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Psicodramma al Nazareno

by Nico Dente Gattola

A sorpresa Nicola Zingaretti si è dimesso da segretario del Partito Democratico, piegato in primo luogo dalle lotte intestine in un partito sempre più ostaggio delle correnti, che dalla sua nascita hanno messo in crisi più di un segretario.

Destino simile hanno avuto in passato per dire Walter Veltroni “ padre” del partito, Bersani e Matteo Renzi, ognuno arresosi davanti all’impossibilità di riuscire ad imporre la propria leadership, in un partito “balcanizzato” dalle lotte interne.

Quello che fa riflettere è che, nonostante tutto, in appena due anni il governatore del Lazio sia riuscito a riportare prima il partito al governo con il Conte Bis e poi a dimostrarne la centralità nello scacchiere della politica italiana con la nascita dell’esecutivo Draghi; senza dimenticare che nelle elezioni comunali e regionali ha evitato il tracollo  della coalizione di centro sinistra, sostanzialmente tenendo a livello di consenso.

Insomma un quadro che non giustifica una scelta del genere che se confermato porterebbe all’ennesimo cambio di segreteria, anche se per la verità qualche piccolo segnale nelle ultime settimane si era avvertito.

Potrebbe essere una mossa per rafforzare il proprio ruolo? O piuttosto il segnale di resa definitiva? Difficile che Zingaretti torni su i suoi passi, perché sa benissimo che un secondo dopo tutto ricomincerebbe uguale a prima e finirebbe di nuovo sulla graticola.

Per mesi la contestazione si è mossa sotto traccia ed adesso amplificata dalla nascita del nuovo esecutivo era pronta a concretizzarsi nell’attacco alla leadership attuale, con una richiesta forse anche di dimissioni.

Insomma per il governatore del Lazio è stato preferibile anticipare le mosse per stanare i suoi avversari e al di là dell’esito della direzione in programma e del probabile congresso mantenere una prospettiva politica personale: in poche parole una scelta fatta per avere ancora un futuro politico.

Momento politicamente non facile per Zingaretti che si è fatto carico del peso di dover accettare l’ alleanza con Salvini (sia pur temporanea) e di dover proseguire il percorso di governo con alleati scomodi come Renzi e i 5 stelle; scelte che hanno messo a dura prova la base del partito minando il DNA che si fonda anche sugli ideali della sinistra.

Molti si chiedono se però era questo il momento di una resa dei conti, con un governo appena nato e con il paese ancora in piena pandemia, con il rischio di provocare un distacco dalla politica ancora maggiore da parte del paese reale, quello che per intenderci ogni giorno si alza per fare il suo lavoro.

Il problema è che da troppo tempo il partito si trascina, incapace di trovare una strada e una linea politica condivisa che desse una prospettiva adeguata e la gestione Zingaretti, come le precedenti, non ha fatto eccezione.

Certo il leader uscente ha fatto molti errori in queste settimane, in primo luogo l’appoggio incondizionato al Conte Bis ma inutile nasconderci, il problema va oltre la guida politica uscente e forse ha radici profonde e addirittura ancestrali.

Radici che però non si trovano nelle difficoltà di fondere la tradizione operaia ed ex comunista con l’esperienza cattolica ma è nella contraddizione in cui il sistema elettorale in vigore ha fatto precipitare il partito.

Nelle intenzioni dei suoi “padri fondatori”, in primo luogo di Walter Veltroni, il P.D doveva essere un partito a vocazione maggioritaria, solo che il quasi contemporaneo ritorno al proporzionale ha condizionato l’esperimento, nel senso che ha agevolato la frammentazione interna con tutte le conseguenze a livello di proliferazione delle correnti.

Fin quando il partito non ritroverà la sua vocazione maggioritaria, le cose sono destinate solo a peggiorare, con tutte le conseguenze del caso anche per il paese, visto che volenti o nolenti siamo al cospetto della principale forza di sinistra.

 

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