Home Estero RESTERÀ PREMIER FINO ALLA NOMINA DEL SUCCESSORE, MA LA RIVOLTA CONTRO DI LUI È BIPARTISAN: “VIA SUBITO”

RESTERÀ PREMIER FINO ALLA NOMINA DEL SUCCESSORE, MA LA RIVOLTA CONTRO DI LUI È BIPARTISAN: “VIA SUBITO”

by Calogero Jonathan Amato

Alla fine si è dimesso. Travolto dagli scandali, il Partygate e l’affaire Chris Pincher, e dopo l’emorragia di ministri e decine di alte cariche di governo, Boris Johnson ha capitolato e in un discorso pronunciato davanti al 10 di Downing Street ha annunciato le sue dimissioni da leader dei Tory. Resterà in carica come primo ministro fino alla scelta di un successore, che rileverà la guida del partito conservatore e la premiership. La data dovrebbe essere quella dello svolgimento della Conferenza annuale Tory nel mese di ottobre. Ma tre mesi sono lunghi e in molti vogliono vederlo fuori da Downing Street il prima possibile. Come il leader laburista Starmer che ha minacciato: “vada via immediatamente, o lo sfiduciamo in Parlamento”. Ma gli appelli per la nomina di un facente funzione si moltiplicano anche tra i Conservatori: Kwasi Kwarteng, ministro per gli affari economici, ha sottolineato che “abbiamo bisogno di un nuovo leader il prima possibile, qualcuno che possa ricostruire fiducia, dare sollievo al paese e costruire un nuovo, sensibile e coerente approccio economico per aiutare le famiglie”. Ed è dello stesso parere Ruth Davidson, ex leader conservatrice in Scozia: “Non c’è modo che possa restare fino a ottobre – ha detto a Sky News – Qualcuno dovrebbe fermarlo”.

“Lascio, ma non avrei voluto farlo. È il miglior lavoro del mondo, ma nessuno è indispensabile” ha detto nel suo discorso di addio, in cui non ha risparmiato stilettate al veleno ai colleghi di partito. “A Westminster l’istinto del branco è potente, E quando il gregge si muove – ha detto Johnson – si uniscono tutti: il nostro sistema darwiniano riuscirà a trovare un nuovo leader a cui darò tutto il mio sostegno”. Fino alle prime ore della mattina del 7 luglio, Johnson si era mostrato perfino ostile a qualsiasi ipotesi di dimissioni, silurando un fedelissimo come Michael Gove, colpevole di averlo invitato indirettamente alle dimissioni con dichiarazioni ai media. Poi, la svolta. Il momento decisivo – secondo la stampa britannica – sarebbe avvenuto durante un colloquio con la regina Elisabetta II, tornata a Windsor da Sandringham dove si trovava per qualche giorno di vacanza, proprio per seguire la crisi di governo. La sovrana 96enne si sarebbe rifiutata di dissolvere il parlamento su richiesta del premier, evitando di annunciare, quindi, le elezioni anticipate su cui Johnson puntava. A quel punto, non restava che cedere alle pressioni. Ma ora la sua decisione di rimanere in carica fino all’autunno, quando verrà scelto il nuovo leader, sembra non piacere all’opposizione. E l’interregno di tre mesi (fino ad ottobre) è giudicato insostenibile anche da alcuni esponenti del suo stesso partito che punterebbero ad una sua sostituzione immediata anche a Downing Street.

Mentre le campo dei Conservatori si affilavano i coltelli, nel paese reale, patria dei bookmaker, il totonomi per la successione a Johnson neanche a dirlo, impazzava già da settimane. La triade dorata – secondo una rilevazione di YouGov tra i deputati conservatori – è composta dal ministro della Difesa Ben Wallace, la ministra per le Politiche commerciali Penny Mordaunt e Rishi Sunak, il cancelliere dello Scacchiere le cui dimissioni, ieri, avevano lasciato presagire che la fine di Johnson fosse ormai vicina. Ma tra i papabili figurano anche Nadhim Zahawi, l’appena nominato Cancelliere dello Scacchiere la ministra degli Esteri Liz Truss, il Procuratore generale di sua Maestà, Suella Braverman, la ministra dell’Interno Priti Patel e Sajid Javid, fino all’altro ieri ministro della Salute. Braverman, che è stata una convinta sostenitrice della Brexit, ha già annunciato in televisione la sua intenzione di presentarsi per la guida dei Tory. L’altro esponente del partito che ha reso noto che correrà per la leadership è Steve Baker, che ha ammesso però che “sarà difficile vincere”.

Oltremanica l’Europa osserva con sottile compiacimento quella che qualcuno ha ironicamente definito ‘Borexit’. Per anni, dal referendum sulla Brexit del 2016 in poi, le trattative e i contatti tra Londra e Bruxelles sono stati costanti e complessi. Ma dall’arrivo di Boris Johnson a Downing Street i funzionari europei si sono ritrovati proiettati in un incubo. Il Regno Unito non ha rispettato quanto aveva sottoscritto, minacciando ad ogni piè sospinto di abbandonare il tavolo. Il governo di Londra ha preteso di riscrivere il Protocollo nord Irlandese e l’accordo di recesso, mandando in frantumi la reputazione del paese come partner ‘affidabile’. Relazioni e discussioni bilaterali sono state caratterizzate da tensioni vaghezza, ritardi, bugie e provocazioni. Ma ‘Schadenfreude’ a parte a Bruxelles sarà bene ricordare che la sua caduta “ha avuto ben poco a che fare con il suo approccio alla Brexit – ha detto un diplomatico europeo al Guardian – e però è molto difficile vedere come le cose potessero andare peggio di come erano con Boris Johnson. La fiducia è stata erosa quasi al punto da essere inesistente”. Oggi a Bruxelles, la sua caduta fa notizia, ma nessuno è sicuro che sia un bene o un male. Una cosa è certa. Al di qua della Manica Boris Johnson non sarà rimpianto.

 

 

 

 

 

 

 

 

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