Home In evidenza Cinquant’anni fa la legge sul divorzio: una conquista laica e socialista che cambiò l’Italia

Cinquant’anni fa la legge sul divorzio: una conquista laica e socialista che cambiò l’Italia

by Rosario Sorace

Nel secolo scorso una delle principali conquiste sociali che ebbe maggiore risalto nell’ambito dei diritti civili fu certamente l’introduzione della legge sul divorzio nel 1970 che determinò una svolta nella coscienza collettiva del Paese favorendo la modernizzazione della vita sociale italiana.

Adesso sono passati cinquant’anni da una riforma che fu in tutti i modi ostacolata e che era presente da più tempo nei Paesi democratici europei. L’Italia usciva proprio dagli anni del boom economico e dai vagiti della protesta del 1968 che rappresentò il culmine della mobilitazione studentesca e operaia.

A questi rivolgimenti si accompagnò un nascente movimento femminista che mise in luce l’esigenza della parità tra l’uomo e la donna e del bisogno di cambiare le storture sociali, esigendo una nuova legislazione che rinnovasse la vita democratica e civile.

Si reclamava da tempo un rinnovamento della vita pubblica e dei modelli socio culturali in cui affiorava l’esigenza di una differente considerazione a tutto tondo della donna. Le legge sul divorzio venne quindi approvata nel corso della V legislatura del governo di Emilio Colombo, esponente di punta della Dc che fu un partito protagonista della accanita opposizione contro il movimento divorzista.

Da quel momento la legge sul divorzio iniziò quindi un’opera di mutamento dei costumi e della moralità pubblica nella società italiana.

Infatti è evidente che fu una legge che laicizzò lo Stato italiano condizionato pesantemente dalla presenza del Vaticano che professava l’indissolubilità del matrimonio e rivendicava l’istituto del matrimonio come prerogativa esclusiva della Chiesa cattolica.

I conservatori che dal Patto Gentiloni sino alla nascita della Repubblica avevano impedito in tutti i modi l’affermazione della legge su divorzio furono messi alle corde e finalmente le scelte della vita privata furono lasciate al libero arbitrio e alla volontà individuale.

Oltre questo contesto storico nuovo e mutato che definì l’origine della legge 898/1970 si deve aggiungere anche che a suo tempo i lavori dell’Assemblea Costituente furono il momento in cui iniziò lo scontro tra le diverse visioni della società che sorsero dopo la guerra proprio sul rapporto e sulla parità tra uomo e donna, all’idea di famiglia e ai diritti civili collegati.

Nei lavori della Costituente ci furono conflitti di visioni diverse tra i partiti che coltivano le rispettive ideologie, dove fu centrale il tema della famiglia, valutata in modo diverso come il luogo di conservazione o di innovazione dei principi della società libera e democratica.

Si affermò dal punto di vista costituzionale la parificazione tra uomo e donna con l’approvazione dell’art. 29 in cui venne riconosciuta la loro uguaglianza morale e giuridica, non solo come cittadini di pari dignità di fronte allo Stato e alla legge, ma anche nelle vesta di coniugi.

Tuttavia la politica all’interno della famiglia rimase ancorata al passato e i modelli culturali, all’interno della formazione sociale familiare, rimasero relegati allo status quo. La differenza tra i coniugi a discapito della donna si verificava negativamente e concretamente nel caso di una separazione.

Infatti, prima dell’approvazione della legge del 1970, vi furono situazioni particolarmente difficili in cui ci si trovava in una sorta di limbo non regolato da alcuna norma che non riconosceva la parità formale.

Sino al 1970 le uniche possibilità per accedere a un divorzio legittimamente riconosciuto erano relegate a due situazioni. La prima se si otteneva l’annullamento del matrimonio presso la Sacra Rota o se ci si rivolgeva alle sezioni straniere dei Tribunali, cioè, alle sezioni degli Stati ove fosse già in vigore il divorzio.

