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- Valore contro quantità: il dato che non inganna
- Due settori spiegano il record
- Il 2026 e l’impulso dell’oro
- Prezzi in rialzo, margini sotto pressione
- Un surplus dipendente dagli Stati Uniti
- Hormuz, rotte marittime e costi sistemici
- Cosa misurare per valutare davvero la competitività
- Priorità strategiche
L’export italiano ha segnato nel 2025 e nei primi sei mesi del 2026 nuovi massimi in valore, ma dietro i numeri emergono squilibri significativi: buona parte della crescita dipende da pochi prodotti e dall’andamento dei prezzi, non da un aumento diffuso delle quantità vendute. Questo rende la performance più vulnerabile a scosse geopolitiche che potrebbero rivelarsi temporanee.
Valore contro quantità: il dato che non inganna
Nel 2025 l’Italia ha esportato merci per 643 miliardi di euro, un aumento del 3,3% rispetto all’anno precedente. Nei primi sei mesi del 2026 il valore è salito a 337 miliardi, con un +4,5% sullo stesso periodo dell’anno prima.
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Ma la crescita è stata quasi totalmente di valore: i volumi del 2025 sono aumentati solo dello 0,7%. L’Ice spiega che buona parte della dinamica deriva dai valori medi unitari, cresciuti del 2,6%.
Due settori spiegano il record
La salita del valore non è omogenea. Nel 2025 la farmaceutica ha fatto la parte del leone, con un balzo del 28,5% che l’ha portata a 69,2 miliardi, e contribuisce per 2,5 punti alla crescita complessiva. Un ulteriore punto proviene dai metalli. Messi insieme, questi due comparti spiegano più dell’aumento totale: il resto della manifattura italiana nel suo complesso ha registrato un contributo lievemente negativo.
Tra i settori più rappresentativi dell’identità produttiva del Paese, il tessile, l’abbigliamento e le calzature hanno segnato una flessione di quasi il 2%, gli autoveicoli sono calati quasi del 7% e la meccanica è rimasta sostanzialmente ferma poco sotto i 100 miliardi. Il risultato complessivo del 2025 è quindi il risultato di poche filiere eccellenti, non di una ripresa generalizzata dell’industria.
Il 2026 e l’impulso dell’oro
Nel 2026 il quadro è mutato ancora: la spinta della farmaceutica si è attenuata e, a giugno, minori vendite verso Svizzera, Francia e Spagna hanno sottratto 1,3 punti alla crescita. Al suo posto sono emersi i metalli, cresciuti di quasi il 29% nel semestre, con un ruolo centrale dell’oro.

Secondo ricostruzioni, a maggio oltre tre dei 4,1 punti di crescita mensile derivavano da un singolo prodotto diretto in un unico mercato: lingotti esportati in Svizzera. Nel primo trimestre il distretto di Arezzo ha esportato metalli preziosi per oltre 6 miliardi, circa il triplo rispetto a un anno prima, mentre la produzione di gioielleria è diminuita della metà.
Il prezzo dell’oro ha toccato un picco storico attorno ai 5.600 dollari l’oncia a fine gennaio, nel pieno dell’escalation che ha preceduto l’attacco all’Iran. Anche i prodotti petroliferi raffinati hanno contribuito alla crescita di valore: nel semestre sono aumentati del 23% per effetto del rialzo dei prezzi energetici. In entrambi i casi lo Stato beneficia di una rendita legata a eventi internazionali, più che di un aumento strutturale di competitività delle imprese.
Prezzi in rialzo, margini sotto pressione
I numeri dei primi sei mesi del 2026 confermano la tendenza: i volumi crescono dello 0,7% mentre il valore avanza del 4,5%. Istat segnala oscillazioni mensili rilevanti, in parte spiegate da consegne navali: maggio e luglio chiudono in calo (-2,4% e -1,7%), giugno con un +5,1%.
Prezzi più alti non implicano automaticamente margini più elevati. A giugno l’indice dei valori medi unitari all’import è salito del 10,2%, quello all’export del 4,5%. I prezzi dei beni intermedi importati sono aumentati del 6,7% e quelli dell’energia del 20,5%; a luglio l’indice dei prezzi all’importazione rimaneva circa il 5% sopra l’anno precedente. Per imprese energivore che acquistano semilavorati dall’estero, è una combinazione che può comprimere la redditività anche con fatturati esteri in crescita.
