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Salvo Andò: “Nella maggioranza larga sono tutti europeisti”

by Rosario Sorace

Sono in molti a spiegare che il governo Draghi abbia prodotto significativi cambiamenti di linea politica in alcuni partiti, che sono diventati da fieri antieuropeisti a possibilisti nei confronti di un Europa che acquista più poteri. Non si capisce bene se si sia trattato di una conversione sincera o invece di una sorta di pedaggio da pagare al presidente del Consiglio Draghi per essere ammessi nella sua compagine. Ciononostante la larga maggioranza può essere un’opportunità per fare le riforme che mai si sono potute fare per mancanza di numeri, anziché un’aggregazione senza identità, impegnata a risolvere soltanto le emergenze.

Spetta al Presidente del Consiglio, del quale tutti i partiti coalizzati riconoscono le grandi qualità, alzare il livello politico delle realizzazioni che il governo intende fare, tenuto conto che difficilmente nei prossimi mesi nella maggioranza ci saranno volontà crisaiola. Le proposte di Draghi dovrebbero trovare un largo consenso della coalizione di governo. Salvo Andò ci fornisce il suo punto di vista su questo nuovo scenario politico che potrebbe costituire una svolta nel funzionamento del sistema politico italiano se si dovesse porre mano per esempio grazie ai numeri di questa maggioranza a delle serie riforme istituzionali. Con una maggioranza così larga potrebbero passare anche importanti riforme della costituzione e addirittura con la maggioranza dei due terzi, quindi, senza che sia necessario un passaggio referendario. Secondo te chi ha vinto con l’ingresso di Salvini nella maggioranza di governo che esprime il governo Draghi?

Sicuramente ha vinto Mattarella che aveva invitato tutte le forze politiche ad assumere un atteggiamento responsabile convergendo su un programma di ricostruzione del paese dettato dallo stato di necessità. Sicuramente ha vinto Draghi che è stato in condizione di persuadere i leghisti ad abbandonare posizioni sovraniste becere, a desistere da un antieuropeismo senza prospettive nel momento in cui una nuova UE è alle viste, e quindi a prendere le distanze in Europa dai vecchi sodali dell’estrema destra reazionaria.

Una Lega europeista, sia pure con tutte le specificità che connotano il partito di Salvini, serve all’Italia e all’Europa considerato che tanti che votano Lega non hanno nulla a che vedere con quelli di casa Pound che irresponsabilmente Salvini aveva accolto nelle proprie file. In sostanza Draghi non ha mediato con la Lega e ha spiegato in modo chiaro che stare nel suo governo significa essere europeisti senza se e senza ma.

Draghi oggi può esprimere soddisfazione per la fiducia nell’Unione espressa dai leghisti che sono diventati europeisti, allo stato senza riserve tanto che molti parlano del possibile ingresso della lega nella famiglia dei popolari europei.

Draghi potrà agire e decidere in autonomia senza essere condizionato eccessivamente dai partiti?

Draghi non si farà condizionare dai partiti. Sin dall’inizio delle trattativa aveva fatto capire che voleva mettere nella compagine Giorgetti, un leghista che per la sua competenza e moderazione sarebbe stato utile al governo mitigando gli istinti distruttivi della Lega salviniana, e così ha fatto. La scelta di Giorgetti va collocata nel contesto di un più ampio disegno tendente a recuperare ad una cultura di governo irreversibile partiti antisistema che adesso si sono imbarcati del governo Draghi. Ciò vale per la Lega, ma vale anche per i 5 Stelle. Il Premier ha spiegato ad essi che la sua linea non è trattabile, anche con riferimento alla scelta dei ministri.

E’ un fatto tutti i ministri a cui compete istruire i dossier più rilevanti sono personalità assolutamente competenti, di cui Draghi si fida, che con lui condividono il progetto politico in ordine a ciò che l’Italia deve diventare per poter uscire definitivamente dalla crisi e dotarsi di un nuovo modello di sviluppo.

Insomma il Premier non ha scontentato i partiti nel senso che essi sono adeguatamente rappresentate al governo e tuttavia con le persone che ha scelto pare in grado di portare avanti la sua politica senza trovare intoppi significativi, resistenze e soprattutto senza che nessuno gli possa imporre dei rinvii in attesa che si trovi un accordo su tutto.