Eppure dall’unità d’Italia in poi furono presentate ben 11 proposte di legge sul divorzio e la prima venne avanzata addirittura nel 1878. Tuttavia tutte queste proposte vennero affossate per una precisa scelta politica e altre per la fine delle legislature.

Invece la proposta che avanzò l’on. Loris Fortuna del Partito Socialista Italiano, invece, sopravvisse e fu presentata il 1° ottobre del 1965 la legge per i “Casi di scioglimento del matrimonio”, che fece il suo ingresso sulla scena politica. Nel 1968 si trattò seriamente della proposta Fortuna e venne ripresentata in data 5 giugno 1968 assieme alle firme di altri 70 parlamentari che se ne fecero promotori.

Da lì la svolta poiché il 7 ottobre 1968 l’on. Baslini, del Partito Liberale, presentò una proposta di legge anch’essa sul divorzio che riguardò comunque casi più circoscritti. Vi fu comunque una radice e identica delle due proposte e ambedue puntarono all’introduzione dell’istituto del divorzio nell’ordinamento giuridico italiano, quindi, fu naturale che le due proposte venissero unificate.

Pertanto si presentò una medesima proposta di legge il 17 aprile 1969, che passò, poi, all’esame dei due rami del Parlamento con una discussione parlamentare lunga e complessa che fu, comunque, utile e di alto valore civile sia nei partiti che nell’opinione pubblica.

Dunque la proposta di legge venne approvata dalla Camera e poi passò al Senato dove, in una seduta durata ben 19 ore, fu approvata appunto tra la notte tra il 30 novembre 1970 e il 1° dicembre, entrando ufficialmente in vigore il 3 dicembre 1970 nei suoi 12 articoli, come legge 1 dicembre 1970 n. 898.

Innanzitutto si richiese al giudice di accertare l’assenza assoluta e non ripristinabile della “comunione spirituale e materiale tra i coniugi” così come l’impossibilità di conciliazione tra i soggetti, ferma restando l’attenzione preminente nei confronti dei figli.

Nella forma originaria, che è stata poi modificata, la richiesta di scioglimento di matrimonio poteva essere approvata nei seguenti casi: dopo 5 anni dalla sentenza di separazione giudiziale; dopo 7 anni dalla stessa sentenza, in caso di opposizione per “colpa esclusiva”; dopo 6 anni dalla sentenza, in caso di semplice opposizione.

Furono previste anche cause estreme di scioglimento di matrimonio, collegate alla commissione di reati sia nei confronti del coniuge e dei figli, sia verso altri soggetti; nei casi di non consumazione del matrimonio o nel caso in cui fosse stato ottenuto lo scioglimento o l’annullamento del matrimonio all’estero, se uno dei due fosse uno straniero.

L’entrata in vigore della legge non fu salutata da tutti come una conquista di civiltà. In particolare la Democrazia Cristiana e il Movimento Sociale Italiano la additarono sin da subito come il primo passo verso la dissoluzione inarrestabile dei costumi dello Stato, della società e della famiglia.

Si richiese persino il referendum abrogativo della legge 898/1970 con la raccolta di quasi un milione e mezzo di firme e il 12 maggio 1974 si tenne lo storico referendum. Ci fu un altissimo tasso di partecipazione degli aventi diritto al voto, quasi l’88%, e il risultato sancì la permanenze della legge sul divorzio con il NO che raggiunge il 59.26% di preferenze.

Fu un risultato clamoroso e anche imprevedibile che cambiò l’Italia e condusse in pochi anni a profondi mutamenti della società. Continuarono le battaglie sociali che avevano portato prima all’entrata in vigore dello Statuto dei Lavoratori e che portarono dopo anche alla legge sull’aborto.

Tali conquiste sociali nacquero certamente da un sentimento sociale che si era modificato e dalle richieste di una società più moderna e adeguata alle nuove esigenze e bisogni dei cittadini.



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