Una poltrona per due
Sino a qualche mese fa, il quadro politico era ben chiaro per quanto riguardava la coalizione del centro destra, con un leader incontrastato: ovvero Matteo Salvini segnalato in continua ascesa.
Con la nascita dell’esecutivo Draghi, la situazione cambia poiché Giorgia Meloni con Fratelli D’Italia decide di restare fuori dal nuovo governo, con l’intenzione di garantire una forma minima di opposizione, mentre la Lega, vi entra.
In precedenza i ruoli erano stati ben distinti con Salvini, quasi, padrone assoluto della coalizione, mentre Fratelli d’Italia aveva tutto sommato un ruolo di gregario, destinato a restare in scia alla forza politicamente più forte.
A molti la scelta della Meloni di restare fuori dall’esecutivo, sembrò in partenza un grave errore, poiché rischiava di condannare un partito, fino a quel momento tutto sommato autore di performance elettorali dignitose, all’irrilevanza politica.
Nulla di più sbagliato, perché da allora Fratelli D’Italia è risalita ancora di più nei sondaggi, fino a spingersi, addirittura, a superare la Lega, diventando così il primo partito della coalizione di centro destra.
Ovvio i dati vanno letti, tenendo conto del fatto che Salvini è al governo e paga in un certo senso, se così si può dire, il costo di dover mitigare i toni, assumendo per forza di cose una veste moderata, meglio governista con tutte le conseguenze che ne derivano.
Laddove gli eredi Alleanza nazionale, hanno avuto la possibilità di poter criticare anche il governo, facendo le scelte che ritenevano più opportune, non essendo forza di maggioranza.
Insomma, vi è stato per così dire un rimescolamento delle carte, che ha avuto l’effetto di scalfire la leadership di Salvini nel centro destra, che fino a qualche mese fa pareva inattaccabile e che invece appare contendibile dalla Meloni.
Anche se alle elezioni manca ancora tempo e, fino al 2023 ( difficilmente si voterà prima), ne deve scorrere ancora di acqua sotto i ponti, ma ciò che appare chiaro è che tutto può ancora cambiare e Fratelli D’Italia dovrà dimostrare di poter svolgere il ruolo di forza di governo.
Senza contare che la sfida per la guida del centro destra (così come per il centro sinistra), rischia di rimanere solo sulla carta, se la legge elettorale fosse di tipo proporzionale: infatti, come nel 2018, in nome della governabilità le coalizioni potrebbero scompaginarsi.
Qualcuno si può chiedere, perché limitare il perimetro ai soli Salvini e Meloni, con l’esclusione di altri candidati alla leadership; presto detto, la parabola di Berlusconi, non solo per motivi anagrafici, appare in declino e non si rinvengono nel centro destra altri potenziali candidati premier.
Certo potrebbero emergere altre figure, ma nel medio termine, appare difficile, per lo meno prima delle elezioni, che in caso di sconfitta o di una vittoria risicata potrebbero mettere in difficoltà i due, ormai sempre più antagonisti.
Il nuovo leader del centro destra dovrà in ogni caso essere in grado di rassicurare l’elettorato moderato, che per anni dopo la fine della DC ha trovato rifugio in Silvio Berlusconi e questo spiega anche la maggiore moderazione (probabilmente di facciata) e la corsa verso il centro di entrambi.
Come in tal senso, non prendere atto del corteggiamento di Salvini a Matteo Renzi, per ora certo alquanto abbozzato, ma che nel futuro potrebbe essere foriero di sorprese imprevedibili?
Una sfida di non poco conto, ma una cosa è sicura: in politica le diarchie non sono accette e tra Matteo Salvini e Giorgia Meloni uno solo resterà sulla scena mentre il perdente sarà destinato all’oblio.
Sempre che resti la distinzione attuale tra centro sinistra e centro destra come oggi la conosciamo e che favorisce l’individuazione di una figura di leader in entrambi gli schieramenti, altrimenti si giocherà una partita dagli esiti ancora più incerti.
