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DIETROFRONT DI ORBAN SULLE ONG

by Calogero Jonathan

La partita in corso tra l’Unione europea e l’Ungheria di Viktor Orban sullo stato di diritto è uno scontro tattico, un gioco di equilibrismi diplomatici che spesso somiglia a una guerra di posizione. L’ultima mossa si è giocata sullo scacchiere del diritto comunitario e, apparentemente, ha segnato un punto a favore della Ue.

In quella che potrebbe sembrare una concessione allo stato di diritto, il parlamento magiaro ha abolito una legge varata nel 2017 – e fortemente voluta dal premier – che di fatto metteva le Ong operanti nel paese sotto il controllo diretto del governo, una legge che il 19 giugno 2020 la Corte di Giustizia europea aveva bocciato perché «restrizione discriminatoria e ingiustificata» al diritto comunitario della libera circolazione dei capitali e al rispetto della vita privata, della protezione dei dati personali e della libertà di associazione.

La «Lex Ngo» faceva parte del controverso pacchetto di «Leggi anti-Soros» e imponeva alle Ong attive sul territorio ungherese di denunciare e rendere pubblici tutti i dati personali dei loro donatori stranieri se i loro contributi annuali superavano i 500.000 fiorini (circa 1.380 euro).

La comunità internazionale e l’opposizione ungherese avevano sostenuto che la legge servisse solo a reprimere ulteriormente il dissenso, soprattutto quello sulla rigida politica migratoria di Orban – puntello del suo consenso interno e grimaldello per la sua rilevanza in Europa – che mal digerisce le attività di organizzazioni come Amnesty International, Greenpeace e il Comitato di Helsinki per i diritti umani.

Secondo la legge le Ong dovevano inoltre dichiarare sui loro siti web e in tutti i materiali di stampa di essere organizzazioni finanziate dall’estero, una formula che evoca il marchio di «agente straniero» imposto dal Cremlino a partire dal 2012 a tutte le Ong attive in Russia per scongiurare ingerenze negli affari nazionali.

Il governo del sovranista Orban aveva spiegato che l’obiettivo era solo ottenere «trasparenza», un atto dovuto per evitare che «le Ong tentassero di esercitare pressioni politiche con il sostegno di potenze straniere», in un piano di difesa dell’Ungheria, parole di Orban, dall’«imperialismo liberale» dell’Occidente.

Nella stessa seduta l’Assemblea nazionale di Budapest ha emendato anche un’altra controversa legge dello stesso pacchetto, quella sull’istruzione, scritta con lo scopo – raggiunto – di cacciare da Budapest la Central European University, fondata e finanziata dal milionario statunitense George Soros, che è stata costretta a spostare le sue attività da Budapest a Vienna. Orban aveva fatto approvare una norma che obbligava tutte le università straniere attive in Ungheria ad avere una «reale attività» nei rispettivi paesi d’origine. Solo la Ceu non aveva potuto presentare queste credenziali.

Questa è la terza volta in poco più di un anno che le leggi ungheresi sono state giudicate contrarie al diritto europeo. Lo scorso maggio sempre la Corte di Giustizia aveva condannato la politica migratoria di Orban, un mese dopo è stata la volta della legge anti-Ong, a ottobre è stata condannata quella sull’istruzione superiore.

Ma è la prima volta che, con il voto dell’Assemblea costituente, l’Ungheria pare cedere alle richieste dell’Europa sullo stato di diritto. Tuttavia, pensare che il premier magiaro abbia impresso un cambio di rotta alla sua «democrazia illiberale», definizione che lo stesso Orban usò in un discorso nel 2014 per chiarire le caratteristiche che avrebbe avuto il suo paese, sarebbe un errore.

La Corte Ue ha costretto Orban a rallentare il passo. Rallentare il passo, non invertire la direzione: nessuno in Ungheria si illude che il premier abbia rinunciato al suo «piano di controllo» e, infatti, la Corte dei Conti ungherese, guidata da un ex politico di Fidesz, il partito di Orban, sarà incaricata di riferire al governo sull’attività e i fondi di tutte le organizzazioni in cui i bilanci superano i 50 mila euro l’anno, ad eccezione di quelle nazionali, sportive e religiose.

E mentre il premier ribadisce ancora una volta la centralità economica e la diversità culturale dell’Ungheria, denunciando le discriminazioni del gruppo Visegrad in seno alla Ue, la marcia per trasformare «l’asse franco-tedesco dell’Unione» in una geometria del potere a tre che includa i V4, è tutt’altro che rallentata.

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