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IL POPULISMO STA FALLENDO MA NON E’ FINITO

by Bobo Craxi

Dobbiamo senza infingimenti e ambiguità valutare i fatti delle ultime ore, la punta di diamante del populismo internazionale Donald Trump abbandona senza dignità il potere accendendo la miccia dello scontro civile, epilogo scontato di un quadriennio nel quale il populismo eletto a sistema paga il prezzo di una frattura democratica molto elevata nella quale tanti esponenti nel mondo si sono riconosciuti.

Ma la risposta politica alle crisi economiche che hanno determinato delle vistose fratture sociali non potevano durare a lungo senza che esse non cadessero nelle vistose contraddizioni di chi pensava che rompendo gli equilibri di sistema non si si sarebbe finito per pagare un prezzo assai più alto per le correzioni che essi intendevano apportare.

A furia di rotture il populismo trascina con sé nel gorgo delle sue suggestioni effimere anche le istituzioni democratiche, ed è un lusso questo che le grandi nazioni occidentali e liberali non possono sopportare e permettersi.

Per questa natura, al di là della specificità del caso americano, la risposta alle crisi di sistema, economico, produttivo, democratico, non possono che aggravare ancor di più il fragile equilibrio democratico arrivando a svuotarne il ruolo dall’interno e determinando le conseguenze che alla fine sono sotto i nostri occhi: ovvero una sorta di guerra civile strisciante permanente ed un declino permanente dei sistemi democratici su cui si basa la convivenza civile.

L’assalto alla democrazia americana per la verità era cominciato assai prima della ascesa di Donald Trump e non potrà essere archiviata come un’aberrazione la sua parabola alla Casa Bianca. La crisi di fiducia interna delle democrazie occidentali anche in Europa non sono da considerarsi un epifenomeno congiunturale ma il portato delle insufficienze che ha raggiunto i sistemi democratici interni in presenza del modificato paradigma dettato dall’imporsi della globalizzazione economica mondiale.

Per questa ragione è certamente giusto salutare i fatti gravi di Washington come una cartina di tornasole della inclinazione populista ma sarebbe ingenuo pensare che esso rappresenti l’inizio della fine di una stagione che non può dirsi né assorbita né in via di dissoluzione, basti pensare l’enorme successo ottenuto da Trump con un largo consenso elettorale verso il quale non sarà certo possibile esercitare una forma di “apartheid” politico.

Ci si attarda in Italia a spiegare che quello di Trump fosse un populismo di “destra”, nazionalista spinto ai confini del suprematismo, certamente è stato così, ma le forme del populismo europeo pur non prendendo le mosse dai miasmi dal nazionalismo bianco hanno avuto sembianze non dissimili.

Il nostro populismo sta al Governo, è inutile generare equivoci, la formazione che detiene la maggioranza relativa del nostro parlamento e che esprime il Presidente del Consiglio è segnatamente populista; di più: il presidente Conte è stato ritenuto un partner affidabile per il Presidente degli Stati Uniti uscente e la loro comune provenienza da “outsider” della politica considerata un tratto distintivo comune.

Per questa ragione Conte si è ben nascosto dietro appelli generici alla calma nelle ore in cui Trump dava l’assalto al Congresso americano. Non è un problema ora di sciogliere ambiguità e richiedere chiarimenti formali, ma di analizzare le cose per quello che sono.

La stagione populista volge al declino ma i suoi epigoni ancora sono in grado di esercitare influenza politica sulle scelte decisive in buona parte delle democrazie occidentali, in materia di sicurezza, di economia e ora anche in materia sanitaria.
Il costo che le democrazie stanno pagando a questa lunga stagione è molto alto, ognuno sta vivendo i propri di populismi istituzionalizzati o meno che siano.

I gilets gialli che hanno messo a ferro e fuoco la Francia, i separatisti catalani che hanno indebolito la Spagna, le destre dell’Est europeo ed anche l’insorgente destra nazistoide tedesca. La versione italiana sta al Governo coperta da una coltre di “neo-doroteismo”, per dirla con Rino Formica, e non sarà certo essa a fare uscire il nostro sistema democratico dalle contraddizioni e dalle crisi da cui è circondato e prigioniero ormai da oltre un ventennio.

La Crisi Americana accelera le capacità di fuoriuscita dalla stagione del populismo se sapranno essere contenute e comprese le ragioni di coloro che ad essi hanno fatto riferimento dirigendo il consenso verso l’opzione anti-sistema che Trump proponeva, con i rischi e le conseguenze che abbiamo visto.

Parimenti nel nostro paese l’onda lunga della crisi del trumpismo passa attraverso il ridimensionamento politico del nostro populismo, posto che quello elettorale è parzialmente già avvenuto, e che una loro permanenza al potere prolungata e ingiustificata potrebbe attardare con le conseguenze che sono imprevedibili sul piano istituzionale interno e nelle nostre relazioni internazionali che devono essere esercitate con profilo coerente e chiaro a differenza di quello che è avvenuto in questi due anni e mezzo, di ambiguità ed infine di totale irrilevanza politica.

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