Home Attualità Scuola: Analfabetismo funzionale e di ritorno, orfani del Piano di ripresa e resilienza di Draghi

Scuola: Analfabetismo funzionale e di ritorno, orfani del Piano di ripresa e resilienza di Draghi

by Maurizio Ciotola

Next generation Ue, Recovery fund, Piano nazionale di ripresa e resilienza, questi i nomi di quelli che sembrano diversi modi per riemergere dal disastro economico, verso cui la pandemia ci ha fatto sprofondare.

Nei fatti, la pandemia ha costituito lo spintone verso un “corpo” già in bilico, sull’orlo di quello stesso baratro, da cui non sembra ci siano mai state le premesse per evitarlo.

Ancora oggi, seppur la fiducia nei confronti del Presidente Draghi permanga a livello internazionale, capiamo che quelle “iniezioni” di liquido non potranno che avere, forse, modesti effetti solo nel breve termine.

Draghi, come tutti i suoi colleghi avvicendatesi a Palazzo Chigi negli ultimi trent’anni, non hanno mai avuto un occhio di riguardo per l’istituzione scolastica, se non per demolirla.

Purtroppo non un solo euro sarà devoluto a una riforma necessaria e non procrastinabile dell’istruzione, primaria e secondaria del nostro Paese.

Non saranno i due o tre giorni in più di lezione in presenza, stimatissimo Presidente Draghi, che potranno risolvere il drammatico gap, che la discontinuità educativa ha determinato nell’anno scolastico passato e quello in corso.

Dagli interventi sicuramente apprezzabili negli ambiti di spesa previsti nel Pnrr (Piano nazionale di rinascita e resilienza ndr), per quel che riguarda le assegnazioni nei settori specifici, comprendiamo che essa è un’idea di futuro nata morta, priva di visione a esser precisi.

Non mi avvalgo di sensazioni personali e opinioni volubili, ma sulle osservazioni fatte due anni fa dal prof. Tiziano Treu, presidente del Cnel (la “terza Camera“ che Renzi voleva cancellare).

Treu focalizza il problema dell’educazione, delle necessità di una trasformazione della scuola e della doverosa attenzione, cui le istituzioni dovrebbero avere verso il settore che permette di costruire le fondamenta strutturali di qualsiasi società, e in modo inequivocabile di una Repubblica democratica, qual è la nostra.

Il Presidente Draghi è perfettamente consapevole delle dimensioni dell’anno passato, dei già numerosi abbandoni scolastici.

Ha ben chiaro il problema della mancata partecipazione di una gran quantità di studenti, non dotati di strumenti e mezzi con cui aderire in modo soddisfacente alla Dad.

In tanti anni l’unica operazione di riforma riuscita è quella disastrosa, portata a termine dalla ministra Gelmini, che ha destrutturato e miniaturizzato l’educazione primaria, fase educativa centrale per qualsiasi individuo.

E su questo punto insiste ancora il Presidente del Cnel, prof. Treu, che chiede un impegno maggiore e di svolta in questa fase fondante per il cittadino di domani.

Siamo coscienti che la ricerca, negletta da sempre in questo Paese, debba attingere a risorse ben più consistenti rispetto a quelle destinate dal Pnrr, ma senza un impegno similare o superiore, nella fase educativa iniziale, ogni costruzione successiva si reggerà su fondamenta incerte, franabili.

Quando si cerca il mancato decollo del Paese in questi ultimi trent’anni, dovremmo volgere lo sguardo alle carenze educative e formative, che le nostre scuole hanno offerto a causa degli ostacoli e impedimenti, cui i tagli di spesa e le mancate riforme hanno determinato.

Abbiamo piani di studi iperdimensionati, che nel loro appesantimento nozionistico, sembrano destinare ad un’atrofia creativa gli studenti, tra cui vi saranno al più eccellenti e ripetitivi operatori, la cui precisione ripetitiva varierà in funzione del grado di studi conseguito.

La suola deve cambiare passo, non meno dell’università che nel mutare il proprio fine negli ultimi decenni, sembra aver intrapreso un’altra strada, il cui dinamismo di quest’epoca mette ai margini.

Del resto non esprimo nulla che non sia evidente agli occhi della popolazione di questo Paese, che si scandalizza per la preponderante ignoranza strutturale, che insinua le istituzioni stesse e che, statisticamente emerge dagli eloquenti dati sull’analfabetismo funzionale e quello di ritorno.

Egregio Presidente potrà compiere o avviare qualsiasi riforma istituzionale, far defluire nelle casse di imprese fameliche e a parole innovative grandi quantità di denaro, ma nulla potrà essere compiuto in misura soddisfacente o per lo meno sufficiente, se non investiremo lì dove siamo certi venga educato e nasca il cittadino di domani.

Come può pensare di avviare riforme senza varare un piano educativo e formativo, che ci consenta di uscire dalla drammatica condizione in cui grava il Paese, oggi al quarto posto per analfabetismo funzionale dei paesi OCSE, dove solo Indonesia, Turchia e Cile fanno peggio di noi?

Non pensa che di quei trecento miliardi di euro gran parte potranno andare a fluire in canali finanziari, cui le imprese beneficiarie si avvarranno per accrescere le loro dimensioni internazionali, piuttosto che investire strutturalmente nel nostro Paese?

E quali saranno gli elementi inibitori o di controllo, se le capacità di gestione sono, come nella percentuale su accennata, parzialmente affette da tale analfabetismo funzionale, al quale dobbiamo tristemente aggiungere l’elevato grado di corruzione, che affligge il Paese?

Le leggi e le regole imposte a un popolo parzialmente analfabeta, sul piano funzionale e di ritorno, nonché corrotto, non costituiscono uno strumento sufficiente affinché gli stessi cittadini riescano a coglierne il contenuto, educativo e di tutela sociale, desunto dalla Costituzione.

Per questo credo che, ci troveremo ancora una volta di fronte a una erogazione della spesa, priva di effetti strutturali per il Paese, che contribuirà, com’è avvenuto per circa trent’anni, a definire un ulteriore divaricazione della forbice sociale, che oramai nessuno potrà e saprà ricomporre.

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