Home CHI SONO I SOCIALISTI Genova 130º PSI: Ricordo di Bettino

Genova 130º PSI: Ricordo di Bettino

by Bobo Craxi

Sul sepolcro fuori le mura di Hammamet in Tunisia dove é sepolto un’iscrizione recita “La mia libertà equivale alla mia vita”.

Tutta la sua vita politica ha ruotato attorno al valore della libertà, libertà ed emancipazione dai bisogni, libertà per i popoli oppressi, e lotta per il Socialismo nella Libertà; opposto alla visione cupa del Socialismo Reale.

Sono fraternamente grato per il privilegio che mi concedete di ricordare la figura di mio padre Bettino in occasione del 130º della Nascita del Partito.

Lo farò brevemente con il distacco necessario che si richiede ed al tempo stesso con il senso di devozione che un dirigente politico ed un figlio nutrono verso la figura di Bettino Craxi; egli ha vissuto una vita nel Partito e per il Partito; ne é stato la guida dal 1976 al 1993; tanto si è detto e tanto si è scritto essendo stato uno dei leader socialisti più longevi ed al tempo stesso una delle figure politiche più controverse della Storia della Repubblica e del dopoguerra.

Tante cose della Storia, a ormai trent’anni dalla fine di quel periodo hanno preso una luce diversa, tante verità sono tornate a galla e la capacità critica di valutare un periodo così complesso della storia ha raggiunto oramai anche settori della società italiana che sono stati a lungo avversari e critici del periodo del Rinnovamento Socialista a cui egli ha legato maggiormente la sua figura.

Ho parlato della Libertà perché tutta la sua parabola esistenziale é legata indissolubilmente alla temperie storica e culturale nel quale la libertà scarseggiava.

Respirò fin da bambino l’ansia di libertà che anelava nelle minoranze politiche ed intellettuali che sopravvissero in Patria durante il regime fascista.

Il nonno era un avvocato siciliano trapiantato a Milano, buon amico di La Pira, e nel suo studio si riunivano clandestinamente i Socialisti che in seguito diedero vita al Comitato di Liberazione dell’Alta Italia, da lì partì la staffetta con la bandiera rossa alla volta della fabbrica dell’ansaldo ove ebbe inizio l’insurrezione del 25 Aprile del 1945, a capo di quella staffetta Sandro Pertini.

Non senza civetteria, Riccardo Lombardi ricordava di aver tenuto quasi in braccio il giovane Bettino che come tutti gli adolescenti dell’epoca partecipava attivamente alla insurrezione così come potevano all’epoca i ragazzi di strada.

La passione politica ma anche la tensione della guerra civile delle fucilazioni delle deportazioni né segnarono per sempre il suo carattere.

Fu irrequieto com’erano i ragazzi dell’epoca, fu ribelle ed irregolare come lo erano e lo sono i Socialisti.

Pietro Nenni fu la sua guida politica che non abbandonò mai neanche nei momenti di dissenso; fu con Nenni giovane membro del Comitato Centrale di Venezia del 1957, giusto un anno dopo la fuoriuscita dall’errore capitale commesso nel 1948 dallo stesso Nenni, che scelse la strada dell’occidente dopo che i carri armati russi schiacciarono l’insurrezione ungherese.

Fu un autonomista milanese, nella federazione di Filippo Turati nella quale si è sempre respirata l’aria del riformismo opposta alle degenerazioni che Craxi definiva infantiliste del massimalismo parolaio di una certa sinistra che chiamava “gli esageratori”.

Si avvicinò a Giacomo Mancini, il leader cosentino, nenniano anch’egli incarnava lo spirito di autonomia dei socialisti dal comunismo italiano e tentò di affrancarli nell’esperienza del primo centro sinistra naufragato per l’inquietudine di molti settori del Partito e per l’incapacità del Centrosinistra di raccogliere quell’ansia di cambiamento e rinnovamento che l’ondata del sessantotto e della protesta sindacale e giovanile aveva portato nel paese.

Visse una lunga stagione di minoranza assieme a Pietro Nenni, una corrente ultra minoritaria del Partito si era riunita attorno al vecchio leader senza grande seguito nelle masse popolari e nello stesso PSI.

