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GIOVANNI FALCONE, UN UOMO NORMALE

by Calogero Jonathan Amato

Giovanni Falcone è stato un uomo ed un giudice giusto, lavorava instancabilmente per provare i fatti su cui indagava; non amava le telecamere, le interviste-spettacolo, i processi in tv o sui giornali.

Giovanni Falcone amava il suo lavoro. Era ed è il migliore anticorpo “contro quella montagna di merda” chiamata mafia.
Fu tra i protagonisti del maxi processo che si svolse a Palermo dal 10 febbraio 1986 al 16 dicembre 1987, un processo con centinaia di imputati e tantissime condanne confermate poi in Cassazione.

Riuscì a stanare uno dei più pericolosi mafiosi facendolo collaborare per scardinare il sistema mafia; capì che c’era un livello superiore politico-dirigenziale che influenzava, inquinava l’economia italiana.

Egli comprese che per indagare le varie associazioni mafiose presenti nel nostro Paese era necessario basarsi anche su indagini patrimoniali e bancarie, ricostruire il percorso del denaro che accompagnava i traffici e avere un quadro complessivo del fenomeno.

Falcone era, insomma, un uomo coraggioso. In questi mesi abbiamo avuto varie prove di persone coraggiose quali medici, infermieri, operatori delle forze dell’ordine, commesse ed in generale tutte quelle persone che, durante la pandemia, hanno lavorato per salvare le nostre vite o, comunque, per consentire alla società lo svolgimento delle attività quotidiane.

Tutti dovremmo imitare l’esempio di coraggio di Giovanni Falcone, un magistrato che non si fermava dinanzi a nulla. Insieme con l’amico Paolo Borsellino ed Antonino Caponnetto formò una squadra che ridava dignità alla Sicilia ed all’Italia.

Era un operatore della giustizia odiato, umiliato, mortificato, beffeggiato da diversi colleghi, politici, imprenditori, perché svolgeva scrupolosamente la sua professione, anzi la viveva come una vocazione, una chiamata per il bene comune, per la legalità e la trasparenza amministrativa.

Tante volte – sia quando svolgeva le funzioni requirenti sia da funzionario del Ministero della Giustizia – dovette subire scelte scellerate che lo costrinsero ad un ruolo da comprimario: non vinceva le elezioni interne alla magistratura, non fu chiamato a svolgere un ruolo nel governo nazionale, anche se lo avrebbe meritato.

Sono passati 29 anni da quel terribile 23 maggio 1992 in cui persero la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicilio. Una strage pazzesca: tantissimo tritolo ed un’autostrada distrutta.

Quel terribile 23 maggio, in tanti rimanemmo impietriti dinanzi all’edizione straordinaria del Tg1: una scena raccapricciante, dei corpi dilaniati, mentre i mafiosi festeggiavano in carcere!

E non era finita qui perché poche settimane dopo fu barbaramente assassinato anche il suo amico Paolo Borsellino in via d’Amelio a Palermo sotto la casa dell’anziana madre.

Sembrava di ritrovarci in un vortice che ci stava spingendo verso il baratro, l’Italia stava annegando. Proprio in quel momento di grande sconfitta ci fu la reazione della gente comune, dell’associazionismo libero, cattolico e non, di bambini ed insegnanti che si diedero appuntamento a Palermo, nella strada in cui il magistrato viveva, sotto quello che fu poi definito “L’albero Falcone” con tanti disegni, frasi, poesie dedicate ad un uomo dello Stato, ad un uomo che non era più solo, ma che aveva trovato delle persone che avrebbero fatto vivere ancora le sue idee. Come diceva Falcone: “Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini”.

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