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La Federal Reserve ha aumentato i tassi di interesse di 25 punti base, portandoli al 3,75%-4%. È la prima stretta sotto la guida di Kevin Warsh, decisa in un voto unanime che riflette timori legati all’inflazione e al rincaro energetico connesso al conflitto in Iran.
La decisione e il comunicato
Il comitato di politica monetaria ha approvato la misura con un voto 12 a 0. Nel comunicato la Fed descrive l’economia come in espansione «a un ritmo sostenuto», con consumi e investimenti che restano resilienti nonostante l’incertezza geopolitica.
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La banca centrale ha inoltre affermato che l’inflazione «rimane elevata» e che la stretta mira a favorire un ritorno più rapido all’obiettivo del 2%. Il testo ha cancellato il riferimento agli «shock dell’offerta» che nelle note precedenti attenuava la responsabilità delle pressioni sui prezzi.
Il profilo politico e le attese
Si tratta del primo rialzo dai livelli toccati nel 2023 e del primo varato con Warsh in carica, nominato da Donald Trump per sostituire Jerome Powell. Il nuovo presidente della Fed è in carica da pochi mesi.
Nei giorni precedenti alla riunione i mercati avevano ormai incorporato la possibilità di un aumento. Il FedWatch Tool del CME Group indicava una probabilità molto elevata di rialzo rispetto a un mese prima.
I dati che hanno spinto la banca centrale
Tra i numeri citati nella decisione figurano un indice dei prezzi al consumo generale al 3,4% e un indice core, che esclude alimentari ed energia, al 2,4%. Sul fronte delle materie prime, il petrolio è tornato oltre i 100 dollari al barile, mentre i rendimenti dei Treasury a 10 anni hanno raggiunto i massimi dal 2007.
Già a Jackson Hole Warsh aveva avvertito che la Fed avrebbe avuto «del lavoro da fare» se l’inflazione non si fosse allineata all’obiettivo con sufficiente rapidità. La scelta odierna conferma la volontà di lasciare che i dati guidino le mosse future.
Impatto sui bilanci di famiglie e Stato
Al di là dei numeri ufficiali, la dinamica dei prezzi alla pompa ha pesato molto nella valutazione della Fed. Un’analisi del Climate Solutions Lab della Brown University, rilanciata dal Wall Street Journal, stima che i consumatori statunitensi abbiano speso complessivamente $107 miliardi in più per benzina e diesel dall’inizio della guerra con l’Iran rispetto a quanto avrebbero pagato senza il conflitto.

L’Ufficio di bilancio del Congresso (CBO) stima inoltre costi diretti per i contribuenti pari a $38 miliardi nei primi cinque mesi del conflitto, con un effetto che potrebbe innalzare l’inflazione di circa 0,5 punti percentuali entro l’inizio del prossimo anno.
Le condizioni delle famiglie
Il quadro domestico rende la stretta più onerosa. Il tasso di risparmio delle famiglie è sceso al 3% a luglio, uno dei livelli più bassi dal 2007. La fiducia dei consumatori è scivolata ai minimi primaverili, mentre le aspettative di inflazione per il prossimo anno sono salite al 4,6%, il valore più alto da giugno.
Con l’aumento dei tassi, oneri come le rate di mutui, carte di credito e prestiti auto tenderanno a salire. Già oggi i mutui trentennali si assestano intorno al 7%, aumentando il peso delle spese mensili per molte famiglie.
La mossa della Fed chiude il quadro di una politica monetaria più restrittiva, con effetti che si rifletteranno nelle prossime settimane sui mercati finanziari e sui bilanci delle famiglie americane.











