Home In evidenza Salvo Andò: “Riuscirà Letta a disarmare le correnti?”

Salvo Andò: “Riuscirà Letta a disarmare le correnti?”

by Rosario Sorace

Il Pd ha subito per l’ennesima volta le convulsioni prodotte da una crisi interna che è stata causata anche da un correntismo esasperato. Ci troviamo di fronte un partito che è sempre più lontano dai cittadini e distante dai problemi del mondo del lavoro, mentre, nonostante le sconfitte elettorali, è sempre presente nelle stanze del potere. Il Pd negli ultimi 10 anni è stato il partito quasi sempre al governo senza avere vinto un’elezione. Ora le dimissioni di Zingaretti e l’elezione di Enrico Letta segnano il ridimensionamento delle correnti e, stando alle dichiarazioni fatte dal nuovo segretario, avviano una transizione verso un partito nuovo. In questo colloquio Salvo Andò esprime un giudizio politico su questo passaggio delicato nella vita interna del Pd.

Le dimissioni di Zingaretti in un momento così difficile per il paese hanno creato incredulità e sconcerto nell’opinione pubblica. E ciò si evince dai sondaggi che danno il Pd in forte calo. Le correnti nel Pd ci sono sempre state, e da sempre si sono combattute senza esclusione di colpi. Sembrava che Zingaretti fosse riuscito a stabilire un clima di pacifica convivenza nel partito, avendo garantito un’equa distribuzione di posti, senza mai chiedere nulla per sé.

Stavolta, però, pare che la rissa non scaturisca da insoddisfazioni personali, ma da divergenze sulla linea politica sin qui seguita. Si lamenta il ruolo poco incisivo del partito nelle coalizioni di governo a cui partecipa. Il che però è inevitabile se si considera che il Pd sin dalla sua nascita è stato un partito senza identità. Si è perciò parlato di un partito nato morto, costretto a vivere alla giornata, incapace di trattenere una parte consistente degli elettorati del partito postcomunista e della sinistra Dc, che consorziandosi hanno dato vita al Pd.

La verità è che si sono aggregate nomenclature prive di significative affinità politiche, tenute insieme più dalla volontà di sopravvivere che da un disegno di reale rinnovamento del partito e del paese. Tanti hanno obiettato che si fece a suo tempo una fusione a freddo, in buona sostanza si è sancito un patto per creare un contenitore senza identità e per garantire la sopravvivenza di alcuni leader, più che un vero partito, entro il quale ci poteva stare di tutto. Era una filosofia di mera resistenza di una ditta, come la definiva Bersani, che via via cambiava tutto, nome, simbolo, alleati, tranne che l’apparato.
Chi aderiva al nuovo partito confermava la propria fede in un’antica militanza seguendo un leader di riferimento, più che sentirsi impegnato a costruire una casa comune.

Il partito, ove le originarie appartenenze erano sempre ben visibili, è quindi rimasto un semilavorato, con gli ex Dc che spingevano per farne il partito dei moderati e gli ex Pci interessati a conservare una diversità che li rendeva ostili alla socialdemocrazia. I militanti Pd non hanno mai discusso della natura del partito, cioè, di che cosa sono, accontentandosi di decidere solo con quale leader schierarsi e non sono mai stati investiti del problema di definire la natura del partito, cioè di fare chiarezza su che cosa erano, accontentandosi di sapere con chi stavano in un partito dalla struttura consortile.

La stessa adesione alla famiglia del socialismo europeo è parsa essere una sistemazione di comodo, per trovare un posto al sole nel Parlamento Europeo. Tant’è che l’ingresso nel Pse è stato contrastato, e per tacitare il dissenso si è voluta rimarcare la distanza esistente tra i democratici italiani ed i socialisti europei. Si è voluto che il gruppo Pse divenisse gruppo dei socialisti e dei democratici.

Nel dibattito che ha preceduto l’ingresso nel Pse le due componenti che avevano dato vita al patto consortile spiegavano l’una che non intendeva morire socialista, l’altra che non intendeva morire democristiana, con il risultato che il Pd è stato vissuto all’interno del Partito Socialista Europeo come un corpo estraneo, anche perché i dirigenti del Pd non hanno mai inteso affrontare la questione socialista, ritenuta una questione datata, travolta dal crollo dei muri.

Quindi restano irrisolti i nodi che hanno caratterizzato la nascita e la storia del Partito Democratico che si è caratterizzato da sempre con forti conflitti interni e senza una precisa collocazione identitaria. Sarà in grado Letta di superare queste situazioni difficili?

Oggi appunto l’interrogativo è se Letta sarà in grado di superare queste difficoltà scaturenti dal patto consortile e se glielo consentiranno i capi corrente. Ha parlato di un nuovo Pd, si è detto a impegnato a dare una nitida identità al partito e a rigenerarlo dal basso, valorizzando le importanti risorse che ci sono nei territori. E’ stato il discorso di un politico colto, che si riconosce nella storia dei grandi partiti della Repubblica e che non è stato mai accecato dai miti del nuovismo inconcludente, assetato di vendetta.

