È morto Sliman Mansour, artista simbolo della resistenza palestinese

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Si è spento all’età di 79 anni Sliman Mansour, artista palestinese la cui opera ha contribuito a definire l’immagine collettiva e la memoria politica del popolo palestinese. La sua produzione, sviluppata in oltre mezzo secolo, ha unito linguaggio visivo e impegno civico, trasformando pittura e materiali in strumenti di resistenza culturale.

Un artista che ha dato volto a una storia

Nato a Birzeit nel 1947, un anno prima della Nakba, Mansour si è formato alla Bezalel Academy di Gerusalemme, diplomandosi nel 1970. La sua carriera nasce in un contesto privo di strutture culturali organizzate per i palestinesi, ma questo non gli ha impedito di plasmare un lessico visivo autonomo.

Studio d'arte con pennelli, tele e materiali tradizionali palestinesi
L’arte come memoria: lo studio dove Mansour ha plasmato il linguaggio visivo palestinese

Con pennellate e simboli ha voluto restituire dignità e memoria alla propria terra. Tra le opere più note si segnala Jamal Al Mahamel (Camel of Hardship, 1973), quadro che raffigura un vecchio facchino palestinese carico dell’intera Gerusalemme: un’immagine pensata per sintetizzare peso, perdita e attaccamento al luogo.

Materiali, censura e pratica collettiva

Negli anni Ottanta, di fronte a censure e restrizioni imposte dall’esercito israeliano, Mansour ha affrontato arresti e la confisca di lavori. Una delle misure più simboliche fu il divieto, imposto all’epoca, di combinare nei dipinti i quattro colori della bandiera palestinese.

Pigmenti naturali, fango, spezie e materiali locali su tavolozza d'arte
La pratica collettiva: materiali locali trasformati in atto di resistenza culturale

Nel 1989, durante la Prima Intifada, ha co-fondato con altri artisti il movimento New Visions. Il gruppo rispose all’appello per l’autosufficienza e per il boicottaggio dei materiali importati, adottando supporti e pigmenti locali: fango, henné, spezie, caffè, cuoio, olio d’oliva e colle di origine animale. Questa scelta non fu solo estetica, ma un atto politico e culturale volto a radicare l’arte nel territorio.

Oltre l’opera: istituzioni e insegnamento

Mansour non si è limitato a dipingere. Ha contribuito a creare infrastrutture culturali essenziali per la scena palestinese: tra i suoi progetti figurano la co-fondazione della prima galleria in Cisgiordania, Gallery 79, la nascita del Al-Wasiti Art Centre a Gerusalemme Est e la costituzione della prima accademia internazionale d’arte nei territori palestinesi, poi incorporata nell’Università di Birzeit.

Per decenni ha insegnato, formato e sostenuto generazioni di artisti locali, convinto del ruolo sociale dell’arte. Fino agli ultimi giorni di attività nello studio, Mansour ha ribadito la sua visione: «Credo nell’arte come strumento sociale, non come decorazione per le case dei ricchi».

La scomparsa di Sliman Mansour lascia un vuoto nella cultura araba contemporanea. Rimane tuttavia l’eredità di un artista che ha saputo unire pratica estetica e impegno civico, trasformando memoria e materiali in voce collettiva.

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