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La mostra “La materia dei sogni. Radici dell’arte nell’Africa contemporanea” ripercorre mezzo secolo di pratiche artistiche africane e resta aperta al Museo di Santa Caterina di Treviso fino al 15 gennaio 2027. Curata da Enrico Mascelloni, l’esposizione riunisce oltre 120 opere di 23 artisti provenienti da dieci Paesi subsahariani e offre un’occasione per rileggere i rapporti tra produzioni locali, mercato e riconoscimento internazionale.
Una selezione costruita nel tempo
Mascelloni spiega di conoscere molti degli artisti in mostra da decenni. La sua esperienza, spesso condivisa con il gallerista e promotore Sarenco, ha portato a esposizioni e pubblicazioni che tracciano questa storia: fra queste la collana African Collection pubblicata da SKIRA, con il volume Il ritorno dei maghi (1999) e monografie su Georges Lilanga (2004) e Seni Camara (2006).
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Parte del materiale esposto proviene dalla collezione personale del curatore e da raccolte private prevalentemente italiane, con una sola eccezione berlinese. Mascelloni sottolinea anche il ruolo – secondo lui prevalente in Italia rispetto ad altri Paesi occidentali – delle gallerie private e dei collezionisti che hanno sostenuto l’arte africana contemporanea, spesso più attivi delle istituzioni pubbliche.
Il sogno e il «non-confine» come prospettiva critica
Il tema della mostra mette al centro la capacità di certi artisti di vivere e creare in una dimensione che Mascelloni definisce «non-confine»: lingue visive mature nate prima di qualsiasi legittimazione occidentale. Per il curatore, questi autori non hanno formato il loro linguaggio per ottenere riconoscimenti esterni, ma lo hanno sviluppato autonomamente.
Il sogno è indicato come uno degli elementi ricorrenti nelle opere riunite, una forza propulsiva che non va intesa secondo gli schemi freudiani o surrealisti ma come una matrice culturale e simbolica concreta nelle pratiche artistiche. In questo quadro, Mascelloni individua in Seni Camara — recentemente scomparsa e figura centrale della mostra — un punto di riferimento fondamentale.
Rileggere Magiciens de la Terre: luci e ombre
Mascelloni riconosce il ruolo storico della mostra parigina Magiciens de la Terre (1989) nel portare all’attenzione occidentale alcuni protagonisti dell’arte africana contemporanea. Tuttavia, invita a una lettura critica: la rassegna si inseriva in un contesto geopolitico in cui la Francia cercava di riaffermare la propria influenza in Africa, con appoggi politici e risorse ingenti. Due anni dopo, la risposta anglosassone arrivò con Africa Explores (1991), che invece enfatizzava continuità antropologica più che autonomo sviluppo artistico.
Su questi temi Mascelloni ha approfondito le sue riflessioni nel libro Le belle armi – geopolitica dell’arte contemporanea (SKIRA).
Mercato, fiere e il rischio dell’omologazione
Tra gli snodi critici indicati dal curatore c’è l’ingresso massiccio dell’arte africana nel circuito di musei, fiere e biennali. Se da un lato la visibilità è cresciuta, dall’altro il sistema globale spesso spinge verso logiche di mercato che possono appiattire linguaggi diversi. Mascelloni non nega l’importanza del mercato, ma mette in guardia dal trasformare forme espressive autonome in prodotti omologati.

Resta, secondo lui, la complessità pratica: molti degli artisti presentati non sono facilmente «contrattualizzabili» e la realtà sociale in cui operavano non sempre permette strategie di lungo periodo tipiche del mercato occidentale.
Artisti e opere da vedere
La mostra propone scultura, pittura, fotografia e alcune eccezioni multimediali. Tra i nomi presenti figurano la scultrice senegalese Seyni Awa Camara (anche tra gli autori selezionati per la Biennale di Venezia 2026), Esther Mahlangu, Paa Joe, Georges Lilanga, Sunday Jack Akpan, Cyprien Tokoudagba e Twins Seven Seven. Sono esposte anche opere che risalgono agli anni Settanta e Ottanta, considerate da Mascelloni fondamentali per comprendere le radici del contemporaneo africano.
Tra i pezzi segnalati dal curatore: lavori d’epoca di Twins Seven Seven, l’opera Orfeo e Euridice di Alamighty God e le grandi sculture in cemento dipinto di Sunday Jack Akpan, realizzate in parte durante il periodo in cui l’artista lavorò a Verona su invito di Sarenco.
I luoghi che sostengono gli artisti in Africa
Mascelloni indica alcune istituzioni locali ritenute efficaci nel sostegno agli artisti: la Fondation Zinsou a Cotonou, Doual’Art a Douala (fondata nel 1991) e il Zeitz MOCAA a Città del Capo, oltre a progetti in Nigeria. Secondo il curatore, questi esempi mostrano come alcune realtà africane stiano costruendo autonomia culturale e infrastrutture proprie.
L’allestimento e la proposta curatoriale
L’architetta Elena Giangiulio racconta come la sfida degli oltre 800 mq distribuiti su tre piani sia stata trasformata in opportunità. Il percorso raggruppa artisti per nazionalità e per affinità cromatiche, abbassando il punto di sospensione delle tele per coinvolgere lo spettatore e creando scenari come il «Bosco Sacro dei Sogni», pensato per accentuare la componente onirica dell’esposizione.
Materiali e tecniche diverse — terracotta, legno, cemento, olio, acrilico, fotografia vintage e contemporanea — si alternano per offrire un’esperienza di visite che privilegia assonanze visive e pause di lettura tra un piano e l’altro.
La mostra, promossa dal Comune di Treviso e organizzata da Promakos, propone così una rilettura storica e critica dell’arte africana contemporanea, puntando a far emergere radici meno note e a interrogare il rapporto tra creatività locale e circuiti internazionali.











