Il libro di Maria Vittoria Baravelli si chiede: gli scatti ai tempi dell’IA sono un inganno?

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Nel suo nuovo saggio pubblicato da Rizzoli, Maria Vittoria Baravelli mette in discussione il valore testimoniale della fotografia di fronte alle immagini generate dall’intelligenza artificiale. Il libro esplora come la capacità delle immagini di apparire «vere» cambi la nostra percezione della memoria e della prova visiva.

Dalla traccia del reale all’immagine senza esperienza

Baravelli ricostruisce una lunga storia del desiderio umano di fermare il tempo: un tratto che attraversa incisioni paleolitiche, dipinti, la camera oscura e gli album di famiglia fino all’avvento della fotografia.

Vecchie incisioni e stampe che evocano la storia della ripresa visiva
Dalle incisioni paleolitiche alla camera oscura: la lunga storia del desiderio di fissare il tempo.

Al centro del racconto c’è il primo esperimento fotografico di Joseph Nicéphore Niépce, la cosiddetta Point de vue du Gras — nota anche come Vista dalla finestra a Le Gras — il cui bicentenario viene ricordato tra il 2026 e il 2027. Con la nascita del procedimento fotografico, l’immagine ha assunto anche la funzione di segno lasciato da qualcosa che è stato realmente davanti all’obiettivo.

Oggi però quella relazione diretta con l’evento viene rimessa in questione. Le immagini generate dall’intelligenza artificiale possono sembrare fotografiche pur non derivando da corpi, luoghi o momenti realmente vissuti: sono immagini senza un «prima» e un «dopo» nel nostro mondo.

Tra seduzione e inganno

Il volume non celebra il passato né condanna il digitale con nostalgia. Invece sposta lo sguardo sul filo che unisce tutte le pratiche visive: il bisogno di conservare, di documentare, di costruire una memoria.

Per Baravelli la capacità delle macchine di combinare grandi archivi visivi e di simulare diversi linguaggi fotografici è l’ultima tappa di una storia più ampia. Questa stessa potenza costringe però a riformulare la domanda su cosa renda una fotografia significativa: la perfezione dell’immagine o la presenza di chi l’ha prodotta?

Una fotografia sospesa tra immaginazione e realtà

Nel mondo visivo contemporaneo convivono immagini che documentano esperienze reali e altre che nascono solo come simulacri. Questa convivenza crea una zona ambigua in cui la plausibilità visiva può ingannare.

Confronto visivo tra fotografia reale e immagine generata dall'intelligenza artificiale
La convivenza di immagini fotografiche e simulacri crea una zona ambigua di plausibilità.

Baravelli definisce questo spazio come il luogo in cui opera il titolo del libro: Seducenti inganni. La sfida non è solo tecnologica. È anche culturale: in una società sommersa dalle immagini, riconoscere la differenza tra rappresentazione, documento e simulazione richiede una nuova forma di alfabetizzazione visiva.

Il testo invita a tornare alle domande fondamentali: perché produciamo immagini, che cosa chiediamo loro e quale rapporto vogliamo mantenere con ciò che è accaduto.

Chi è Maria Vittoria Baravelli

Nata a Ravenna nel 1993, Maria Vittoria Baravelli è curatrice d’arte e fotografia. Fa parte del Comitato Scientifico del Museo Nazionale di Fotografia (MUNAF) di Cinisello Balsamo e del consiglio di amministrazione del MAR – Museo d’Arte della Città di Ravenna; è inoltre nel team curatoriale del progetto Art d’Égypte al Cairo.

Tra i suoi recenti progetti figurano mostre dedicate a Gabriele Basilico, Piero Gemelli e Mario De Biasi. Nel 2026 curerà a Palazzo Reale a Milano una mostra in occasione dei vent’anni dalla morte di Oriana Fallaci. Per Rizzoli ha pubblicato nel 2024 il libro Il mondo non merita la fine del mondo.

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