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Maroš Šefčovič parte per la Cina con l’obiettivo di ottenere risultati concreti e ridurre uno squilibrio che peserà al vertice Ue del 15-16 ottobre: il deficit commerciale con Pechino ha ormai superato la soglia simbolica di un miliardo di euro al giorno. La missione mette in luce una realtà più ampia: l’Unione dispone di strumenti per reagire, ma resta il dubbio sulla volontà politica di usarli.
Missione diplomatica con scadenza politica
Bruxelles spera che il viaggio di Šefčovič produca più di semplici incontri di cortesia. I risultati attesi sono stringenti e puntano a essere portati al prossimo Consiglio europeo, dove i leader valuteranno la traiettoria dei rapporti con Pechino.
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Il tema centrale è lo sbilancio commerciale tra Unione e Cina. Con gli Stati Uniti via via più chiusi alle esportazioni cinesi, l’Europa è diventata uno dei principali mercati occidentali per l’eccesso di capacità produttiva di Pechino.
Il nodo dell’industria automobilistica
Il settore auto è emerso come banco di prova della trattativa. Dopo i dazi sulle vetture elettriche, l’attenzione si è spostata sulle **ibride plug-in**, escluse dal precedente regime tariffario.

Le importazioni di ibride nell’Ue sono aumentate sensibilmente: in un anno la crescita è stata dell’86%, a fronte di un +40% per le elettriche a batteria. Questo boom ha portato Bruxelles a chiedere a Pechino limiti alle esportazioni.
Secondo il Financial Times, la Cina avrebbe rifiutato la proposta europea di fissare una soglia del 15% per le esportazioni di ibride. Bloomberg, a sua volta, riferisce che la Commissione sta valutando misure di salvaguardia che scattino se le soglie venissero superate. Se attivato, il meccanismo potrebbe estendersi ad altri settori considerati troppo sbilanciati.
Cambiamento di posizioni in Europa
Il nuovo tono di Bruxelles rispecchia mutamenti nelle capitali, in particolare a Berlino. La Germania, storicamente più prudente verso Pechino per il legame con il mercato cinese, si è avvicinata alle posizioni più ferme di Parigi.
Lo testimonia la lettera inviata di recente da Emmanuel Macron e Friedrich Merz alla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. I due leader sollecitano uno strumento europeo rapido per contrastare le distorsioni commerciali causate da Paesi terzi e, nei casi più gravi, la possibilità di bloccare importazioni da chi conduca una vera e propria guerra commerciale contro l’Ue.
Intanto il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che definisce il rapporto con la Cina a un “punto critico” e chiede maggiore reciprocità e risposte comunitarie più incisive alle pratiche cinesi.
Minacce di ritorsione e il dilemma degli strumenti
Pechino ha avvertito che, in caso di escalation, potrebbe adottare contromisure, tra cui indagini sui sussidi esteri e misure definite anti-discriminatorie.
A Bruxelles però resta un nodo politico: l’Unione possiede già strumenti di reazione, come il cosiddetto **bazooka anti-coercizione**, ma finora questi strumenti sono stati raramente utilizzati, anche nei momenti di maggiore tensione commerciale.
Contraddizioni interne all’Ue
Il dibattito europeo è influenzato anche da contrasti interni. Il Partito popolare europeo, e in particolare la sua delegazione tedesca, starebbero cercando di ostacolare la proposta sul Made in Europe, pensata per rafforzare la presenza dei prodotti europei negli appalti e nel mercato interno.
La contraddizione è evidente: mentre si discute di nuove leve per proteggere l’industria, si frenano misure pensate per valorizzare la produzione europea. Questo solleva una domanda cruciale per i ministri e i leader: non manca la cassetta degli attrezzi, ma la decisione su quando e come usarli.











