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Reddito di cittadinanza e reddito minimo

by Maurizio Ciotola

Uno dei temi ricorrenti della componente liberista e marcatamente destrorsa del governo, individua il reddito di cittadinanza come disincentivo alla ricerca del lavoro, da parte di suoi beneficiari.

Non sappiamo se questo continuo abbaiare, sia teso a sbarrare la strada ad un altro provvedimento, necessario e urgente, ovvero quello del reddito minimo.

Certo è che l’ampia compagine governativa presieduta da un liberista, non disattento al reddito dei cittadini, difficilmente riuscirà a varare il provvedimento non più procrastinabile del reddito minimo.

Esistono addirittura gli estremi, anche a sinistra e solo per un mero e altrettanto meschino calcolo elettorale, affinché si aprano le porte a una revisione/riduzione del Reddito di cittadinanza.

Nelle socialdemocrazie europee, quelle con le quali abbiamo dato vita alla comunità commerciale europea e poi alla sua Unione, i diritti di cui oggi discutiamo costituiscono una parte dei pilastri sociali, su cui si erge la loro democrazia.

Solo nelle società in cui il neoliberismo impera, unitamente a una politica clientelare, i due diritti sono assenti.

Attraverso la via clientelare, di cui siamo maestri dall’epoca romana e dal quale abbiamo via via raccolto più negatività che positività, nel nostro Paese sono stati gestiti tutti gli strumenti assistenziali, la cui durata a sostegno dei cittadini e soprattutto delle grandi imprese, è divenuta strutturale.

Il reddito di cittadinanza erogato attraverso parametri non “personalizzabili”, cioè non ad usum del servizio erogante, costituisce lo strumento più efficace ed efficiente di sostegno, per coloro che non godono di proventi in misura dignitosa.

Pur essendoci una marginale presenza di soggetti, che abusano del diritto a percepire tale reddito, l’incidenza reale, in termini di costi, è comunque inferiore a quella che determinerebbe una gestione di tale strumento, da parte di organi sociali e politici, che non perderebbero l’occasione nell’utilizzarlo con impropri fini clientelari.

Il reddito di cittadinanza, comunque lo si voglia chiamare, è un diritto inalienabile per cui la sua perdita o erosione, dovrebbe essere sufficiente all’intera sinistra per mettere in crisi il Governo, l’elezione del presidente della Repubblica e le prossime elezioni politiche.

Altrettanto importante e non più procrastinabile è l’istituzione del reddito minimo, attraverso cui qualsiasi lavoratore deve riuscire a condurre una vita dignitosa, ancorché capace di offrire un percorso educativo e istruttivo ai propri figli.

L’economia di questo Paese sembra essersi ripresa, almeno attraverso gli indicatori di un aggregato economico, attraverso cui però, non è esplicito comprendere quale sia l’effettiva redistribuzione del reddito determinata.

Sicuramente insieme alla “ripartenza” abbiamo constatato il triste parallelismo con le morti sul lavoro, per cause non accidentali o imponderabili, ma per vere e proprie omissioni normative nell’ambito della sicurezza.

In questo le medie e piccole aziende sono chiamate a sopravvivere in un ambito in cui, la deregolamentazione legislativa e l’insopportabile pressione fiscale, ha aperto varchi di sfruttamento paradossali, di cui il neoliberismo e la malavita organizzata, unitamente ai profitti dei colossi economici, tra cui anche quelli partecipati dallo Stato, sono i propulsori principali.

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