Sicuramente ha tenuto conto delle indicazioni del Presidente della Repubblica nell’impostare programma e squadra. E’ così, erano d’accordo su tutto già al momento dell’incarico. Mattarella ha scelto Draghi senza che nessuno dei partiti lo avesse indicato proprio perché era convinto che questo nome non avrebbe trovato resistenze.

Voleva un governo di unità nazionale ma politico, e del resto il profilo di Draghi è ormai quello di un leader politico, che è riuscito guidando la Banca Centrale Europea piegando le resistenze di molti governi quando si trattava di salvare l’euro senza mandare all’aria lo stato sociale. Quello voluto da Mattarella e realizzato da Draghi è certamente il governo delle competenze. La scelta delle persone che sono state coinvolte nell’esecutivo consente al governo di essere operativo da subiti, perché si tratta di ministri che non hanno bisogno di task force di esperti per decidere il da farsi. Teniamo conto che bisogna fare nel giro di pochi mesi scelte decisive per rimettere in marcia paese.

E soprattutto di farlo con il consenso dei vertici dell’Unione Europea che da qualche tempo manifestavano nervosismo sui ritardi italiani e anche sulla genericità del piano di spesa che si andava delineando con riferimento alla allocazione delle risorse. La Lega ha accettato questa strategia, tant’è che mentre ancora la trattativa per la formazione del governo era in corso, a Strasburgo si è associata alla larghissima maggioranza europeista che sostiene la commissione guidata dalla signora Von der Layen, approvando il regolamento del Recovery Fund e assumendo una posizione polemica contro i vecchi sodali dell’estrema destra che viceversa detestano la Presidente eletta sulla base della “formula Ursula”.

Mario Draghi è anche accusato di avere operato da presidente della BCE in modo tale da venire incontro ai paesi più indebitati. Una cosa pare certa. Il governo italiano, anche nei prossimi anni non potrà essere un governo indifferente alle indicazioni che vengono dall’Europa, non potrà essere un governo antieuropeista. Ma non è soltanto una questione di risorse messe a disposizione dall’UE. In Europa si è creata una larga maggioranza, una forte intesa politica tra le più importanti famiglie della politica europea che sono decise a contrastare la propaganda sovranista, che diffonde il razzismo, il disprezzo per i diritti umani.

L’Europa in sostanza non può fare una politica internazionale che contraddice la sua storia, la sua natura di continente dei diritti. E con la nuova presidenza americana il dialogo tra l’Europa e gli Stati Uniti si riapre, gli Stati Uniti prenderanno le distanze da tutti i governi autoritari, da tutte le democrature. Il nuovo presidente americano addirittura propone che ci possa essere una convention più o meno permanente che mette insieme tutti i grandi partiti democratici dell’occidente per creare un nuovo ordine internazionale, che si basi sul binomio stabilità politica-battaglia per i diritti.

L’Europa conterà sempre più, può essere in grado di condizionare, senza ricorrere a indebite ingerenze, la politica interna degli stati in modo quasi permanente, nel senso che i governi nazionali dovranno condividere l’obbiettivo della realizzazione di un nuovo ordine continentale che consenta all’Europa di essere attore globale, di poter agire con gli altri attori globali che hanno quasi tutti dimensioni continentali facendo valere il proprio punto di vista, quello che si addice all’Europa dei lumi, delle libertà, della tolleranza.

E inoltre dobbiamo costruire un Europa impegnata a far del Mediterraneo un mare di pace. Nei paesi europei un partito che ha intenzione di affossare l’Europa assecondando il disegno di Putin e dei suoi satelliti, disegno che fu condiviso anche da Trump, difficilmente potrà vincere le elezioni. La cosiddetta coalizione Ursula, quella costituita dall’insieme dei partiti che hanno votato per la nuova presidente della commissione europea, pare essere solida e pare essere in grado di ridimensionare anche elettoralmente il ruolo dei partiti sovranisti.

È significativo per esempio che Orban, il quale è stato avversario di un’Unione Europea che intendeva contrastare le democrazie senza stato di diritto, ha capito l’antifona ed è uscito dal partito popolare aderendo al fronte dei partiti di estrema destra; ha capito che nel partito popolare europeo e nell’Europa che ha disegnato la cancelleria tedesca e che oggi viene presidiata dalla presidente della commissione non c’è spazio per un partito fatto di nostalgici, di negazionisti, che rivendicano i pieni poteri come sistema che può portare a eliminare via via le garanzie, liquidando tutte le opposizioni. I partiti che puntano tutto sulla radicalizzazione dello scontro politico, tenuto conto dei problemi che ci sono in Europa e tenuto conto della politica che sta portando avanti la nuova presidenza americana sulla base di un dialogo costante tra Europa e Stati Uniti non possono avere un futuro.