Non lo abbandonò nella scissione coi socialdemocratici dopo l’insuccesso della cosiddetta bicicletta. Assieme ai più giovani dirigenti maturò una sete di riscossa non credendo nella prospettiva di una sinistra italiana guidata dal Partito Comunista che era diventato una grande realtà politica nazionale sorretto alle spalle da una solida alleanza internazionale intermittente con l’Unione Sovietica.

Fu in quel frangente che mio padre si dedicò per conto del Partito ad una intensa attività internazionale che negli anni successivi seppe far fruttare per il carattere solido delle relazioni che riuscì a tessere nei quattro continenti.

A fianco della resistenza Cilena, dei dissidenti cecoslovacchi ed ungheresi, degli esuli greci spagnoli e portoghesi. Nel mondo arabo ma anche stringendo amicizia con i laburisti israeliani e con Yitzhak Rabin di cui fu molto amico.

Assieme a François Mitterand, Willy Brandt, Olaf Palme mise le basi per la costruzione di una futura solida alleanza socialista e democratica in Europa, quella che successivamente divenne il Partito del Socialismo Europeo.

Fu nel rinnovamento politico interno ed internazionale che la sua segreteria cercò di liberare dall’angoscia della sparizione il glorioso partito socialista che nel ‘76 rischiava l’estinzione per mancanza di ossigeno politico, chiusa come era dal bipolarismo italiano lo spazio politico. “Primum Vivere” ripeteva.

Un gruppo dirigente giovane e dinamico, spinse per un forte impulso e per la revisione ideologica e politica del Partito, una definitiva ed inedita unità interna costituirono per i Socialisti la piattaforma indispensabile per lanciare una doppia sfida al conservatorismo democristiano sul terreno della modernità e del cambiamento istituzionale ed al PCI nella sinistra italiana per un riequilibrio dei rapporti di forza ed una sfida ideologica per riaffermare la superiorità e l’idoneità dei valori e dei principi del Socialismo Democratico e Liberale di fronte alla caduca parabola del Comunismo Internazionale destinato da lì a poco ad un declino irreversibile.

Penso che il resto sia storia nota; il protagonismo socialista apre la breccia per la Presidenza della Repubblica Socialista.

La svolta umanitaria del partito durante il caso Moro apre anche spazi nella sinistra democratica in particolare giovanile perché si affermassero i diritti della persona di fronte alla tetragona visione della linea della cosiddetta “fermezza”.

Le campagne sui diritti civili offrirono lo spazio necessario ai partiti laici per la prima volta a Palazzo Chigi e successivamente ponendo il tema della Presidenza del Consiglio Socialista come fatto necessario per generare l’alternanza democratica dopo quarant’anni di egemonia democristiana.

Una enorme messe di realizzazioni ed intuizioni furono il tratto del rinnovamento socialista iniziato al Midas, rimando per questo alla lettura del bel libro di Mauro del Bue.

La Presidenza del Consiglio Fu l’occasione per dispiegare le idee di fondo che erano alla base del programma di rinnovamento socialista.

Non tutto fu possibile portare a compimento, la collaborazione-competizione con la Democrazia Cristiana e la strenua opposizione comunista puntavano a frenare la capacità espansiva del Partito Socialista.

Ma il lascito delle realizzazioni e delle intuizioni per il cambiamento del paese resta immenso. L’impulso per il cambiamento e per preparare il paese verso le sfide dell’innovazione e della modernità che poneva il nuovo secolo fu fondamentale.

L’interpretazione degli anni del cosiddetto Craxismo troppo spesso ha lasciato spazio ad una visione caricaturale delle cose.
E la sua stessa azione personale rivisitata secondo una versione di comodo che cerca di piegare la Storia nella sua contestualità ad una lettura odierna completamente fallace.

Fu un grande assertore dei diritti dei popoli e degli uomini; si batté per una pace giusta fra Israele e Palestina; sostenne sempre le lotte per l’indipendenza e la liberazione dei regimi autoritari di destra o comunistoidi che fossero.

Era leale con l’alleato americano, ma la lealtà che si deve ad un amico e ad un alleato che non poteva essere scambiato per servilismo.

Doveva parlare di fronte al Congresso Americano; aveva inserito nel testo del discorso un chiaro esplicito riferimento ad un impegno occidentale per il ritorno della democrazia in Cile attraverso libere elezioni.

