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Pietro Nenni: un ‘gigante’ sconfitto dalla voracità del conservatorismo reazionario italiano

by Vittorio Lussana

Di Vittorio Lussana

“Ricordati di votare per il Partito socialista italiano: quello di Nenni e non quello di Saragat”. Queste furono le parole che mio nonno, Vittorio Lussana, disse a mio padre, quando gli chiese quale Partito dovesse votare, per la prima volta, nella sua vita. Era il 1963. E in quella fase della nostra ancor giovane democrazia si stava delineando un tentativo, quello del primo centrosinistra, che liberava il Psi dalla sua subalternità al Partito comunista italiano di Pietro Secchia e Palmiro Togliatti, rendendolo autonomo. E questo concetto di una politica ‘autonomista’ è ciò che andrebbe colto veramente per ricordare Pietro Nenni a 41 anni esatti dalla sua scomparsa. Perché quel primo esperimento di moderata apertura a sinistra e ai rappresentanti delle forze del lavoro rappresenta, ancora oggi l’unica formula politica progettata, in Italia, con qualche chiaroveggenza, provvista di un ‘input’ strategico e preceduta da un dibattito di ragguardevole dignità culturale.

In realtà, di ‘apertura a sinistra’ si era già cominciato a parlare dopo le elezioni politiche del 1953, quando l’ingresso nella maggioranza del Partito guidato da Pietro Nenni si profilò come l’unico rimedio possibile al logoramento del blocco ‘centrista’, composto dalla Democrazia cristiana e dai Partiti laici: Pri, Pli e Psdi. Le mosse che vennero predisposte in vista della sua realizzazione servirono, innanzitutto, a garantire l’elezione di ben tre presidenti della Repubblica: Giovanni Gronchi nel 1955; Antonio Segni nel 1962; Giuseppe Saragat nel 1965. In secondo luogo, le posizioni favorevoli o contrarie all’adozione di quella ‘formula’ si cristallizzarono in ‘correnti’ organizzate all’interno di tutti i Partiti. E il dibattito sulla sua opportunità e, prim’ancora, sulla sua liceità, scosse ambienti e istituzioni che andavano dalle gerarchie ecclesiastiche alla Confindustria, dai sindacati alla stampa indipendente. L’interrogativo che a questo punto sorge spontaneo è, perciò, il seguente: perché quel tentativo, preparato per quasi dieci anni, negoziato con estrema prudenza e uscito vittorioso da polemiche piccole e meno piccole si rivelò particolarmente arido di frutti concreti?

A un simile quesito si possono proporre tre tipi di risposte, ognuna delle quali dotata di un proprio grado di fondatezza:

 1) come solitamente avviene in Italia, i primi governi di centrosinistra furono condizionati dalle straordinarie resistenze che quell’esperimento incontrò in diversi ambienti: alti comandi dell’Esercito e dell’arma dei Carabinieri, prefetti e questori in carriera sin dal ventennio fascista e i nostri servizi di sicurezza ormai abituati a lavorare con la Cia nell’ambito delle strutture della Nato, non si persuasero praticamente mai che l’unico modo per isolare i comunisti era quello di offrire portafogli ministeriali ai socialisti;

 2) una seconda causa del parziale insuccesso di quei primi Governi ‘progressisti’ è da ricercare nella reciproca ‘sordità di intenti’ che s’ingenerò tra intellettuali e politici: i primi, in particolare quelli cattolici, concepirono l’accordo in modo quasi ‘teologico’, come una grande occasione per garantire equità distributiva, uguaglianza assistenziale e giustizia tributaria a tutti i cittadini. I secondi, invece – e primo fra tutti proprio Aldo Moro – apprezzavano la formula in sé per il suo intrinseco valore di ‘intesa costituente’, la quale, attraverso l’allargamento dell’area democratica, avrebbe posto il sistema politico italiano al riparo da ogni genere di minaccia di carattere eversivo o rivoluzionario. Siro Lombardini, tanto per fare esempio, in un pamphlet intitolato ‘Fondamenti e problemi dell’economia del benessere’ aveva teorizzato un sistema di sviluppo e di modernizzazione improntato a un’etica cristiana, che doveva porsi l’obiettivo di giungere a una “massimizzazione dell’utile sociale”, mentre Pasquale Saraceno, segnalando gli squilibri territoriali del nostro sistema economico, aveva criticato severamente il modello di industrializzazione imposto, in Italia, a causa della latitanza dei poteri pubblici, il quale non era riuscito “a esaudire la giusta domanda del lavoratore di essere utilizzato, ai saggi di retribuzione correnti, nel luogo in cui egli risiede e per la prestazione che vuole fornire”. All’opposto, Aldo Moro, nell’introdurre l’VIII Congresso nazionale della Dc, con modalità apparentemente ‘soporifere’ si augurò che “nessuno, nella Dc”, sostenesse “la tesi qualunquista della preminenza e sufficienza del programma”, precisando, a scanso di equivoci, che l’obiettivo dello scudocrociato doveva esser quello di “conseguire una più solida garanzia e un più completo sviluppo di uno stabile equilibrio in seno al sistema democratico italiano, cooptando senza rischi – e anzi con vantaggio – il Psi per la guida politica del Paese e la difesa delle istituzioni”;

