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L’estensione del regime forfettario fino a 100.000 euro nella legge di bilancio ha acceso il dibattito: secondo Leonzio Rizzo, professore di Scienza delle Finanze all’Università di Ferrara, la misura amplificherà le disuguaglianze, creerà nuovi incentivi all’evasione e ridurrà le entrate di Comuni e Regioni.
Cosa prevede la manovra
La norma, approvata dal Consiglio dei ministri nella legge di bilancio 2027 su richiesta della Lega, porta la soglia di accesso al regime forfettario da 85mila a 100mila euro. Per chi resta sotto il limite continua a valere l’imposta sostitutiva del 15% e, oltre gli 85mila, l’applicazione dell’Iva in fattura.
Secondo l’economista Leonzio Rizzo, il governo contrappone dipendenti e autonomi
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Il regime esenta dal versamento dell’Irpef ordinaria e dalle addizionali comunali e regionali; vi rientrano oggi oltre 2 milioni di contribuenti. L’esecutivo stima un costo per lo Stato di circa 260 milioni di euro l’anno. Nel frattempo, per i lavoratori dipendenti la manovra allarga lo scaglione al 33% da 50mila a 55mila euro, con un risparmio massimo stimato in circa 500 euro annui e senza benefici per chi guadagna meno di 50mila euro.
Perché secondo Rizzo si crea un’iniquità evidente
Rizzo sottolinea che il vantaggio del regime diventa significativo soprattutto sopra i 40mila euro di reddito, perché l’imposta sostitutiva non consente detrazioni. Con un esempio numerico, spiega che un professionista con 100mila euro di compensi vede il fatturato ridursi del 22% per il coefficiente di redditività, quindi paga il 15% su una base molto più bassa: il conto finale è nell’ordine di alcune migliaia di euro.
Per lo stesso reddito un dipendente resterebbe soggetto a un’aliquota media più alta, pagandone oltre il doppio. Secondo Rizzo, si tratta di una perdita di progressività: la quota d’imposta non cresce con il reddito come accade con un sistema progressivo, ma resta sostanzialmente piatta per chi entra nel regime.
Impatto sui comportamenti fiscali
Il professore richiama studi e analisi che hanno evidenziato il fenomeno del «bunching»: raggruppamento delle dichiarazioni appena sotto la soglia di accesso al regime. L’economista Alessandro Santoro aveva già mostrato come, contabilmente, ci siano molte partite Iva poco sotto la soglia e pochissime appena sopra.
Con lo spostamento della soglia a 100mila euro, osserva Rizzo, lo stesso comportamento si ripresenterà a quel livello. Le opzioni per il contribuente sono due: fermarsi al raggiungimento della soglia o continuare a lavorare ma parte in nero. Tra l’aliquota sostitutiva del 15% e il ritorno all’Irpef lo scarto è molto rilevante e quindi l’incentivo a non dichiarare tutto resta forte.
Quanto può pesare sui bilanci locali
Un altro effetto pratico riguarda gli enti locali: i forfettari non versano le addizionali regionali e comunali. Rizzo riporta stime che quantificano il mancato gettito attorno a 80 milioni di euro, circa 20 milioni per i Comuni e 60 per le Regioni. Quando la soglia era stata innalzata da 65mila a 85mila euro lo Stato aveva previsto trasferimenti compensativi; resta da vedere se e come verranno ristabiliti anche per questa nuova estensione.

Il quadro politico e le alternative possibili
Rizzo definisce la manovra «tipica di fine legislatura», pensata per distribuire benefici mirati ai diversi elettorati più che per risolvere problemi strutturali. Tra le priorità trascurate cita il recupero del fiscal drag, che non sembra ricevere interventi funzionali nella legge di bilancio.
Secondo l’economista, l’unica via per ridurre la disparità sarebbe tornare sulle scelte fatte o estendere simmetricamente un regime agevolato anche ai dipendenti, opzione però estremamente costosa. A suo avviso, le misure approvate intervengono a pezzi e mantengono elementi che richiamano la logica della flat tax senza risolverne i problemi di fondo.
La discussione parlamentare e la successive valutazioni di impatto sui bilanci locali chiariranno gli effetti concreti dell’intervento e l’eventuale necessità di correttivi.











