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Un aumento dei tassi a Washington ha costretto Tokyo a cambiare rotta: la Banca del Giappone ha alzato il costo del denaro allo 1,25% per arginare la fuga di capitali e sostenere lo yen. La manovra ferma il meccanismo del carry trade ma mette sotto pressione conti pubblici e molte piccole imprese dipendenti dal credito a basso costo.
Il canale che collega Fed e BoJ
La stretta della Federal Reserve ha ripercussioni immediate oltre oceano. Un rialzo di 25 punti base deciso mercoledì dalla Fed ha spinto lo yen a perdere quasi l’1% in poche ore, toccando circa 156 sul dollaro prima di un parziale recupero.
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Per fermare l’emorragia valutaria la Banca del Giappone ha risposto con un aumento di un quarto di punto, portando il tasso di riferimento all’1,25%. Secondo il mercato e la maggior parte degli analisti la mossa era attesa: l’89% degli economisti interrogati la considerava probabile, mentre alcuni avevano ipotizzato un incremento più marcato.
Un conto salato per le finanze pubbliche
Per il Giappone ogni rialzo dei tassi si traduce in costi più elevati sul fronte del debito. Il debito pubblico supera il 220% del Pil, e la spesa per interessi prevista per l’esercizio 2026 raggiunge i 31,3 trilioni di yen — quasi un quarto della spesa pubblica e in crescita del 10,8% rispetto all’anno precedente.
Il rendimento del decennale giapponese ha superato il 3%, un livello che non si vedeva dal 1996. La spinta viene dalle preoccupazioni sui conti pubblici e dal mix di politica monetaria più restrittiva e politiche fiscali espansive promosse dall’esecutivo guidato da Sanae Takaichi. Anche il Fondo monetario internazionale ha segnalato che l’alto livello del debito potrebbe complicare la stabilità dei prezzi.
Pressioni esterne e costi dell’energia
Mantenere un ampio divario tra i tassi giapponesi e quelli statunitensi avrebbe continuato a favorire l’uscita di capitali in cerca di rendimenti più alti, deprimendo ulteriormente lo yen. Questo ha implicazioni concrete: il Giappone importa in dollari gran parte dell’energia che consuma, e il rialzo del greggio oltre i 100 dollari al barile rende i conti delle importazioni più onerosi.
Sul fronte diplomatico, il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent ha parlato con il governatore della BoJ Kazuo Ueda, sollecitando «scelte decisive» per correggere quella che Washington considera una sottovalutazione dello yen. A inizio agosto Usa e Giappone avevano già effettuato un intervento coordinato sul mercato dei cambi comprando yen con euro.
Le cosiddette «aziende zombie» e il rischio sistemico
L’era dei tassi vicini allo zero ha avuto un effetto collaterale: ha mantenuto in vita molte imprese che non generano utili sufficienti a coprire gli interessi. Secondo Teikoku Databank, nel 2024 le aziende zombie erano 210.000, pari al 14,3% del totale delle imprese giapponesi.
La dinamica non è segno di recupero: il numero complessivo di imprese è diminuito per fallimenti e chiusure, mentre il divario tra aziende solide e fragili è cresciuto.
Una simulazione di Tokyo Shoko Research mostra come anche piccoli aumenti dei tassi possano aggravare la situazione: uno scostamento di 0,3 punti percentuali farebbe aumentare la quota di zombie di circa un punto percentuale; uno scostamento dello 0,5% la porterebbe quasi a +2 punti. Le imprese con patrimonio netto negativo hanno visto crescere i loro tassi di finanziamento molto più rapidamente rispetto alle imprese in salute.
Segnali già visibili nei bilanci e nelle insolvenze
I segnali di deterioramento sono concreti. Nell’esercizio chiuso a marzo 2026 i fallimenti aziendali sono saliti a 10.425 casi, segnando il quarto anno consecutivo di aumento e per il secondo anno oltre la soglia dei 10.000, secondo stime di Teikoku Databank. Nei primi sei mesi del 2026 i casi registrati sono già 5.335, con un contributo rilevante delle difficoltà legate al caro vita.
Politica, riforme e un’unica rete di sicurezza
Per difendere lo yen e contenere il rincaro delle importazioni la scelta di alzare i tassi era vista come necessaria. Ma la stretta monetaria rischia di aggravare la pressione su decine di migliaia di piccole imprese.
Il governo punta ora su una nuova legge per la ristrutturazione aziendale, che consentirà di rinegoziare il debito privato a maggioranza e dovrebbe essere approvata entro l’anno. Ufficialmente non è pensata come misura d’emergenza, ma rappresenta al momento l’unica rete strutturale indicata per limitare danni crescenti mentre i tassi salgono.
La sfida per Tokyo resta dunque duplice: sostenere la valuta e le importazioni senza penalizzare un tessuto produttivo che in larga parte ha beneficiato per anni di costi di finanziamento eccezionalmente bassi.











