A Casa Andersen le artiste contemporanee contestano il canone mettendo al centro il corpo

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Sessanta opere firmate da 42 artiste trasformano la Casa Museo Hendrik Christian Andersen a Roma in un confronto serrato sul corpo: non più ideale immutabile ma spazio abitato, soggetto a rotture e memorie. La mostra “Artiste Contemporanee a Casa Andersen – Il Corpo Come Dimora”, curata da Nicoletta Castellaneta, Luisa Catucci e Giuseppe Simone Modeo e organizzata dall’Associazione Ars Nova, è aperta fino al 22 novembre 2026.

Un progetto pensato per Villa Hélène

La rassegna è stata pensata appositamente per la dimora di Andersen e si snoda tra il piano terra, le sale luminose del primo piano, la tromba delle scale e la grande sala espositiva del secondo. L’allestimento sfrutta la fisionomia degli ambienti storici per mettere in luce contrasti e relazioni tra le opere.

Interno della dimora storica con scala e sale espositive illuminate
L’allestimento usa gli spazi storici della casa-museo per creare dialoghi tra opere.

La Città Ideale rivista dalle artiste

Hendrik Christian Andersen immaginò la sua casa come una versione materiale della Città Ideale, basata su simmetria classica e su un concetto di bellezza quasi sacrale, dove il corpo rappresentava misura e perfezione. Le opere presenti rovesciano quell’assunto: dialogano con l’utopia neoclassica mettendo in crisi canoni, gerarchie e forme stabilite.

Alcuni lavori chiave e il loro effetto

Nella piccola sala del primo piano tre opere differenti chiedono al visitatore risposte diverse. Al centro, su una base espositiva, la scultura in vetro di Claudia Virginia Vitari riproduce il volto di Umaru, un migrante intervistato dall’artista; sotto la superficie traslucida emergono frammenti di conversazioni, come tracce di una presenza reale.

Scultura in vetro e opere tessili esposte insieme in una sala piccola
Vetro, foto ricucite e pittura performativa dialogano nella piccola sala del primo piano.

Accanto, un autoritratto frammentato di Annegret Soltau rompe l’unità dell’immagine. Completano la scena una grande tela di Catherine Long, nata «a passo di danza» e accompagnata da uno schermo che documenta in forma bilingue il processo creativo. Foto ricucite, vetro e pittura performativa raccontano la vulnerabilità comune ai corpi e ai gesti.

Temi ricorrenti: cura, sessualità, memoria

Il percorso indaga temi come la sessualità, la cura, la precarietà e i ruoli di genere attraverso linguaggi diversi. In un’opera di Silvia Iorio un vaso con un mazzo di fiori abbandonato su un tavolo di casa diventa indice di un corpo assente e del lavoro domestico lasciato a metà.

Valentina De’Mathà lavora sulla memoria corporea: coperte tradizionali abruzzesi sono piegate e impilate, segnate dall’uso familiare; trecce adagiate sopra le pile richiamano il sogno dell’artista di ritrovarsi nella propria stanza natale, restituendo al tessuto la funzione di custode di storie personali.

Un omaggio alle pioniere

La scala che conduce al secondo piano è dedicata ad artiste che hanno aperto strade decisive nell’arte contemporanea: Rosemarie Castoro, Leonor Fini, Meret Oppenheim, Carol Rama, Gina Pane e Marlene Dumas. Collocate in un luogo di passaggio, queste opere fungono da piccolo monumento al loro ruolo di modello e di spazio creato per le generazioni successive.

Perché questa mostra conta

Il confronto tra l’architettura neoclassica di Andersen e i corpi proposti dalle artiste genera una tensione produttiva. Non si tratta di celebrare forme statiche: le opere rivelano corpi biologici, sociali, politici, psicologici e sensoriali che mutano nel tempo.

In questo senso, Il Corpo come Dimora mette in luce questioni contemporanee, come l’Art Gender Gap, e invita il pubblico a considerare il corpo come luogo di cura, memoria e trasformazione, non come modello da preservare immutato.

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