Home Attualità La Socialdemocrazia che vive. L’impresa di Pedro Sanchez

La Socialdemocrazia che vive. L’impresa di Pedro Sanchez

by Bobo Craxi

Se nel continente europeo può continuare a sopravvivere l’identità politica erede del ‘900 ed essere protagonista del rilancio dell’Unione e di una risposta possibile al dilagare impetuoso della globalizzazione economica che travolge le ideologie politiche, questo lo si deve moltissimo ai Socialisti del PSOE ed al suo leader Pedro Sanchez.

Si è concluso a Valencia, in un tripudio unitario, il Congresso di un Partito che solo fino a quattro anni fa rischiava, come altri omologhi europei, la dissoluzione e l’estinzione.

La crisi economica del 2008 aveva frantumato le speranze che essa potesse essere padroneggiata attraverso la dottrina classica della socialdemocrazia, in Spagna ne fece le spese Louis Zapatero, in Grecia i socialisti di George Papandreou sostanzialmente scomparvero dall’orizzonte, in Francia il partito che fu di François Mitterand ridotto ai minimi termini, in Italia, invece, la sorte dei Socialisti e della loro damnatio memoriae la conosciamo tutti.

Un populismo di sinistra sembrava essersi impossessato dell’elettorato tradizionale della sinistra socialdemocratica, mentre a destra il conservatorismo si alleava con un altrettanto pericoloso e dannoso ritorno del reazionarismo battente bandiera della identità e del sovranismo.

Pedro Sanchez ha cercato di dare una risposta politica alla crisi della sinistra di governo promettendo un partito “di sinistra” alle giovani generazioni, sfidando su un terreno più avanzato del progressismo anche i movimenti di massa che nel frattempo assumevano la leadership dell’opposizione agli establishment politici e finanziari.

Il grande movimento degli Indignados che occupavano le piazze del paese e mettevano a soqquadro il bipolarismo stagnante della politica spagnola prendeva le sembianze di “podemos”, il cuore nell’imaginario del novecento rivoluzionario comunista e la testa rivolta ai cambiamenti del continente sudamericano, un po’ chavisti ed un po’ obamiani (“yes we can”).

La svolta sinistrorsa di Pedro fece storcere il naso al grande ventre molle tradizionale del partito, i sempiterni baroni del consenso al Sud delle grandi regioni clientelari dominate dal Psoe e guidate dalle antiche leadership che sono sempre state l’anima del partito. Felipe González è rimasto alla sua guida per ben 23 anni e la sua caratura politica e morale ha contrassegnato la lunga vita del Partito.

Scalzato dalla guida Pedro Sanchez é ritornato in sella dopo pochi mesi conquistando sul terreno le simpatie e le speranze dei socialisti spagnoli che vedevano in faccia la morte del partito alla stregua dei loro cugini europei.

Infine egli ha vinto la sfida. Approfittando dello scivolone politico dei popolari di Rajoy, alle prese con la crisi economica e l’offensiva secessionista catalana affrontata con il piglio poliziesco anziché politico, si è gettato nell’azzardo della mozione di sfiducia ed ha messo in piedi un Governo minoritario associandosi a podemos, ed ora i fatti gli stanno dando ragione.

Rifacendo il verso alla socialdemocrazia più classica (persino Kautsky ha avuto cittadinanza nel congresso socialista, oltre a Bernstein e John Rawls). Ha vinto una ad una le sfide che gli si ponevano dinnanzi, ha posizionato la Spagna nel continente europeo di fianco alle potenze che contano, ed oggi la leadership dei socialdemocratici tedeschi può essere una garanzia per loro, ha ridotto le spinte del secessionismo catalano avviando un processo di dialogo, fornendo una moratoria giudiziaria attraverso l’indulto e calmierando le spinte più radicali.

Sta promuovendo politiche sociali sottratte all’agenda di Podemos, che ha già pagato nelle recenti elezioni madrilene il prezzo del logoramento per essersi trasformato in fretta da movimenti di piazza a movimenti di potere.

Sta affrontando di petto l’offensiva sovranista e nazionalista della destra dove sta guadagnando posizione il radicalismo di Vox, xenofobo ed integralista, sta moderatamente sorreggendo una monarchia in crisi, con un Re emerito in fuga ed un Re al trono indebolito ed imbarazzato.

Per questa ragione anche i suoi detrattori interni alla fine sì sono stretti riuniti attorno a Pedro Sanchez, probabilmente non lo amano perché dicono che sia un leader che fa di testa sua, tuttavia, la funzione democratica del partito socialista operaio spagnolo é l’architrave centrale della democrazia in Spagna.

Ha un Governo plurale e femminista, c’è un Ministro della Cultura, Miquel Iceta che é l’espressione del catalanismo politico, ha valorizzato le migliori personalità di un Partito che ha saputo resistere perché di generazione in generazione viene tramandato il credo e la fede socialista.

Visto da lontano sembra un’anomalia, in realtà la Socialdemocrazia adattata ai nostri tempi non lo è, Pedro Sanchez lo ha intuito ed ha mantenuto fermo il timone dell’identità ed ha avuto ragione. Questo è un segnale ed un messaggio a tutte le sinistre in Europa.

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