 3) la terza risposta al quesito sopra espresso risale, infine, allo stato di salute con il quale proprio il Psi affrontò, a quei tempi, la questione della propria coabitazione al governo del Paese con le forze moderate. Innanzitutto, il Partito di Pietro Nenni e Riccardo Lombardi era profondamente diviso tra una corrente ‘autonomista’ – riecco ‘sbucare’ l’aggettivo più interessante di tale questione – che propugnava un accordo a ogni costo con la Dc e due correnti di sinistra che, invece, lo avversavano, ora in ossequio all’unità di classe con il Pci (i ‘carristi’ di Tullio Vecchietti e Dario Valori), ora in nome di una disseminazione di ‘contropoteri’ nella società borghese (Lelio Basso).

Insomma, diversamente dai democristiani, che potevano tacitare le proprie opposizioni interne con incarichi di potere nel Partito o nel ‘parastato’, i socialisti non possedevano alcun mezzo di compensazione del proprio dissenso interno. Oltre a ciò, non sempre gli autonomisti interpretavano il centrosinistra allo stesso modo: secondo Pietro Nenni, si trattava di “far entrare nella ‘stanza dei bottoni’ i rappresentanti delle masse popolari, allo scopo di attuare una politica delle cose”, ovvero in base a un’accezione sostanzialmente laburista dell’impegno socialista, mentre invece, per Riccardo Lombardi, occorreva procedere a una serie di “riforme di struttura (demolizione dei monopoli, nuove leggi in materia fiscale, urbanistica e scolastica) in grado di modificare i rapporti fra le classi sociali italiane, trasformando la natura stessa dello Stato”.

Tale piattaforma programmatica è stata definita dallo storico Luciano Cafagna: “Ideologismo dimostrativo”. Essa si pose come disegno di fondo di tutti i provvedimenti di riforma che il Psi tentò di stimolare in cambio della propria collaborazione al governo. Un primo cenno sui limiti di tale progettualità può innanzitutto intravedersi in relazione a quanto accadde durante la nota questione della nazionalizzazione dell’energia elettrica: quell’operazione, infatti, tramite alcuni rimborsi alle società espropriate, introdusse nei fortilizi del capitalismo italiano alcuni elementi di disordine e di ‘pirateria finanziaria’ che non riuscirono minimamente a scalfire il potere degli ex monopoli, sbarrando altresì la strada a ogni progetto di ‘azionariato diffuso’ senza nemmeno raggiungere lo scopo, fondamentale, di ridurre i costi energetici e applicare tariffe differenziate, le quali avrebbero potuto favorire concretamente un più equilibrato sviluppo del Paese su scala regionale, elettrificando l’agricoltura e stimolando maggiormente l’industrializzazione del Mezzogiorno.

Anche in un altro provvedimento assai qualificante, del primo centrosinistra, cioé l’acconto sull’imposta complementare richiesto ai possessori di azioni da una legge del dicembre del 1962 che si riprometteva di coprire l’onere di spesa pubblica già deliberata e di reprimere l’evasione fiscale attraverso la nominatività dei titoli, prevalsero di gran lunga effetti negativi: il fatto che ai percettori stranieri di utili azionari fosse consentito di versare un’aliquota del 15% in forma di ‘cedolare secca’ invogliò a una precipitosa fuga di capitali verso la Svizzera e determinò un grave turbamento degli indici di borsa.