La mattina la segreteria di Stato aveva fatto pressione sui nostri diplomatici affinché togliesse questo riferimento così esplicito e duro di condanna verso il regime di Pinochet.

Mi ricordo che di rimando contrariato chiese al Segretario Generale della Farnesina, che avevo introdotto nella sua stanza mentre stava in mutande, di riferire al Segretario di Stato Shultz che -al Primo Ministro Italiano “non gli passava neanche per l’anticamera del cervello” di togliere quelle frasi e che anzi: “Un grande paese democratico aveva il dovere di seguirlo sulla stessa strada”.

Da lì a poco io Cile attraverso il plebiscito ritrovò la strada della libertà e della democrazia dopo la parentesi autoritaria di Pinochet.

Se prendiamo la vicenda conclamata di Sigonella oggi viene invocata come esempio fulgido di anti-americanismo; quella fu innanzitutto una clamorosa “gaffe” americana; ricordo che senza la scelta dell’installazione dei missili dell’alleanza atlantica per contrastare quelli sovietici mai si sarebbe avviato il processo di distensione che condusse al fallimento del sistema comunista a Mosca, schiantato dalla penuria economica e dal deficit democratico di cui erano segnate le realtà legate dal Patto di Varsavia.

Fu un europeista e poi successivamente un euro-critico. Ma fu decisivo l’impulso europeista del Governo da lui presieduto, con il Consiglio Europeo di Milano che fu una vera svolta politica a favore dell’integrazione e della definitiva preparazione dell’atto di Unione Europea.

Probabilmente la prospettiva di Maastricht diede una spallata decisiva al sistema politico italiano: la preoccupazione americana di una emancipazione europea troppo accentuata, la voglia nella grande industria e nella grande finanza alle prese con una nuova sfida globale di emanciparsi a loro volta da un sistema politico fondato su una rappresentanza democratica forte, decisiva ed anche pervasiva nella vita del paese, ed un sistema dei partiti che era arrivato stanco e logoro all’appuntamento con la Storia.

Anche il PSI arrivò logorato; una troppa consuetudine al potere unita ad un crescente culto della personalità cui lui non fece nulla per arrestare.

La questione istituzionale e democratica che fu posta con grande energia ma che non trovò un suo sbocco per la comune propensione conservatrice dei due grandi blocchi politici democristiano e comunista.

Il rapporto con la Sinistra separatasi a Livorno fu complesso; ma si equivoca chi ha pensato che non avesse ricercato le strade possibili del chiarimento e dell’Unità.

Per paradossale che possa apparire affrontò la svolta del 1989 con una scelta frontista, ed unitaria. Quando crollavano i muri la prospettiva d’avvenire dell’Unità Socialista fu l’obiettivo della sua politica, pur mantenendo fede al dovere della governabilità mantenne fede all’impegno con il giovane gruppo dirigente del PCI nel pieno del loro travaglio affinché non si precipitassero le elezioni e si definisse un percorso comune per un approdo comune al governo.

Il blocco dei ragazzi di Berlinguer non intendevano concedere a Craxi il vantaggio di aver vinto la partita storica su di loro; furono paradossalmente i comunisti più anziani, di ispirazione togliattiana, con i quali ritrovava una sintonia ed una convergenza (Pajetta, Bufalini, Chiaromonte e lo stesso Emanuele Macaluso, mentre conservò un rapporto fecondo con l’area migliorista del Partito guidata da Napolitano che non ebbe il coraggio di contrastare L’ottusa posizione dei centristi né ebbe il coraggio, salvo la parentesi milanese del ‘91 di affrontare una scissione politica).

Eppure verso lo stesso Berlinguer non ebbe mai asprezze personali, lo conosceva da giovane, così come rispettava il travaglio di chi vedeva fallire il proprio mondo ideale dinnanzi alle dure prove della Storia, aveva intuito la necessità di cambiamento della società italiana il PCI di Berlinguer, ma il PSI del Midas apparve più idoneo per affrontare le sfide della modernità; e la Sinistra storica perdette il suo appuntamento.

Craxi non aveva il complesso di inferiorità verso i comunisti, ed i compagni lo percepivano anche come una occasione di riscatto. Ma questo veniva scambiato per prepotenza o arroganza.

Ci trovammo, e non per caso a S.Siro, in occasione di un derby: mi sedetti, alla mia destra c’era mio padre e a sinistra Enrico Berlinguer.