Occorre un’assise tematica sull’identità del partito, che abbia le caratteristiche di un congresso costituente; insomma, una grande convention che assomigli a ciò che è stata la conferenza di Rimini per i socialisti italiani e il congresso straordinario di Bad Godesberg per i socialdemocratici tedeschi. Il Paese ha bisogno di un forte partito riformista che promuova un nuovo contratto sociale e a questo scopo spieghi come lo Stato vada radicalmente ripensato. Tenuto conto di ciò, un segretario di transizione non serve a nulla perché sarebbe presto costretto a convocare delle inutili primarie, in cui si sceglie il leader, senza sapere per fare che cosa.

Un congresso costituente potrebbe spazzare via equivoci e nostalgie, che hanno connotato sin dalle origini il Pd come partito di reduci che dovevano intestarsi una sorta di “reconquista” del compromesso storico, con la conseguenza che il Pd è risultato ingessato da questo retaggio politico e costretto a subire guerriglie interne infinite, gestite da correnti onnipotenti in un partito sempre più fragile.

Dopo la fine del partito comunista si sono avuti diversi partiti postcomunisti e con la nascita del partito democratico poi la sostanza non è cambiata, si è trattato di tentativi di garantirsi il governo cercando di poter tenere in piedi l’apparato del partito che non c’era più. Hanno cercato di sopravvivere ricorrendo ad un papa straniero, che certificasse sempre l’esistenza del partito nuovo con apparati vecchi, magari innestando nuove risorse che non contavano nulla all’interno di quel partito.

Qualcuno si scandalizza perché hanno fatto l’accordo con i 5 stelle, ma più o meno era la stessa operazione fatta con Di Pietro, dicendo no all’alleanza con i socialisti e con Pannella, ed essendo sempre ondeggianti tra garantismo e giustizialismo.

Allora che tipo di rifondazione dovrebbe concepire il Pd con il nuovo segretario Letta e quali dovrebbero essere i contenuti programmatici che si dovrebbero porre in essere?

Non c’è stato mai un Congresso, una convention programmatica in grado di discutere del posizionamento culturale del partito nel contesto dei partiti progressisti europei. La stessa adesione alla famiglia del socialismo europeo è parsa essere una sistemazione di comodo inevitabile per meglio tutelare l’interesse nazionale a livello Europeo.

Non si è fatto un passo avanti in questa direzione neppure quando il Pd è entrato nella famiglia dei socialisti europei, pur con le riserve espresse da tanti. Si è voluto sempre sottolineare la distanza esistente tra i democratici italiani ed i socialisti storici europei.

Adesso, nel momento in cui il paese dopo la pandemia sogna un nuovo inizio, si avverte l’esigenza di rinnovamento del sistema politico anche grazie alle riforme istituzionali. Il partito democratico che ha le forme di un partito che corrisponde al modello di partito voluto dai costituenti e che se non è partito padronale, deve dimostrare una reale capacità di ascolto del Paese, in modo da poter dare concrete risposte per imprimere un nuovo corso che si fondi sul socialismo democratico.

Con la pandemia alle tradizionali diseguaglianze se ne sono aggiunte di nuove, ancora più pesanti in una società che dovrà inevitabilmente convivere con nuovi rischi. Non basta spiegare che il Pd è per la società aperta, che non è certo quella che partecipa alle primarie, vere e proprie feste popolari in cui non si discute ma si vota soltanto. Si attendono, grazie alle risorse messe a disposizione dall’Europa, coraggiose politiche che riducano i vantaggi dei pochi che godono di immeritati profitti e che, invece, risarciscono i molti che hanno subito, nel corso degli anni, un sempre più pesante impoverimento, ridando al lavoro una dignità perduta.

Letta sarà in grado di superare queste difficoltà connaturate al patto consortile, che ha prodotto un partito confuso che spesso sostiene tutto e il contrario di tutto?

Si tratta di un leader autorevole, con significative esperienze di governo, di un intellettuale molto stimato anche all’estero, che potrebbe creare un sodalizio molto solido con Draghi per fare del Pd il motore di questo governo. Ma glielo consentiranno i capi delle correnti?

Letta pare detestare i luoghi comuni ed i riti dell’antipolitica, non ha mai denigrato la storia dei grandi partiti della Repubblica, non è accecato dal nuovismo che ha portato all’emergere dei partiti populisti che hanno prodotto solo macerie.
Insomma, si tratta di un sincero democratico e di un leale europeista. Peccato, però, che pare che non sia stata scelto né per l’una, né per l’altra qualità, ma per negoziare una breve tregua interna e consentire al governo di andare avanti senza sussulti destabilizzanti.

