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L’eterna transizione dopo tangentopoli

by Nico Dente Gattola

Sono quasi 30 anni che il sistema politico italiano attraversa una transazione continua, cominciata con tangentopoli e che non accenna a terminare. All’indomani dello scoppio di “ mani pulite” si pensava che dalle ceneri della prima Repubblica sarebbe nato un nuovo sistema politico: non a caso a torto da più parti si cominciò a parlare di seconda Repubblica. E si a torto perché in realtà non fu fatta alcuna riforma istituzionale.

Il paese in questi anni ha subito continui cambi di governo, con una classe politica sempre meno rappresentativa, vivendo una stagione politica di totale incertezza, con una classe politica che si è gradualmente indebolita. Nel corso degli anni abbiamo assistito all’estinzione dei partiti così come li abbiamo conosciuti a partire dalla democrazia cristiana e dal Psi, per una sorte comune in verità a tutto il c.d. pentapartito.

Lo spazio occupato da questi è stato poi riempito da nuovi partiti, che avevano come collante non più l’ideologia ma il carisma di un leader che spesso e volentieri inseriva il suo nome nel simbolo del partito. Fenomeno, questo ben noto dall’immediato post tangentopoli si pensi al Patto Segni o all’Italia Dei Valori che ha avuto per anni il nome dell’ex PM  Antonio Di Pietro nel simbolo.

Spesso si è trattato di avventure durate poco più che lo spazio di una campagna elettorale: in ogni caso nessuno dei partiti sorti nella c.d “seconda Repubblica” ha avuto vita lunga e nella migliore delle ipotesi è stato assorbito da altre forze politiche o nella peggiore è letteralmente evaporato, vittima non di rado di lotte interne.

Non ci si meravigli se oggi a quasi 30 anni dal crollo della prima Repubblica l’unico partito presente oggi come allora in parlamento sia la Lega.

Forza politica che ha avuto un lungo travaglio prima di passare da movimento a carattere locale e familiare a vero e proprio partito in cui la leadership è vinta dal politico più forte al momento: oggi Salvini, in un futuro prossimo forse Zaia o Giorgetti.

Può sembrare poi strano, ma è un dato incontestabile come vi sia stata una progressiva crisi della leadership; con leader di sempre minore spessore e con una vitalità politica sempre più breve. Sempre più si succedono soggetti politici modellati ad immagine e somiglianza del proprio capo; chiaro sintomo di debolezza e di mancanza di progettualità.

La debolezza della politica e dei suoi attori è il vero problema italiano, non tanto il sistema elettorale che certo ha dato una valida mano e ha favorito l’ingovernabilità, ma di sicuro tutto ciò non sarebbe avvenuto con politici e partiti realmente forti e radicati nella società e di conseguenza con dei progetti e dei programmi.

Parlare di partito politico è stato ritenuto da molti una cosa superata, non al passo con i tempi. Cosa avrebbe spinto in molti casi a parlare di movimento e non di partito? Abbiamo molti esempi in tal senso in cui l’ascesa è stata agevolata dal definirsi movimento e non partito, si pensi alla Rete di Leoluca Orlando in principio e al giorno d’oggi al movimento 5 stelle, ovvero formazioni che si presentavano in linea teorica come in contrapposizione ai partiti tradizionali.

Si aggiunga che il panorama è ormai inaridito e l’impegno politico non viene più visto come un servizio a favore del Paese, in cui troppo spesso, i movimenti o partiti, antepongono la propria sopravvivenza a scapito degli interessi del Paese.
Basti pensare che ancora oggi le leggi elettorali sono ormai concepite non tanto per favorire la governabilità, quanto per limitare la possibile affermazione dei propri avversari, in definitiva si ha la consapevolezza che lontano dal potere si rischierebbe di sparire.

Si badi in superficie è anche una lotta per mantenere un ruolo di potere, ma sotto traccia è da parte dei partiti l’implicita ammissione della propria debolezza e di un progetto politico che non potrebbe sopravvivere alle tempeste dell’opposizione.

Una crisi mai realmente superata che a lungo ha portato ad una debolezza congenita del nostro sistema politico e della classe alla sua base che è stata la vera causa della transizione che viviamo ormai senza soluzione di continuità da 30 anni.

A torto, ogni tanto una voce dal coro, afferma che dipende dal sistema elettorale in vigore, ma se guardiamo al breve periodo in cui vigeva il sistema maggioritario (con il mai troppo rimpianto Mattarellum) la situazione era pressoché la stessa, in termini di governabilità e di resa dei governi.

Questo perché il sistema dopo tangentopoli si era ormai indebolito ed aveva perso, diciamolo, anche l’autorevolezza di un tempo. Pertanto prima della scelta del sistema elettorale, sul quale ognuno ha le sue legittime preferenze, sarebbe opportuno lavorare per dare alla politica una nuova autorevolezza. Ecco perché ormai si può purtroppo parlare di una transizione eterna.

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