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La Tate Modern dedica ad Ana Mendieta una grande retrospettiva che promette di rinnovare la lettura della sua opera, mettendo insieme lavori celebri, materiali rimasterizzati e opere mai esposte nel Regno Unito. La mostra, aperta dal 15 luglio 2026 al 17 gennaio 2027, mette in luce il rapporto serrato dell’artista tra corpo, paesaggio e memoria.
Un esilio che diventa nucleo creativo
Nata all’Avana il 18 novembre 1948, Mendieta arrivò negli Stati Uniti a 12 anni con l’Operazione Peter Pan, che portò migliaia di minori cubani lontano dalla rivoluzione. Separata dalla famiglia e affidata a istituti dell’Iowa, trasformò quell’esperienza in una questione centrale della sua ricerca artistica.
Quattro opere di Ana Mendieta alla Tate Modern indagano corpo, terra e esilio
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All’Università dell’Iowa la sua pratica si spostò progressivamente dalla pittura verso fotografia, film e performance, impiegando spesso materiali naturali. Pur restando al confine tra Body Art e Land Art, Mendieta definì i suoi lavori come “Earth-body works”: azioni in cui il corpo tenta una nuova relazione con il paesaggio, piuttosto che dominarlo.
Untitled (Glass on Body Imprints – Face), 1972: il volto che si piega
Nell’opera del 1972 Mendieta preme una lastra di vetro contro il volto, documentando l’azione con una serie di diapositive poi ridotte a fotografie in bianco e nero. L’effetto è una trasformazione della fisionomia: bocca, naso e guance si fanno superfici modellabili, rese estranee dalla pressione.
Il vetro diventa simbolo della distanza e del controllo con cui la società osserva e giudica il corpo. Ma l’atto è diretto dall’artista stessa: la deformazione non è subìta passivamente, quanto piuttosto una modalità di riappropriazione dell’immagine femminile, in rottura con gli stereotipi estetici e culturali che lei stessa affrontava in quanto donna e in quanto cubana negli Stati Uniti.
Il rilievo di questa serie risiede anche nella scelta dell’inquadratura ravvicinata: la fotografia annulla la distanza, trasformando il volto in un campo di indagine tra vulnerabilità e controllo.
Imagen de Yagul, 1973: il corpo come germoglio
A Yagul, nello stato di Oaxaca, Mendieta si corica nuda dentro una tomba scavata nella roccia e copre il corpo con fiori bianchi e steli verdi. L’immagine, considerata la prima delle Siluetas, mostra il corpo che sembra fondersi con la vegetazione, tra sepoltura e rinascita.
Realizzata senza pubblico durante un viaggio di studi, l’opera nasce dall’attrazione dell’artista per luoghi dove la natura aveva cominciato a riappropriarsi dei segni storici. Hans Breder, allora suo docente e compagno, aiutò a disporre i fiori in modo che parlassero di crescita dal corpo stesso.
Da questa prima immagine si sviluppò un ciclo di oltre duecento interventi, fino al 1980, che progressivamente sostituirono la presenza corporea con impronte, cavità e contorni. Terra, fango, foglie e fuoco divennero i segni di una presenza che si ritrae ma non scompare: un autoritratto distribuito nel paesaggio e nel tempo.
Untitled (Guanaroca [First Woman]), 1981: incidere il ritorno
Il ritorno a Cuba, dopo quasi vent’anni, porta Mendieta a incidere figure femminili nelle pareti calcaree delle grotte del parco di Escaleras de Jaruco, vicino all’Avana. In Untitled (Guanaroca [First Woman]) lo stile insiste su forme robuste e tratti che rimandano a una femminilità arcaica, ispirata alla figura mitologica di Guanaroca.
Incidere la roccia della propria terra significa trasformare il viaggio geografico in un gesto materiale. Mendieta inscrive nella pietra una figura che è insieme personale, mitica e ancestrale, cercando una continuità con culture anteriori alla colonizzazione.
Qui la fotografia svolge un ruolo cruciale: la scultura affidata alla roccia è soggetta a erosione, mentre ciò che resta stabile nelle collezioni è la sua documentazione visiva. Per Mendieta, immagine e intervento effimero non sono separabili: la memoria passa attraverso la fotografia che conserva l’opera oltre il suo tempo materiale.
Pietre Foglie, 1985: il libro come intimità
Negli anni romani, beneficiaria del Rome Prize dell’American Academy, Mendieta si avvicina a opere pensate per lo spazio interno: sculture in legno, incisioni e lavori grafici. Il 17 gennaio 1985, giorno del suo matrimonio con Carl Andre, viene presentata alla galleria AAM di Roma la cartella Duetto – Pietre Foglie, venti litografie stampate da Romolo Bulla.
Il progetto alterna le composizioni modulari ispirate ai sampietrini di Andre alle foglie riprodotte da Mendieta con il frottage. Non è un confronto competitivo, ma un dialogo visivo tra struttura minerale e immagine organica.
Per Mendieta il formato del libro era carico di senso: conservare una foglia tra le pagine significava instaurare una relazione privata con la memoria. In questo senso, le opere su carta proseguono la sua ricerca di tracce capaci di sopravvivere al tempo.
Nell’estate successiva, l’8 settembre 1985, Mendieta morì a New York dopo una caduta dal 34° piano dell’appartamento che condivideva con Andre. Lui venne processato e assolto; le circostanze della morte restano controverse e hanno segnato profondamente la ricezione pubblica di entrambi. Tuttavia, la complessità biografica non esaurisce il valore delle opere.
Una presenza che si fa traccia
Le quattro opere qui prese in esame mostrano una traiettoria chiara: dal corpo presente e visibile alla sua impronta nel mondo naturale e materiale. Non si tratta di una semplice sparizione, ma di una trasformazione della corporeità in segno.
Ogni fase conserva un legame intenso con la materia — vetro, terra, calcare, carta — e modifica il modo in cui il corpo vi si deposita. Le immagini di Mendieta affermano che la presenza può diventare più potente quando accetta di mutare forma.
La retrospettiva della Tate, organizzata con l’Estate of Ana Mendieta, offre così l’occasione per rivedere un corpus che sfida le categorie tradizionali dell’arte e per ripensare il ruolo del corpo, della memoria e dell’appartenenza nell’arte contemporanea.












