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La procuratrice generale di Torino, Lucia Musti, ha accusato che l’attentato contro una collega della Dda di Milano ha ricevuto scarsa attenzione mediatica e potrebbe essere stato sottovalutato per motivi geografici e di genere. Le sue osservazioni sono state pronunciate al convegno di Libera “Non è altrove”, dedicato alla presenza della criminalità organizzata in Piemonte.
L’intimidazione contro la pm e i dettagli dell’indagine
La magistrata milanese Alessandra Cerreti — titolare dell’inchiesta Hydra, la più ampia inchiesta antimafia oggi in Italia — è stata oggetto di un atto intimidatorio: il vetro blindato dell’auto di scorta è stato danneggiato da tre colpi, probabilmente inferti con un martello. Le indagini sono state trasferite alla procura di Brescia, competente per i magistrati di Milano.
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Il fascicolo arriva dopo una serie di episodi che hanno messo sotto pressione la pm. Circa un anno fa le stesse auto di scorta furono coinvolte in un inseguimento autostradale: le vetture, dirette verso Milano, sarebbero state prima interposte da un Suv nero e poi seguite a breve distanza fino all’ingresso in città. In passato, la fase abbreviata dell'inchiesta Hydra aveva portato a condanne per oltre 500 anni, mentre ora il processo prosegue in rito ordinario.
Non si tratta di un episodio isolato. Minacce e intimidazioni a magistrate antimafia sono state segnalate in diverse province, da Potenza a Verona, passando per Milano e Reggio Emilia, segnando un quadro di crescente pressione e rischio per le donne in prima linea contro le mafie.
Il «terrore silente» del Nord: il punto di Musti
Nel suo intervento Musti ha distinto due volti della pressione mafiosa: il “terrore evidente”, con azioni plateali tipiche di alcune aree del Paese, e il più subdolo “terrore silente” che si sviluppa nel Nord, incluso il Piemonte. Secondo la procuratrice generale, per decenni nelle regioni settentrionali e in Emilia Romagna si è preferito credere a una «favola» che negava la presenza mafiosa, anche perché qui non si sono registrati episodi di spari in strada come altrove.
Musti ha avvertito che, affinché le organizzazioni criminali possano insediarsi e operare, è necessario trasmettere segnali. Questi messaggi, ha osservato, possono essere sottili, mediati o criptici, ma raggiungono comunque il loro bersaglio.
La denuncia di Musti mette in luce una doppia criticità: da un lato il crescere delle intimidazioni rivolte alle magistrate antimafia; dall’altro la possibile sottovalutazione del fenomeno quando colpisce donne o magistrati al di fuori delle aree tradizionalmente considerate più a rischio.