Un surplus dipendente dagli Stati Uniti
Il boom farmaceutico del 2025 ha una spiegazione geopolitica chiara. Di fronte alle indagini Usa legate alla Sezione 232 e alla minaccia di dazi molto elevati, molti gruppi hanno anticipato le spedizioni e accumulato scorte oltreoceano. Ne è risultata un’espansione dell’export verso gli Stati Uniti del 7,2%, con la farmaceutica che cresce di oltre il 54%.
Si tratta però in gran parte di un effetto di anticipo e non di crescita ripetibile: nel primo semestre del 2026 la crescita verso il mercato americano si è fermata intorno al 2%.
Altro elemento di vulnerabilità: nel 2025 circa due terzi dell’eccedenza commerciale italiana sono stati realizzati con un solo mercato. Quel mercato ha utilizzato il commercio come strumento di pressione politica: dall’accordo di Turnberry del luglio 2025 (che fissava un dazio del 15% su molte merci europee) alla decisione di maggio 2026 sul 25% per le auto europee e ad indagini commerciali annunciate in estate come ritorsione per sanzioni antitrust dell’Unione.
Hormuz, rotte marittime e costi sistemici
Il secondo grande shock del 2026 è legato al conflitto con l’Iran iniziato il 28 febbraio. Le chiusure intermittenti dello stretto di Hormuz hanno innescato la più grave crisi energetica europea dalla fine del 2022: a settembre il Brent ha superato i 107 dollari e il gas sul mercato di Amsterdam ha toccato gli 83 euro per megawattora. Stime prudenti ipotizzano una perdita di circa un quinto delle forniture di GNL qatariote per un periodo di tre-cinque anni.
Analisi pubblicate su HuffPost hanno richiamato l’attenzione sul fatto che Hormuz non è una crisi lontana ma un nodo che ridisegna rotte e costi per l’intero Mediterraneo; gli attacchi degli Houthi alle petroliere nel Mar Rosso, lungo la via alternativa, hanno confermato questa vulnerabilità. Dazi, energia, noli, premi assicurativi e costo del credito non sono fattori isolati: sono aspetti contabili di un fenomeno strategico più ampio che aumenta l’incertezza e scoraggia investimenti di lungo periodo.
Cosa misurare per valutare davvero la competitività
Il traguardo annunciato dei 700 miliardi di export entro il 2027 è teoricamente raggiungibile: servono circa 4,3 punti di crescita nominale all’anno e, alla velocità attuale, il 2026 potrebbe chiudere intorno ai 673 miliardi. Ma questo target rischia di essere centrato grazie all’andamento dei prezzi di materie prime e energia, non per un aumento effettivo dei volumi esportati.
Per questo proponiamo di affiancare l’obiettivo nominale con un cruscotto di indicatori pubblici e osservabili:
- export in volume al netto di metalli preziosi, energia e cantieristica;
- quote di mercato a prezzi costanti rispetto ai principali concorrenti europei;
- valore aggiunto domestico contenuto nelle esportazioni;
- ragioni di scambio;
- numero di imprese esportatrici e partecipazione delle PMI.
Priorità strategiche
Dai dati emergono tre priorità chiare. Innanzitutto il mercato unico europeo, che nel 2025 e nel 2026 è cresciuto più del mercato extra‑UE ed è l’unico ambito in cui l’Italia negozia come parte di un blocco. In secondo luogo la diversificazione delle destinazioni e dei partner commerciali: qui l’accordo con l’India siglato a gennaio rappresenta un’opportunità, soprattutto per la meccanica, settore che è rimasto indietro. La terza priorità è la sicurezza delle rotte e delle forniture: non è un capitolo parallelo al commercio, ma la sua condizione di possibilità.
Il lavoro di Farnesina, Ice, Sace e Simest resta fondamentale e merita riconoscimento. Proprio per questo il racconto pubblico dovrebbe adeguarsi all’analisi: la vera misura della competitività non è quanto il mondo paghi oggi le merci italiane in una stagione di paura, ma quanto le nostre imprese siano in grado di conquistare e mantenere mercati quando l’emergenza sarà passata.