In buona sostanza, l’ideologismo dimostrativo di Riccardo Lombardi finì col determinare, a un certo punto, un vero e proprio panico tra gli operatori economici e, quindi, ulteriori diffidenze verso la formula del centrosinistra, dando luogo ad arroccamenti, a improvvise controffensive, a inattesi ‘agguati parlamentari’, nonché a un sostanziale abbandono di ogni seria ipotesi di creazione di un più efficiente sistema di ‘welfare’. Il disegno ‘lombardiano’ si è dimostrato, purtroppo, quanto mai inadatto alla situazione. Ma Nenni non aveva ‘in mano’ nient’altro.

L’analisi di Giuseppe Saragat (“Qui occorrono più case, più scuole, più ospedali…”) era, in realtà, il ‘suggerimento corretto’: aveva il solo difetto di provenire da un pulpito puramente predicatorio e sterilmente saccente. Ma più gravi difetti possedeva la cultura socialista che, all’epoca, lo dileggiò: cosa mai avrebbe potuto impedire alla finanza pubblica italiana non dissestata dei primi anni ’60 del secolo scorso di impostare una seria politica di riforme sociali? E perché mai la Dc avrebbe dovuto rifiutarla? Solamente in quel modo, la ‘svolta’ del centrosinistra avrebbe avuto un significato veramente incisivo e profondo per gli italiani. Invece, cominciarono lunghe e travagliatissime disquisizioni sulla riforma urbanistica, sulla riforma scolastica, su quella regionale e su quella sanitaria.

Il ‘radicalismo’ di Lombardi era assai meno ‘temerario’ di quanto non apparisse a prima vista. Anche perché s’ispirava a quella specie di manifesto filosofico del centrosinistra denominato: ‘Nota aggiuntiva alla relazione generale sulla situazione economica del Paese per il 1961’, redatta dall’allora ministro del Bilancio, Ugo La Malfa, che sintetizzava in un atto di governo analisi variamente motivate, ma fondate sul denominatore comune del riformismo laico e di quello cattolico. Ponendo in evidenza come gli svolgimenti del mercato fossero stati corretti, nel decennio precedente, con interventi discontinui e non sempre coordinati di politica economica, i quali avevano accentuato il carattere ‘dualistico’ dell’economia italiana determinando, sotto l’aspetto territoriale, una distinta velocità di sviluppo tra nord’Italia e Mezzogiorno, disordinati fenomeni di migrazione interna, una ‘compressione’ dei consumi più essenziali a beneficio di quelli più opulenti e, quindi, un vero e proprio ‘sfasamento’ tra l’arricchimento della società e il suo effettivo progresso sociale e civile, La Malfa aveva inteso patrocinare una programmazione dell’intervento pubblico che permettesse di superare gradualmente gli squilibri e mantenere, attraverso una razionale ‘politica dei redditi’, tassi elevati ed equilibrati di crescita, anche nelle fasi congiunturali economicamente sfavorevoli. Ma tutto qusto finì col rivelarsi come una grande occasione mancata.

A quanto già ricostruito, si debbono inoltre aggiungere le modalità, del tutto particolari, dell’opposizione comunista. Ufficialmente, il Pci denunciò nell’operazione del primo centrosinistra “il tentativo di dividere la classe operaia occupandone una parte cospicua, al fine di farle accettare il sistema di produzione vigente neutralizzandone le capacità di lotta per un autentico rinnovamento sociale”. Tuttavia, il mantenimento di molti rapporti unitari con i socialisti nelle amministrazioni di numerosi enti locali e in alcune organizzazioni di massa, dai sindacati alle cooperative, consigliò di evitare ogni scontro frontale, anche allo scopo, come diceva Togliatti in persona, “di non fare il gioco del nemico”, visto che la destra democristiana aveva cominciato a reclamare l’uscita dei socialisti dalla Cgil e il ricambio delle giunte ‘rosse’ in una logica di omologazione tra centro e periferia.

Parecchi comunisti, tuttavia, iniziarono a ‘scalpitare’, non riuscendo a digerire il ‘voltafaccia’ di compagni in altre epoche ubbidienti. Ciò anche a causa della loro storica sensibilità verso la ‘questione cattolica’, che li portava al gioco, rischiosissimo, dell’amoreggiamento con le correnti democristiane – dalla ‘Sinistra di base’ di Nicola Pistelli alle ‘Forze nuove’ di Carlo Donat Cattin – le quali, a loro volta, amavano scavalcare a sinistra il Psi, mostrando insofferenza per la sua scarsa iniziativa. Ma una simile propensione ai ‘giri di valzer’ poteva produrre solamente ‘danni’ per il Pci, poiché incattivì i socialisti, che non mutarono nemmeno le loro opinioni più discutibili, annichilendo al contempo ogni velleità di confronto con i ‘comunistelli di sagrestia’.

