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Il 28 ottobre apre a Roma la personale Sensational Zoo di Alina Zely, giovane artista bielorussa che mette in scena un paesaggio tra ricordo e sogno. L’opening allo Studio GIGA (ore 18-20) prevede una performance curata insieme ad Amanda M. Koen, che estende la mostra in una pratica relazionale.
Un «zoo» emotivo
Le tele di Zely funzionano come pagine di un diario frammentato: memorie, frammenti di vita quotidiana e immagini oniriche si sovrappongono senza una cronologia lineare. Il risultato è un repertorio visivo dove simboli e figure emergono dalla superficie pittorica più che dalla narrazione diretta.
Studio Giga inaugura a Roma la mostra Bestiario emotivo di Alina Zely
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Al centro di questo universo c’è un vero e proprio bestiario. Cervi e creature boschive tornano come figure ricorrenti, investite di significati che oscillano tra vulnerabilità, istinto e minaccia. Queste presenze fungono da metafora per emozioni complesse: perdita, impulso alla fuga, desiderio di libertà.
Tecnica e tensione
Zely, nata a Minsk nel 2002, ha ricevuto una formazione accademica in disegno e pittura in Bielorussia prima di trasferirsi a Roma nel 2021. Il suo lavoro conserva il rigore della tradizione accademica, visibile nella costruzione figurativa e nel controllo della materia pittorica.
Ma la tecnica non è fine a se stessa. Viene piegata a rappresentare l’assurdo, l’inconscio e l’instabilità emotiva, creando slittamenti tra realismo e immaginazione. In questo modo, la solidità del gesto accademico entra in tensione con contenuti più onirici e frammentati.
Radici e questioni personali
L’origine bielorussa dell’artista attraversa le opere come una traccia sottile ma presente. Temi quali la libertà, l’appartenenza e la costrizione emergono senza diventare dichiarazioni politiche esplicite: rimangono innestati nella prospettiva autobiografica dell’artista.

Scambio e rituale: la performance di apertura
Durante l’opening, la mostra si trasformerà in spazio di scambio. La performance pensata da Zely con Amanda M. Koen prevede uno scambio simbolico tra artista e visitatore: un ritratto rapido in cambio del deposito di un oggetto personale su un dispositivo votivo ideato da Koen.
L’oggetto dovrà essere scelto consapevolmente e rappresentare un frammento significativo della vita del partecipante. Il ritratto rimane al visitatore; l’oggetto invece resta nella mostra. Così si costituisce un «do ut des» che trasforma lo spazio espositivo in un luogo di presenza, perdita e memoria.