Draghi non ha concesso nulla alla Lega che si era peraltro presentata alla trattativa spiegando di credere nel governo che si stava formando e di non porre condizione alcuna perché comunque la propria posizione era molto chiara, nel senso di dare pieno sostegno al Premier incaricato. Draghi ha spiegato evidentemente in modo convincente a Salvini che un atteggiamento come quello assunto in questi anni non serviva alla Lega, non serviva all’Italia, non serviva in Europa.

Quindi è andato a Canossa, ha rifiutato tutto il bagaglio culturale ostentato dal Capitano ai tempi delle felpe, quando era antieuropeista, anti euro, razzista e aveva pessime frequentazioni in Europa e non solo in Europa.

Sostanzialmente si, e non solo per fare un favore a Draghi ma anche perché c’era molto nervosismo all’interno della Lega. Le piccole imprese del Nord guardano a Draghi come all’unica personalità in grado di salvare il paese, ma non solo perché è un tecnico di grande valore, ma anche perché un politico che ha uno sguardo lungo, ha capito prima di altri che la questione sociale sarà la vera discriminante che dividerà gli schieramenti politici, che dalla crisi si esce non indebitandosi per distribuire soldi comunque a tutti, ma soltanto attraverso un debito che crei sviluppo, che crei investimenti, che dia opportunità a quelli che finora sono stati esclusi.

Draghi conta nel mondo per il tipo di politica che ha fatto come presidente della Banca Centrale Europea. E, grazie a questa larga udienza, può portare l’Italia fuori dal pantano. Insomma con Draghi ha vinto anche quella parte della Lega che ha ritenuto maturi i tempi per tornare alla lega di Bossi che riusciva a coniugare un autonomismo spinto fino alla provocazione della secessione (una bandiera da sventolare senza conseguenze pratiche) e i pittoreschi riti celtici con i valori della costituzione.

Il fatto che la Lega riconosca il valore dello stato di diritto e che non parla più dei pieni poteri è una svolta. Addirittura, adesso, la Lega prende in considerazione di aderire ad una delle tradizionali famiglie politiche europee che hanno dato vita alla cosiddetta maggioranza Ursula, è questa ipotesi è una straordinaria opportunità che va valorizzata perché essa dà coraggio a quella parte della Lega che in questi anni ha mugugnato di fronte alle sparate razziste di Salvini chiedendo invece un cambiamento di rotta. Con il dietro-front fatto dalla Lega si forma nel paese una maggioranza larga, non solo in parlamento. E ciò serve per guarire le ferite inferte alla convivenza civile, dal coronavirus .

Nulla potrà essere più come prima, con i sovranisti che riempivano le piazze e sparavano sulla costituzione. Ed anche il grillismo si è riconvertito ad un riformismo che probabilmente verrà rifiutato da una parte dei puri e duri. E ciò consente il formarsi di una aggregazione di centro sinistra vera all’interno della quale grillini possono costituire una risorsa se si affrancano ai condizionamenti esercitato da una ditta privata come la Casaleggio.

La questione centrale è quella delle riforme da attuare. Riuscirà questo Governo a invertire la tendenza di un’azione di governo che annuncia le cose da fare ma poi non le fa?

Draghi si trova a guidare una maggioranza che pare essere in grado di fare alcune importanti riforme anche di struttura che sono essenziali per poter spendere estendere presto e bene i soldi che ci dà l’Europa, e che finalmente potrebbero consentire anzitutto una modernizzazione della pubblica amministrazione, una diversa cultura del ceto burocratico, il quale spesso non decide per paura delle responsabilità che si deve assumere. Insomma, da questo punto di vista le cose che bisogna fare subito per fronteggiare il virus possono consentire un rinnovamento di apparati obsoleti che sono stati oggetto di critiche da sempre ma che non si è stati in grado di rinnovare così come chiedeva gran parte dell’opinione pubblica.

