Home Approfondimenti Carmelo Battaglia: L’assessore del Psi che non si arrese ai voleri mafiosi

Carmelo Battaglia: L’assessore del Psi che non si arrese ai voleri mafiosi

by Rosario Sorace

La mattanza dei dirigenti del movimento contadino trucidati dalla mafia si dispiegò dal dopoguerra fino a metà degli Anni ‘60, tra questi, un omicidio atroce e terribile da ricordare, è stato quello dell’assessore socialista Carmelo Battaglia ucciso a 43 anni a Tusa il 24 marzo del 1966.

La maggior parte dei delitti di mafia si consumò nelle zona del feudo della provincia di Palermo, nell’area di Corleone e di Partinico e poi anche nelle Madonie.

Quasi tutti furono delitti commessi dalla mafia legata agli agrari e collusa con la politica, fu una strage di dirigenti del movimento sindacale, sicuramente coperta da ambienti dei servizi segreti interni e stranieri che avevano interesse a mantenere un assetto geopolitico con precisi equilibri nel Mediterraneo e in Italia.

Il delitto di Carmelo Battaglia avvenne a Tusa (Messina), dove il dirigente socialista svolgeva l’attività di assessore al patrimonio della giunta di sinistra che in quel momento amministrava il comune.

La Commissione parlamentare antimafia, insediata qualche anno prima, indagò a lungo sull’esistenza di organizzazioni mafiose anche in una zona ritenuta, fino ad allora, immune da questa forma di criminalità organizzata.

E così, proprio nella cosiddetta provincia “babba” di Messina, affiorarono pericolose cosche mafiose proprio in una area cerniera che confinava con le province di Palermo ed Enna, e che comprendeva buona parte della catena dei monti Nebrodi.

Infatti, in questo territorio si verificarono l’esplosione di gravi reati tipici del dominio mafioso della “vecchia mafia” quali estorsioni, abigeati, danneggiamenti ed attentati.

Dal 1956 al 1966 si registrarono ben 12 omicidi nel territorio compreso tra i comuni di Mistretta, Tusa, Pettineo e Castel di Lucio, che venne denominato per tale escalation criminale come il “triangolo della morte”.

Nel corso degli anni era cresciuta in modo virulento la “mafia dei pascoli” che scatenò una guerra intestina per assicurarsi il pieno controllo dell’economia locale legata alla pastorizia e all’agricoltura che derivava dall’attività di allevamento dei Nebrodi.

E’ in questa dimensione che va inquadrato l’assassinio di Carmelo Battaglia, il quale ebbe il merito di opporsi a questa lunga scia di sangue e violenze. Infatti, proprio in qualità di sindacalista, sacrificò la sua vita per garantire la legalità in un illegale “ordine costituito”, promuovendo a Tusa un movimento organizzato di contadini e pastori per la difesa della legalità e dei diritti dei contadini.

Carmelo Battaglia era stato anche tra i soci fondatori della cooperativa agricola “Risveglio Alesino” di Tusa, costituitasi nel 1945 che partecipò attivamente alle lotte per la terra e vent’anni dopo appunto nel 1965, i soci di questa cooperativa e quelli della cooperativa “S. Placido” di Castel di Lucio, associandosi furono in grado di acquistare il feudo “Foieri” di proprietà della baronessa Lipari, che aveva un’estensione del latifondo di 270 ettari.

Tuttavia, i soci si scontrarono duramente con il gabelloto Giuseppe Russo, ex vice-sindaco Dc di Sant’Agata di Militello, e col suo sovrastante Biagio Amata, i quali di fatto gestivano quel feudo e che non intendevano assolutamente abbandonare quel latifondo.

I due pretendevano che fosse ceduta una parte del feudo in modo da fare pascolare i propri animali. In tale contesto torbido di pesanti contrasti che intercorsero tra la cooperativa “Risveglio Alesino” con questi due personaggi maturò il delitto Battaglia.

L’assessore socialista era un fiero e orgoglioso difensore dei diritti dei contadini e non temeva le minacce e le intimidazioni mafiose.

Un uomo intransigente e puro che non scendeva a compromessi, per questo la mafia decise di ucciderlo in quel giorno di marzo mentre si recava sul feudo “Foieri”.

Le modalità dell’omicidio furono un monito, un segnale preciso per chi intendeva ostacolare gli interessi mafiosi e difatti i sicari non si limitarono a sparargli addosso ma indirizzarono un chiaro messaggio mafioso con quella esecuzione a tutti coloro che intendevano resistere ai voleri di Cosa Nostra.

Infatti sistemarono il corpo del sindacalista in posizione accovacciata con le mani dietro la schiena e la faccia appoggiata su di una grossa pietra ad indicare la vile prepotenza mafiosa nel sottomettere un uomo che in vita non si arrese mai.

La lotta per la giustizia sociale e il riscatto dei contadini è stata costellata da atroci fatti di sangue e delitti mai scoperti anzi quasi sempre “coperti”.

Potrebbe interessarti

Lascia un commento