Mostra sommario Nascondi sommario
A Venezia, negli spazi della Wilmotte Foundation a Fondamenta dell’Abbazia, Kan Yasuda presenta Isole del Silenzio, un allestimento di sculture in marmo pensato per rallentare la percezione. L’opera si propone come uno spazio contemplativo in cui il pubblico è invitato a toccare, sedersi e ascoltare il silenzio.
Un giardino minerale al buio
La mostra si apre con il video Beyond Form, che introduce il metodo di lavorazione del marmo e l’atmosfera che pervade l’installazione. Superata questa anticipazione, il visitatore entra in una sala in penombra dove il tempo sembra alleggerirsi.
Via libera alla legge elettorale: Meloni parla di risposta, opposizioni la definiscono truffa
A Venezia le opere di Kan Yasuda propongono un contatto sensoriale con il marmo

All’interno si trovano dieci sculture disposte come isole: volumi ovali e circolari che cambiano nel rapporto con la luce e lo sguardo. In alcune opere le cavità accentuano la dimensione contemplativa, trasformando la materia solida in occasione di vuoto e riflessione.
Un invito al contatto
Una delle caratteristiche più evidenti dell’allestimento è l’invito esplicito rivolto al pubblico: le superfici candide sono pensate per essere toccate e usate come sedute. Chi ha già visitato la mostra racconta la sensazione fresca del marmo sulla pelle, particolarmente apprezzabile durante le giornate calde.

Il rapporto fra durezza e morbidezza, tra superficie e interno, genera molteplici modalità di fruizione: c’è chi abbraccia le forme, chi si sdraia, chi appoggia l’orecchio per cercare un suono lontano. L’esperienza resta volutamente personale e libera.
L’artista racconta l’opera
Perché esporre a Venezia le sue sculture?
«È la seconda volta che espongo a Venezia, dopo la mia mostra personale all’Aman Venice nel 2017. Si percepisce l’energia particolare che anima la città durante il periodo della Biennale. Nella Venezia del 2026, credo che Isole del Silenzio, in un luogo leggermente appartato rispetto al rumore e alla frenesia, rappresenti, quasi paradossalmente, una proposta piuttosto insolita».
Cosa dovrebbe provare chi entra in contatto con il marmo?
«Vorrei che le persone vivessero le sculture non cercando di comprenderle con la mente, ma sentendole con il cuore».
Le sculture sono state pensate come sedute idealizzate?
«No. Sono parti della Terra che emergono dalla sua superficie. C’è chi le abbraccia, chi vi si sdraia, chi appoggia l’orecchio al marmo come per cercare di ascoltare suoni provenienti da tempi remoti, e chi invece rimane semplicemente in silenzio, ritrovando improvvisamente se stesso. Ognuno è libero di vivere le sculture a modo proprio».
Quale elemento «giapponese» si riconosce nell’opera?
«Credo che nel nucleo stesso della loro bellezza vi sia un certo modo di essere, e che in esso sia racchiuso qualcosa di profondamente giapponese. Persone diverse hanno espresso ciò che hanno provato in molti modi e con parole diverse».
E l’aspetto più italiano della mostra?
«Credo che l’aspetto italiano risieda nella bellezza del marmo come materia e nel modo stesso di concepire la scultura».
Lo scultore, che vive in Italia ma era a Tokyo nei giorni dell’intervista, ha così riassunto l’intento dell’allestimento: trasformare la materia in occasione di silenzio e riappropriazione del tempo.