Non è di questo che ha bisogno il Pd, ma di un’assise tematica sull’identità del partito, che abbia le caratteristiche di un congresso costituente. Non si tratta insomma soltanto di riorganizzare il partito, ma di andare oltre. Occorre dare al Pd un’ anima, tagliando quel cordone ombelicale che lo lega al patto consortile originario per farne un moderno partito del riformismo italiano, che sappia parlare alle giovani generazioni.

Insomma, c’è bisogno oltre che di risorse per la Next Generation, anche di un partito che possa dare ad essa la speranza di radicali cambiamenti, che non debba fare i conti con i fantasmi del passato che tornano. Il paese ha bisogno di un forte partito riformista che promuova un nuovo contratto sociale e a questo scopo spieghi come lo Stato vada radicalmente ripensato.

Un congresso siffatto sarebbe una grande opportunità non solo per il partito ma anche per il paese. Un congresso davvero costituente che dovrebbe consegnare al paese un grande progetto riformista spazzerebbe via equivoci e nostalgie che hanno connotato sin dalle origini il Pd come partito di reduci che dovevano intestarsi un’operazione di rivincita del compromesso storico, con la conseguenza che il Pd è risultato ingessato da questo retaggio politico e costretto a subire guerriglie interne infinite gestite da correnti onnipotenti in un partito evanescente. Non può fare un viaggio verso l’ignoto.

A tuo avviso Letta è l’uomo giusto per determinare questa svolta?

Letta sicuramente ha chiesto garanzie per imprimere una svolta anche culturale al partito che lo riconcili con una base allo sbando. Limitarsi a federare le correnti non farà mai del Pd una vitale comunità politica. Ne sa qualcosa Zingaretti. La rifondazione del partito deve nascere dal basso. Ci sono risorse validissime nei territori, che hanno dato prova di ottime capacità di governo.

E’ bene che vengano utilizzate a Roma, spingendo magari i dirigenti a vita a tornare a lavorare nei territori. Ma se tutto rimarrà così com’è, con i soci originari impegnati a non fare crescere nessuno, se non i propri famigliari, per non perdere quote di potere, il grande partito del riformismo italiano non nascerà mai.

A poco vale predicare il partito aperto attraverso le periodiche feste popolari delle primarie, o il partito a vocazione maggioritaria, se nel partito poi non si discute, perché la sola scelta che conta è con chi stare, e non quale politica fare sulla base di una identità condivisa.

In Europa, la sinistra di governo non si batte per avere il governo ad ogni costo, ma per realizzare il cambiamento sulla base di idealità e progetti che ne connotano l’identità. Il Pd se vuole rimettere in piedi l’Italia deve intestarsi riforme che redistribuiscano il potere e la ricchezza.

Si tratta soprattutto di rifare lo Stato. Un compito immane, che i conservatori ostacolano ed i progressisti devono ritenere invece ineludibile. Purtroppo sia nella Prima Repubblica che in quelle successive le sinistre si sono rivelate forze di conservazione, o, per assecondare il sindacato, o perché convinte di dovere attrarre il voto moderato.

Il consociativismo in questo senso ha reso anche il Pd culturalmente subalterno inevitabilmente ai partiti con cui si allea, siano essi grandi o piccoli partiti. La governabilità per i riformisti non può significare stare al governo a ogni costo, ma sapere esprimere una progettualità coraggiosa ,costi quel che costi, anche in termini elettorali.

La questione di fondo resta quella di creare una nuova e moderna sinistra di governo capace di gestire il cambiamento dei prossimi decenni.

La sinistra di governo, accettando spesso le posizioni dei liberisti non ha solo perso, ma si è persa, presentando un Dna incerto. Ha cercato di rassicurare i moderati, facendo del Pd un contenitore in cui potevano convivere istanze di giustizia sociale e immeritate posizioni di rendita.

Il partito del riformismo italiano, su queste basi, non poteva mai nascere. La stessa adesione alla famiglia del socialismo europeo è parsa essere una sistemazione di comodo, per trovare un posto al sole nel Parlamento Europeo. Insomma riformisti ma sospettosi verso la socialdemocrazia. Il partito democratico che ha le forme di un partito tradizionale deve dimostrare una reale capacità di ascolto del Paese.

Letta dovrà essere in grado di superare queste difficoltà connaturate al patto consortile, che ha prodotto un partito confuso che spesso sostiene tutto e il contrario di tutto. Oggi si tratta comunque soprattutto di rifare lo Stato. Un compito immane, che i conservatori ostacolano ed i progressisti devono ritenere invece ineludibile.

Il Pd può essere post-ideologico finché vuole ma può ricostituire il popolo dei progressisti se sa rispondere ad un bisogno di socialismo che è sempre più diffuso, soprattutto dopo la catastrofe globale prodotta dal coronavirus. Il Pd è chiamato a mobilitarsi per affrontare realmente le diseguaglianze antiche e le diseguaglianze nuove e a contribuire alla costrizione di un nuovo modello di sviluppo, più giusto ed equo.


Potrebbe interessarti

Lascia un commento