Home In evidenza Salvo Andò: “Perchè la crisi di governo sarebbe un atto di irresponsabilità politica”

Salvo Andò: “Perchè la crisi di governo sarebbe un atto di irresponsabilità politica”

by Rosario Sorace

Nel momento in cui l’Italia vive un tornante drammatico e difficile della sua storia sembra aprirsi all’orizzonte una crisi di governo imposta dalla irrequietezza di Matteo Renzi e dalla scarsa capacità del Premier di dialogare all’interno della sua maggioranza dove tra i partiti della coalizione sembrano esserci divisioni su tanti, troppi temi. Ecco cosa ne pensa l’ex ministro Salvo Andò.

Molti osservatori ritengono che la verifica imposta dagli alleati al Premier Conte sia una pratica che ci riporta tout court alla Prima Repubblica. Tuttavia tutto ciò, però, non mi sembra possibile e per molte ragioni. Infatti la verifica ai tempi della Prima Repubblica non era uno stratagemma per arrivare alla crisi, e neanche era il primo passo per fare un cambio di alleanza o un governo tecnico poiché la solidità delle alleanze era affidata alla capacità di pazienti mediazioni.

Si evitavano gli ultimatum. Non era pensabile che tra partiti alleati esplodesse un conflitto su una rivendicazione di bandiera estemporanea, come oggi appare essere quella sul MES. Né era consentito nella maniera più assoluta, affrontare emergenze complicate mettendo in crisi l’assetto istituzionale come si è cercato di fare adesso e delegittimando i ministri competenti per affidare le scelte politiche a dei tecnici di fiducia del Premier.

Il Presidente del Consiglio è il garante dell’indirizzo politico che dovrebbe essere definito in modo puntuale e preciso nei dettagli al momento della formazione del governo e accettato dal Parlamento. Ma il Premier non può rivendicare pieni poteri o superpoteri speciali ed espropriare i ministri dei propri compiti invocando uno stato di necessità.

Ecco sul piano costituzionale sembra che il ruolo del presidente Conte sembra debordare e che sia un accentratore che in governo di coalizione è inappropriato. Il Premier deve coordinare i ministri, stando a quanto prescrive l’art 95 della Costituzione. Non può decidere tutto senza dare conto a nessuno.

Detto ciò una verifica fatta per stabilire quali siano i compiti del Premier e quelli dei ministri è una bizzarria davvero sorprendente, rivelatrice di uno stato di degrado istituzionale prodotto da partiti deboli ed irrilevanti e da politici che in assenza di veri partiti recitano a soggetto, e senza avere nessuna linea politica vincolante.

Basti ricordare che cosa comportava allora un cambiamento di alleanza: discussioni infinite, congressi convocati ad hoc, anche scissioni. Non era pensabile che con lo stesso Premier potesse transitare con grande disinvoltura da una maggioranza di centro destra ad una di centrosinistra.

C’erano dei grandi leader di partito a dettare la linea. Non può non evocarsi in proposito l’ultimo discorso di Moro ai gruppi parlamentari DC. Non era facile far passare l’alleanza con il PCI. Moro rassicurò tutti spiegando che di lui, che si era sempre battuto per garantire l’unità della DC, ci si poteva fidare. E fu creduto. Tanti adesso spiegano che dopo il Covid tutto cambierà.

L’accusa rovesciata su Conte è quello che vorrebbe avere pieni di poteri. Non sono sicuramente i pieni poteri che possono dare più efficacia all’azione del Premier, mentre ad essere determinanti sono la chiarezza della sua linea politica e la sua capacità di persuasione che non può consistere nel dare ragione a tutti.

Era motivo di vanto per il governi della Prima Repubblica l’avere affrontato gravi emergenze senza che si sconvolgesse l’equilibrio tra i poteri, in virtù del sostegno dei partiti di governo, e, spesso, anche di quelli di opposizione, prigionieri finché si vuole delle ideologie novecentesche, ma dotati con un forte senso dello Stato.

Oggi non c’è bisogno di uomini della provvidenza o di centurie di esperti, chiamati a fare da suggeritori al Premier, ma solamente di un governo che abbia idee chiare su come evitare la terza ondata di contagi e su come spendere le risorse finanziarie dateci dall’Ue senza che ci si avviti in sprechi e ritardi. Profonde differenze quindi con le crisi della prima Repubblica.

Nella Prima Repubblica le crisi di governo erano frequenti, ma si registrava sempre una stabilità politica per la continuità delle alleanze e per la condivisione da parte delle diverse famiglie politiche degli stessi valori. Non bastano i presìdi istituzionali, né le leggi elettorali per garantire la stabilità politica.

Le emergenze, in particolare, si affrontano condividendo gli obiettivi da perseguire tra maggioranza e opposizione. E non è necessario che a questa coesione debba seguire una modifica della struttura del governo. Insomma, non occorre il governo con tutti dentro perché vi sia unità di intenti.

Non è con l’unità nazionale, del resto, che si risolve la crisi di rappresentanza. E’ necessario, insomma, per salvare il paese e ristabilire il circuito partitico; solo così si può pervenire ad una diversa selezione dei candidati alle elezioni e dei governanti. Se non si farà ciò, tutto sarà come prima.

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