È in questo contesto la riforma della giustizia è una riforma strategica, considerato che l’Italia in questo campo ha davvero la maglia nera in Europa. È opinione comune spiegare che un investimento in Italia diventi un rischio per gli operatori stranieri perché in caso di contenziosi i tempi del giudizio sono infiniti con conseguenti danni economici rilevanti. Su questi temi la maggioranza larga dovrebbe essere coesa perché tutto quello che c’era da concordare durante la trattativa è stato concordato. E su ciò che non è stato concordato nei dettagli il premier è in grado di fare prevalere la sua opinione, non deve fare i conti con una coalizione rissosa vista la considerazione del quale gode presso tutti i partiti.

Molte cose quindi potrebbero cambiare sia con riferimento ai contenuti della azioni che i partiti sono chiamati intraprendere con estrema urgenza, sia con riferimento anche stessa metodologia delle decisioni comuni da intraprendere non essendo pensabile che una maggioranza siffatta possa consentire a chicchessia di fare delle sortite stravaganti o estemporanee. Ma qualcosa dovrebbe cambiare anche nei linguaggi dei partiti che compongono questa maggioranza. Qualcosa dovrebbe cambiare anche sul terreno della progettualità politica con riferimento ad alcune riforme istituzionali che possono dare maggiore efficienza all’azione amministrativa, e consentire un migliore raccordo tra il governo nazionale e i governi locali.

Da sempre si è parlato di esse, ma mai è sembrato così vicino l’obiettivo di poterle realizzare come adesso, con una maggioranza così larga, determinata e con un leader che viene condiviso da tutti nel momento in cui i partiti di questa maggioranza non paiono più impegnati a delegittimarsi a vicenda. Finalmente si può parlare di riforme istituzionali senza che ci sia uno scambio di invettive, un disconoscimento reciproco tra i partiti che compongono la maggioranza larga. Certo non è tutto il paese che si identifica con essa. Ci sarà sempre una parte di opinione pubblica che assume posizioni antitetiche a questa maggioranza ed è bene che sia cosi e che si difenda il diritto di critica di questa minoranza.

Sicuramente il premier si renderà conto di questa esigenza. Una democrazia che funziona deve avere anche forze che non si candidano al governo e vogliono esercitare un ruolo di sorveglianza democratica. Si tratta di forze che non si candidano a diventare partito antisistema o a dare vita ad un populismo aggressivo, che necessariamente issano le bandiere dell’antipolitica. In sostanza ormai partiti antisistema si sono ridotti al lumicino, ma è bene che non si criminalizza il dissenso. Con l’emergenza della pandemia il quadro complessivo mondiale si è modificato. Molte cose stanno cambiando in Italia, in Europa, in Occidente e la vittoria di Biden da questo punto di vista rappresenta una garanzia importante per tutti i democratici. Biden ha spiegato che i confini della democrazia si possono allargare nel mondo ma che anche la qualità della democrazia deve avere un miglioramento significativo.

Un segnale importante di una volontà segnata da maggiore determinazione da parte del Premier è venuto dalla nomina dei sottosegretari.

La vicenda della nomina dei sottosegretari rischiava di far impantanare il governo. Il Premier di fronte alle diatribe dei partiti ha infine deciso di testa propria. Ed ha fatto bene il Premier a non concedere la pausa di riflessione che i partiti chiedevano, considerati gli scambi di veti e le richieste irrinunciabili fatte dai diversi leader. Draghi ha scelto un metodo destinato a costituire un ottimo precedente. Ha intimato ai partiti: o vi mettete d’accordo o decido io. I partiti non si sono messi d’accordo e ha deciso lui!

Sicuramente non tutti i partiti sono soddisfatti dell’esito della distribuzione delle poltrone. Ma nessuno ha creato l’incidente. Non l’ha fatto per evitare che nel governo dei migliori ci si accapigliasse per le poltrone. Ma non l’ha fatto anche per un preciso calcolo politico; non serve a nessuno che emergano dentro il governo un inner circle di stretta obbedienza draghiana e un’area, più o meno ampia, di ministri e sottosegretari che sono tollerati dal Premier solo perché necessari per la tenuta della maggioranza parlamentare.

