progressista, sul modo come realizzare un’alleanza elettorale che coinvolga l’area liberaldemocratica e senza essere paralizzati dal timore di perdere il centro che verrebbe regalato, come tanti paventano, alla destra se il Pd si spostasse troppo a sinistra.

La legge elettorale allo Stato favorisce un assetto bipolare. E, con essa, bisogna fare i conti. Obbiettivo del Pd non può che essere quello di fare rete con tutte le forze che vogliono radicali cambiamenti, per fare emergere un popolo di riferimento la cui identità scaturisce dai valori in cui si riconosce e non dagli occasionali interlocutori con cui di volta si associa per mettere insieme una maggioranza di governo.

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