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SANZIONI, ARMI A DOPPIO TAGLIO CON EFFETTO BOOMERANG

by Calogero Jonathan Amato

Mentre l’esercito russo invade l’Ucraina ed entra a Kiev, ieri Europa e Usa hanno adottato nuove sanzioni contro Mosca. Sanzioni che Joe Biden e Ursula von der Leyen hanno definito “senza precedenti”.

Le sanzioni economiche sono l’unica arma a cui si è detto disposto a ricorrere l’Occidente, che da mesi ha escluso la difesa militare di Kiev dalle opzioni percorribili.

Ma le sanzioni hanno una storia travagliata. Funzionano poco, solo se sono forti e imposte all’unisono da molti paesi del mondo, e se chi le subisce non è un nemico determinato. Proviamo a fare chiarezza su quanto contino le sanzioni, e inoltre ci chiediamo: a che punto siamo sulla “scala” delle sanzioni possibili? Quanto potrebbe soffrirne Mosca? E cosa rischia l’Occidente?

Le sanzioni funzionano? Poco, e solo a certe particolari condizioni. Attingendo all’esperienza di oltre un secolo di storia, dalla Prima guerra mondiale ai giorni nostri, si scopre che le sanzioni economiche hanno raggiunto il loro obiettivo solo un terzo delle volte.

E ancora meno spesso (il 25%) quando lo scopo era quello di dissuadere o far cessare azioni militari. Le cose si fanno ancora più complicate se il paese sanzionato non è democratico (come la Russia): in quel caso la probabilità che abbiano successo crolla all’11%.

D’altronde di tutto questo abbiamo diversi esempi nella storia, che restano veri tutt’oggi. Proprio in questi mesi compie 60 anni l’inizio dell’embargo americano a Cuba, che mai riuscì a convincere i cubani a deporre Castro e i suoi eredi.

L’Iran degli ayatollah è sotto sanzioni dal 1979, e lo è stato per otto anni non consecutivi sul nucleare (anche se, almeno su questo, sembra che Washington e Teheran siano vicini a un accordo).

E poi le sanzioni contro il nucleare e i test missilistici della Corea del Nord (16 anni), per non parlare degli 8 anni di sanzioni contro Maduro in Venezuela (ancora al potere) e della stessa Russia dopo il primo conflitto russo-ucraino del 2014.

Insomma, la strada è in salita.

Sono “globali”? No: a oggi quasi solo i paesi del “campo occidentale” (dagli Usa all’Ue, dal Regno Unito al Giappone, dal Canada all’Australia) ha imposto sanzioni, ma si nota tra gli altri l’assenza di altri grandi paesi come Cina, India o Brasile tra i paesi sanzionatori.

Sono “forti”? Dipende. Nel 2014 il campo occidentale optò per sanzioni minori dirette a funzionari russi e oligarchi vicini a Putin, puniti con il congelamento dei loro beni o il divieto di viaggiare nei paesi sanzionatori. Misure non particolarmente efficaci a giudicare da come si è ora evoluta la situazione in Ucraina.

Di fronte alla nuova aggressione russa, Stati Uniti, UE e UK hanno provato ad alzare il tiro già martedì: bloccando i beni di alcune (medio-piccole) banche russe e vietando a Mosca l’accesso ai mercati finanziari e di capitali occidentali per rendere più complicato il finanziamento del suo debito sovrano. Non è bastato a dissuadere Putin da un attacco su larga scala.

Così l’altro ieri il pugno è stato più duro: si sono aggiunte sanzioni a banche più grandi (anche se oggi si attende di capire cosa farà l’Europa) e limiti alle esportazioni per tecnologie e settori sensibili.

A causa della riluttanza di un gran numero di paesi europei, mancano però all’appello sia l’esclusione della Russia dal sistema SWIFT (che colpirebbe sia Mosca, sia i paesi europei rendendo molto più difficili le transazioni finanziarie), sia sanzioni Ue nel settore energetico che non siano meramente simboliche.

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