Se a nessun partner della maggioranza sarà consentito di imporre il rinvio delle scelte da fare, perché in caso di conflitti l’ultima parola spetta al Premier, l’azione di questo governo potrà risultare davvero efficace, soprattutto quando si passerà dall’assegnazione delle poltrone all’assegnazione delle risorse messe a disposizione dall’Europa e alla soluzione di questioni assai rilevanti ai fini dell’attuazione dell’indirizzo politico su cui il governo ha avuto la fiducia del Parlamento.

È del tutto comprensibile che una maggioranza così composita possa esprimere posizioni tra loro confliggenti su molti temi, a cominciare dalla giustizia; importante è non cercare l’unanimità nella maggioranza accantonando tutto ciò che può dare luogo a beghe all’interno del governo. Ciò porterebbe il paese alla rovina, e tra l’altro pregiudicherebbe a livello internazionale l’alta credibilità di cui questo governo gode. Non pare che il Premier intenda attentare alle prerogative del Parlamento. Anzi. Si è impegnato a sottoporre al Parlamento ogni decisioni politicamente rilevante. Il che significa che il Governo opererà soprattutto attraverso decreti legge, e non DPCM. Del resto, ha incassato una fiducia larga, tra le più larghe della storia. Tutti i leader politici hanno fatto lodi sperticate a Draghi, salvatore dell’euro.

La trattativa tra Draghi ed i partiti non ha fatto emergere riserve sulla linea indicata dal Premier. Le sue proposte sono state accettate, sin nei dettagli, considerato anche che costituivano una puntuale declinazione dei principi a cui ha fatto riferimento il Capo dello Stato allorché ha spiegato perché non si poteva andare ad elezioni anticipate ed occorreva un governo di unità nazionale. Non si può certo rimproverare a Draghi lo scrupolo che dimostra nel garantire il delicato l’equilibrio tra i poteri fissato in Costituzione, magari disattendendo certe prassi devianti da sempre tollerate.

Il decisionismo di Draghi, insomma, non pare diretto a realizzare una concentrazione di poteri in capo a Palazzo Chigi. Chi rimpiange un diverso assetto di governo, organizzato sulla base di feudi di partito, o addirittura di correnti, dovrà riconoscere che questo governo per il modo come è stato concepito da Mattarella, come governo tecnico-politico guidato da una personalità di altissimo profilo come Draghi, non può accettare deroghe alla regole sancite in Costituzione, a cominciare da quella contenuta nell’art 95 che affida al premier la direzione della politica generale del governo, della quale è responsabile. Il che lo abilita a garantire omogeneità nell’azione comune della coalizione senza dovere procedere ad estenuanti rinegoziazioni di ciò che era stato deciso nel momento in cui si formava il governo.

Una maggioranza larga potrebbe costituire una grande opportunità per potere finalmente fare coraggiose riforme istituzionali nelle quali si riconoscano quasi tutte le parti politiche?

Con uno schieramento a sostegno del governo così largo addirittura le riforme costituzionali potrebbero passare anche con la maggioranza dei due terzi, senza che sia necessaria una conferma per via referendaria . Non è così facile come sembra. Quando si tratta di intervenire sulle norme costituzionali vi possono essere i rifiuti, irrigidimenti, da parte di coloro i quali ritengono che la costituzione non si possa toccare perché inevitabilmente si verrebbe alterare lo stesso patto costituzionale sulla cui base è nata la Repubblica. Ritengo che in materia di norme costituzionali, ma lo stesso discorso anche per la legge elettorale, il premier Draghi avrebbe difficoltà a scendere in campo, a schierarsi perché si tratterebbe di una materia nella quale la lealtà della maggioranza, la quale, bisogna ricordarlo, è una maggioranza di unità nazionale per fare le cose e che ha indicato del capo dello stato, non potrebbe essere invocata.

Non credo a che ancora esistono le condizioni per fare una radicale riforma della forma di Stato e della forma di governo. Se veramente si vogliono fare le riforme di questo tipo sarebbe giusto fare un’assemblea costituente e ciascuno se ne assuma la responsabilità, altrimenti è inevitabile che tutte le iniziative si concludono in un chiacchiericcio sterile che venga contrapposto una maggioranza e un’opposizione ciascuna decisa a difendere le proprie posizioni tenuto conto che la tentazione di fare le riforme su misura è sempre molto forte, e siccome questo non è possibile farne occorrerebbe un’ assemblea, eletta con una legge rigidamente proporzionale, che non sia permanentemente divisa tra coloro che sostengono il governo e coloro che vorrebbero mandarlo a casa.

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