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L’aumento dei prezzi mette sotto pressione la legge di bilancio e mette in discussione la misura con cui Bruxelles valuta i conti pubblici. Roma chiede di ricalcolare i parametri alla luce dell’inflazione, ma l’Ue valuta la questione con cautela: la decisione condizionerà spesa, pensioni e il margine politico del governo prima del voto.
Perché l’inflazione complica i vincoli di bilancio
Le regole europee stabiliscono un tetto alla crescita della spesa netta in termini nominali, su ipotesi di inflazione intorno al 2%. Quando i prezzi salgono più del previsto, quel limite resta fisso mentre alcune voci di spesa — per legge — aumentano automaticamente.
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Nel Documento programmatico di finanza pubblica presentato venerdì scorso il governo ha sottolineato che le rivalutazioni pensionistiche legate all’inflazione peseranno in modo considerevole: la stima indica oltre 10 miliardi di euro di costo nel 2027. Questa dinamica riduce la possibilità di misure in deficit per il prossimo anno: ogni nuova spesa dovrà essere coperta con tagli o maggiori entrate.
La richiesta di Roma e la reazione dell’Europa
La premier Giorgia Meloni ha sollevato il tema nella lettera inviata alla presidente della Commissione il 1° ottobre, richiamando l'attenzione dell'UE sul problema. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha spiegato che il nodo riguarda il modo in cui si calcolano i parametri di bilancio “tenendo conto dell’impatto dell’inflazione legata ai beni energetici”.
Secondo fonti europee il dossier verrà discusso nelle prossime riunioni dell’Eurogruppo e dell’Ecofin, ma al momento non sono attese conclusioni operative. Bruxelles ha fatto presente che il Patto già contempla la possibilità di considerare l’effetto di un’inflazione più elevata; i tecnici stanno però valutando se introdurre un’eccezione che tenga conto dello scostamento tra inflazione prevista e reale, a condizione che il deficit rimanga sotto il 3%.
Numeri che cambiano il quadro
Le soglie di crescita della spesa fissate per l’Italia sono nominali e non indicizzate ai prezzi: +1,6% per il 2026, +1,9% per il 2027, +1,7% per il 2028 e +1,5% per il 2029. Quelle percentuali risalgono a scenari di inflazione più bassa e oggi risultano sforate dalle proiezioni aggiornate.
- Stime recenti: il Ministero dell’Economia stimava per il 2026 un’inflazione del 2,9% (aprile); la Banca d’Italia indicava il 3,1% (giugno).
- Ad agosto/settembre i prezzi sono cresciuti più rapidamente: a settembre l’inflazione annua è salita del 4,2% e l’ISTAT calcola una media d’anno già acquisita al 3,1%.
Impatto su pensioni, entrate e conti pubblici
La principale voce indicizzata sono le pensioni: la rivalutazione di gennaio graverebbe sul bilancio del 2027 con cifre significative. Massimo Bordignon, economista dell’Università Cattolica e già membro dell’European Fiscal Board, osserva che è difficile quantificare con precisione l’effetto complessivo perché gran parte della spesa italiana non è pienamente indicizzata all’inflazione.

Bordignon segnala però due elementi contrastanti. Da un lato l’inflazione aumenta il Pil nominale e quindi il numeratore su cui si misurano deficit e debito, oltre a far salire gettito come l’IVA. Dall’altro, la Commissione considera questi introiti come guadagni potenzialmente temporanei e non intende che finanzino spese strutturali.
Un caso particolare è il cosiddetto fiscal drag: l’Italia non adegua scaglioni e detrazioni IRPEF all’inflazione, trasformando parte dell’aumento dei prezzi in gettito strutturale. Secondo Bordignon, quella componente potrebbe mettere a disposizione dello Stato tra i 3,5 e i 4 miliardi di euro.
Regole, flessibilità e politica
La richiesta italiana non è tanto ottenere una deroga automatica, quanto far sì che la spesa spinta dall’inflazione non venga interpretata come una violazione del percorso concordato. La normativa prevede che la Commissione analizzi le cause di eventuali scostamenti e possa tener conto di fattori eccezionali.
Ma, avverte Bordignon, c’è anche un evidente calcolo politico: chiedere più margini all’Europa permette di sostenere davanti all’opinione pubblica che fondi per interventi esistono, ma sono limitati dalle regole comunitarie. La Grecia ha avanzato una richiesta simile e a Bruxelles la posizione è stata prudente.
Il vincolo dei mercati e il costo degli interessi
Il Documento programmatico indica che gli interessi sul debito sono significativi: la spesa per interessi è attesa intorno ai 96,9 miliardi quest’anno e a 103,7 miliardi nel 2027. Un aumento dello spread, per esempio da circa 60 a 120 punti rispetto ai bund tedeschi, si tradurrebbe in subito “tre o quattro miliardi” di oneri aggiuntivi da pagare, secondo la stima citata.
Per il governo, mantenere una traiettoria credibile verso il rispetto delle regole europee serve anche a rassicurare i mercati. Per questo motivo l’esecutivo cercherà innanzitutto di dimostrare il rispetto del percorso concordato, anche se il Documento presentato non dettaglia ancora le scelte per farlo.











