Mostra sommario Nascondi sommario
Alla Rocca Colonna di Castelnuovo di Porto è aperta fino al 4 ottobre la collettiva Pratiche di memoria: la luce che viaggia ancora, che mette in dialogo opere, architettura e territorio per esplorare la continuità fra passato, presente e futuro. La curatrice, Giulia Marcellini, ha pensato l’allestimento come una narrazione distribuita negli ambienti del castello, chiamando la storia del luogo a farsi parte attiva della mostra.
Un allestimento cucito sul luogo
Marcellini, che è nata e cresciuta a Castelnuovo di Porto, ha scelto di non isolare le opere per autore ma di distribuirle lungo il percorso della Rocca. La decisione mette in relazione quadri, installazioni e sculture con pareti, finestre e soglie, trasformando gli spazi in elementi del racconto espositivo.
Una rocca del Lazio ospita una mostra in cui la memoria è materia viva
Nella manovra Giorgetti valuta una flat tax al 5% per i giovani

La mostra, sostenuta dal Comune di Castelnuovo di Porto e accompagnata da un testo critico di Laura Catini, dialoga con la storia dell’edificio: un tempo dimora nobiliare, poi carcere, oggi luogo di esposizioni, laboratori tessili e una scuola di musica.
Ombre e chiavi: l’apertura
All’ingresso, in una stanza che fu cappella e poi alloggio del carceriere, una piccola installazione stabilisce subito il tono. Una figura in ferro battuto proietta un’ombra sulle pareti affrescate e si accosta a una chiave ottocentesca, creando un gioco di luce che unisce simbolicamente due stratificazioni storiche della Rocca.

L’opera, presentata come Chiave di volta, invita a cercare altri indizi sparsi nelle sale: un ritratto collocato sopra una vasca dell’Ottocento e un quadro in cui un bambino osserva una fontana del borgo sono alcune delle tracce lasciate dall’artista Annalinda Maso.
Calchi che ritornano
I calchi di Ado Brandimarte trasformano il procedimento tecnico in soggetto. Queste forme negative, nate per la lavorazione scultorea e spesso destinate allo scarto, vengono qui conservate e messe in vista.
Il risultato è un cortocircuito temporale: tecniche antiche attraversano il presente e suggeriscono aperture verso il futuro, simili a interventi urbani che riconvertono spazi precedentemente inutilizzati.
Tra tradizione e tecnologia
Lou Duca lavora sul punto d’incontro tra canoni classici e strumenti digitali. La scultura riprende i metodi tradizionali, poi entra la scansione 3D: la forma classica diventa punto di partenza per interrogare la cancellazione, la ferita e la possibilità di durata della bellezza.
Frammenti che diventano paesaggio
Le grandi tele di Marco Mezzacappa mostrano cosa succede quando una piega diventa crepa. Strutture geometriche frammentate lasciano emergere immagini d’archivio ingrandite e quasi irriconoscibili. I frammenti si ricompongono come materiale per una visione nuova, attraversata da ramificazioni vegetali che rimandano alla natura visibile dalle finestre del castello.
Un’arte in forma corale
L’operazione curata da Marcellini suggerisce un’idea di mostra che va oltre la somma delle opere: la coralità come principio organizzatore. Qui il territorio e la storia non sono sfondo ma voci autonome, parte integrante del discorso artistico.
Questa scelta apre anche uno spazio concreto a artisti che non hanno ancora una visibilità consolidata sul mercato. Non si sostiene che l’assenza dal mercato equivalga a valore di per sé; piuttosto, la mostra offre la possibilità di essere visti senza dover prima ottenere una legittimazione prefissata.
Da queste «pieghe» e dalle crepe viene l’idea di un futuro artistico meno individualista e più capace di accogliere una pluralità di voci: una proposta che la mostra lascia aperta, dentro le stanze della Rocca e oltre.











