Mostra sommario Nascondi sommario
Ratko Mladić, il comandante militare dei serbo-bosniaci condannato per crimini di guerra, è morto all’età di 84 anni in un ospedale penitenziario delle Nazioni Unite all’Aia. La sua morte avviene dopo che nei giorni scorsi era stata respinta una richiesta serba di rilascio per motivi di salute.
Dal comando alla condanna
Salvini avverte: per il Pnrr occorrono 20 miliardi in più
È morto Sliman Mansour, artista simbolo della resistenza palestinese
Mladić fu uno dei protagonisti più noti dei conflitti che distrussero l’ex Jugoslavia. Nato il 12 marzo 1942 nel villaggio bosniaco di Bozinovici, crebbe segnata anche dalla tragedia familiare della Seconda guerra mondiale, quando il padre fu ucciso dai croati, un evento che contribuì alla sua adesione a posizioni nazionaliste.
Dopo una carriera militare nell’epoca comunista, si schierò con le forze serbe all’inizio delle guerre jugoslave. Guidò in precedenza insurrezioni in Croazia e poi assunse il comando dell’esercito serbo-bosniaco (VRS), sostenuto dalla Serbia e dall’allora presidente Slobodan Milošević.
Dopo 16 anni di latitanza, Mladić fu estradato all’Aia nel 2011 e processato nel centro di detenzione che ospita gli imputati del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia. Nel 2017 il processo si concluse con la condanna all’ergastolo per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio.
La tragedia di Srebrenica
Il suo nome è indissolubilmente legato alla carneficina di Srebrenica. L’11 luglio 1995 e nei giorni successivi più di 8.000 uomini e ragazzi bosniaci musulmani furono uccisi in quella che viene considerata la peggior strage in Europa dalla Seconda guerra mondiale.

Le forze serbe separarono i maschi dai rifugiati, li fucilarono e occultarono i corpi in fosse comuni. Migliaia di civili cercarono rifugio nella base Onu di Potočari; molti uomini tentarono invano la fuga verso Tuzla, e furono intercettati, catturati e uccisi lungo il tragitto.
Sia il tribunale per l’ex Jugoslavia sia la Corte internazionale di giustizia hanno qualificato quegli eventi come genocidio. A distanza di decenni restano ancora circa 1.000 corpi non identificati.
Richieste di scarcerazione e reazioni pubbliche
Negli ultimi mesi la Serbia aveva chiesto il rilascio umanitario di Mladić per motivi di salute, sostenendo che fosse gravemente malato dopo aver subito diversi ictus. Il Meccanismo per i tribunali penali dell’Aia (IRMCT) ha respinto le istanze, affermando che in carcere gli venivano fornite cure palliative appropriate.
Il 22 agosto il presidente serbo Aleksandar Vučić ha criticato la decisione, parlando di «principi disumani» che non riusciva a comprendere. Anche il ministro della Giustizia, Nenad Vujić, ha dichiarato il proprio «profondo rammarico» nei confronti della presidente del Meccanismo, Graciela Gatti Santana, per il mancato rilascio.
Accertamenti sulla morte
Il Meccanismo residuo internazionale per i processi penali (IRMCT) ha confermato il decesso e comunicato che Mladić è morto mentre era ricoverato in ospedale all’Aia. La presidente Graciela Gatti Santana ha ordinato «un’indagine completa» sulle circostanze della morte.
Il tribunale delle Nazioni Unite ha quindi avviato verifiche approfondite per chiarire i dettagli del decesso, che al momento sono ancora oggetto di accertamento.