Ad un certo punto il primo gli si rivolse dicendo: “Enrico ti devo parlare- so che Cervetti e Tognoli hanno approntato una stanza non lontano da qui”.

Era la sede di una cooperativa Social-Comunista a Lampugnano non lontano dallo Stadio; Berlinguer abbastanza preso in contropiede annuì senza fare un plisset.

Poi si rivolse a me, con il suo simpatico garbo e mi disse: “Tuo padre mi vuol fare lavorare pure la domenica.. é il solito prepotente…”

Dopo l’incontro alle Frattocchie e l’incarico ad un socialista per un governo che Berlinguer definì “pericoloso per la democrazia”.

I comunisti ingaggiarono una lotta senza quartiere, contro il gruppo dirigente socialista ma anche contro i socialisti nelle fabbriche e sui luoghi di lavoro.

A Verona si consumò la rabbiosa reazione della nostra base: Craxi diede una copertura con quel “io non fischio solo perché non so fischiare”.

Eravamo a tavola, io, mia madre e Claudio Martelli dopo il suo intervento. Quando arrivò reduce da quello che potevamo definire un successo personale era stranamente pensoso, cupo. Non volava una mosca e il silenzio era interrotto solo dal rumore delle forchette.

Ad un certo punto, con una faccia contrita, quasi infantile, timida, si rivolse a mia madre : “..forse questa volta l’ho detta un pó grossa..!”

Era divertito ma al tempo stesso sentiva il peso di aver contribuito nuovamente ad inasprire con toni e polemiche una questione che ha trascinato tutta la sinistra socialisti e comunisti nel corso di un secolo e che non riuscì mai a trovare l’opportunità di riassumersi in una pace possibile dentro una prospettiva d’avvenire.

Il Resto lo conosciamo: finì con il paradosso storico che i vincitori del dopoguerra si ritrovarono sul banco degli accusati; la degenerazione del finanziamento alla politica fu la breccia che squarciò il sistema ed apri ad un’altra degenerazione: quella del potere giudiziario violento e squilibrato, quello del potere finanziario senza regole, quello di una democrazia gravemente lesionata e privata del suo baricentro essenziale rappresentato dai partiti democratici di massa.

Un vuoto politico previsto da Craxi con lucidità sin dal celeberrimo discorso del Luglio del 1992; le conseguenze furono quelle che tutti conoscete e che abbiamo conosciuto in questi anni.

La scelta di separare il proprio destino dalla fine dei Socialisti e del Partito, e l’idea romantica e storica di prendere la strada dell’auto-esilio per difendere la propria vita da accuse micidiali e da un clima che ebbe in occasione della scomparsa di Sergio Moroni cui oggi va il mio ricordo, un clima infame.

Romantica e dolorosa la sua scelta al tempo stesso. Mai indomito o ripiegato su di sé; attivo nella sua difesa giudiziaria ma anche nella lotta politica, scriveva cercando di rompere il velo della censura che era calato su di lui, parlava, esprimeva il suo punto di vista, incoraggiava i compagni alla resistenza attiva, riceveva chiunque si recasse a fargli visita. Ci obbligava a corvè notturne per rileggere appunti, articoli, scrivere discorsi; come fosse a Via del Corso.

Si infastidiva di qualche errore altrui e poi alla fine si consolava dicendo: “Tanto da qui non posso fare nulla..”
la federazione di centro..

Parlando al suo commiato dissi che mio padre aveva la tempra di un uomo moderno ed uno spirito ottocentesco.

Fu un capo politico autorevole, duro nella lotta politica quando sapeva che la ragione e la giustizia stavano dalla sua parte; ma era un leader che sapeva ascoltare le ragioni dell’altro e una volta ascoltate assumeva una decisione, anche quelle più impegnative.

Aveva un enorme senso della giustizia e della responsabilità verso il Paese e verso il Partito. Era stato a lungo in minoranza come ho detto e quando si trovò ad essere capo di una larga maggioranza seppe sempre ricomprendere le ragioni della minoranza e tutelare i suoi uomini.

Conosceva il ruolo fondamentale delle minoranze nella storia democratica del Paese, e la loro funzione politica essenziale per le conquiste più ambiziose in campo sociale, economico e sindacale; e nella larga battaglia per la conquista dei diritti civili.

Non aveva una cultura minoritaria ma sapeva quale fosse la grande funzione delle minoranze. Rispettava gli avversari. Fu generosi nei confronti dei reduci politici della destra fascista, si era messo alle spalle conoscendola bene, i conflitti della storia.

Fu rispettoso nei confronti dei comunisti, anche sovietici; quando di buon mattino si affacciò nella casa riservata alle delegazioni straniere a Mosca per fare colazione assieme a noi Andrej Gromiko che fu ministro degli esteri di Breznev, di Andropov e infine di Gorbacëv, si rivolse a lui come ad una vecchia conoscenza; “un vecchio zio”; era un mondo che da lì a poco sarebbe crollato, i vecchi riformisti avevano insegnato che per essere convincenti era necessario sempre comprendere le ragioni degli altri.

Rispettava i compagni anche quando sbagliavano, esigeva che non si mancasse mai di rispetto verso i compagni più anziani e verso le donne del partito.

Voleva un partito disciplinato ma al tempo stesso che tollerava e conosceva l’indole della nostra Comunità; anarcoide e ribelle come quella che prese le mosse nel 1892 la lunga damnatio memoriae che ha colpito lui e con lui la lunga Storia dei Socialisti Italiani ha potuto essere rotta dopo un ventennio di indomita resistenza della diaspora socialista ed un impegno costante ed assiduo per non fare smarrire le tracce della sua storia personale e della nostra storia collettiva. E qui siamo ad onorarne infine il 130º anniversario.

Egli proprio qui a Genova, i compagni ricorderanno, al Teatro Felice, né celebrò il centesimo con l’animo gonfio di angosce per la situazione calamitosa in cui nel 1992 si trovò il nostro Partito.

Voglio ricordare le sue parole, lucide e profetiche che tracciano ancora oggi il futuro politico e programmatico per una giovane e moderna forza socialista e democratica: “C’è un fantasma che si aggira nella ricca Europa ed è appunto la minaccia di lunghi anni di alta disoccupazione. Dobbiamo dargli la caccia con serietà e concretezza e non a parole… Questo richiede ripresa dello sviluppo che crei occupazione, formazione che agevole inserimento nel sistema produttivo sostegno al mondo della piccola e media impresa dell’artigianato dei servizi delle attività creative e di tutte le nuove attività. C’è una “questione sociale“ che riguarda l’Italia più povera che convive con l’Italia che nella sua più grande maggioranza é bene installata nell’area del benessere mentre le fasce più deboli emarginate più esposta ai rischi delle crisi spesso sono abbandonate a se stesse..”

Nell’Europa che, paradossalmente, crollato il comunismo che ha lasciato dietro di sé un cumulo di macerie, è entrata in un tunnel di tensioni, di paure, di conflitti, di vuoti pericolosi, col risorgere della violenza in una congiuntura economica difficile frastornata dalle speculazioni finanziarie e dal pericolo delle guerre commerciali internazionali, per questa ragione divengono sempre più attuali e necessari il messaggio, il programma, l’azione del socialismo democratico che sono figli della razionalità, della fiducia, della solidarietà, del senso di giustizia” sono parole che possiamo fare nostre.

Vi ho parlato di un uomo che fu totus Politicus come lo furono i leader di quella generazione, di un combattente che ha vinto e perso le sue battaglie, che ha fatto i suoi errori senza i quali diceva “una vita o é vuota o é falsa”.

Che ha vissuto una vita intensa ma che si è privato anche delle gioie forse semplici e pure della vita.

Voglio rendergli omaggio pensandolo quest’oggi come un personaggio della canzone del Genovese De André, quel “suonatore Jones” che dorme sulla Collina di Spoon River “.. lui che offrì la faccia al vento, e mai un pensiero, non al denaro non all’amore né al cielo”.

E di politica e per la politica si può perire difendendo la propria libertà e la propria vita.

Ha vissuto più di cinquant’anni nel partito socialista, lo ha guidato per quasi venti. É ancora oggi un punto di riferimento per molti italiani e per molti socialisti e democratici che non hanno smarrito il senso della storia, il senso di giustizia e della ragione.

Vi ho parlato di un leader che vive nella nostra memoria. Vi ho anche parlato di mio padre. Bettino Craxi.

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