Infine, l’avversione della Chiesa al centrosinistra fu compatta e senza incrinature. La natura specifica di un simile ‘veto’ si basava sull’assoluta inconciliabilità tra cattolicesimo e marxismo, anche nelle sue forme più temperate e ‘umaniste’, giacché il socialismo rappresentava, per le gerarchie vaticane di allora, “un sistema ideologico interamente rivolto alla prassi”. Se un simile atteggiamento seminò delusione e sconforto tra le avanguardie cattoliche, che avevano scorto nell’abbraccio con i ‘diversi’ una feconda possibilità di sconfiggere l’integrismo clericale e confessionalista, esso creò imbarazzi anche nella stessa sinistra democristiana, variamente imbevuta di umanesimo religioso. Dunque, anche allorquando il centrosinistra divenne formula politica inevitabile – e cioè nei primi anni ’60 del secolo scorso – a garantire che nulla si sarebbe realizzato, né sul piano dei princìpi, né su quello dell’azione, provvidero i ‘dorotei’, una corrente ‘centrista’ della Democrazia cristiana assolutamente maestra nella mediazione al ribasso, nel moderatismo empirico e nella ‘politique d’abord’.

La vastità delle opposizioni al centrosinistra così come Pietro Nenni lo aveva immaginato e pensato, indusse i protagonisti di quell’esperimento a una fretta angosciosa – quella “dell’ora o mai più” – che li portò a mettere in moto, quasi disperatamente, una serie di tentativi di riforma di interi settori della società. Tentativi che ebbero una ‘vita’ difficilissima. Fu così, per esempio, per la riforma della scuola e per quella urbanistica.

La prima, tra queste, può esser presa come il classico esempio relativo al clima di tensione che, in Italia, si viene a creare ogni qual volta sembra esserci l’intenzione di modificare seriamente un settore pubblico qualsiasi. In un primo momento, infatti, venne posta in discussione al Senato della Repubblica una proposta di legge comunista, la ‘Donini – Luporini’, che i socialisti condividevano praticamente per intero. Il ministro della Pubblica istruzione, il democristiano Giuseppe Medici, decise allora di approntare un proprio progetto di legge che, tuttavia, non si discostava di molto dal vecchio disegno ‘bottaiano’. La proposta venne criticata da più parti per il proprio immobilismo e le evidenti incongruenze. Ma allorquando il presidente del Senato, il liberale Cesare Merzagora, minacciò di portare in discussione il disegno di legge del Pci, il governo si decise finalmente a dar vita a un ‘Medici 2’, che congiunse ‘gattopardescamente’ la differenziazione degli accessi alle scuole superiori non più a una quadripartizione istituzionale dei corsi, bensì in base alle opzioni compiute dagli alunni nel secondo anno di scuola media inferiore. Nel frattempo, gli eventi precipitarono, con la costituzione del Governo Tambroni e i moti genovesi del luglio 1960. E della riforma scolastica non se ne parlò più sino all’insediamento di un nuovo ‘monocolore’ democristiano presieduto da Amintore Fanfani, sostenuto all’esterno dai Partiti laici e con la ‘benevola’ astensione dei socialisti: il famoso governo delle “convergenze parallele”.

Bene: il nuovo esecutivo, attraverso l’azione del ministro Giacinto Bosco, tentò di aggirare ogni ostacolo sperimentando, per via amministrativa, fino a 304 cicli di scuola media inferiore unificata, presentando al contempo, presso la VI commissione del Senato, una serie di emendamenti che accoglievano in gran parte le richieste socialiste e persino quelle comuniste, compresa la soppressione dei corsi post elementari. Per una volta, i ‘giochi’ sembravano fatti. Invece, la sostituzione a viale Trastevere di Giacinto Bosco con Luigi Gui – un ‘doroteo’ dal temperamento ‘spigoloso’ – scompaginò nuovamente gli equilibri raggiunti, inondando Palazzo Madama di emendamenti che cancellarono totalmente il lavoro del precedente ministro.

Il conflitto divenne, a quel punto, apertamente politico: la Dc stava dimostrando in pieno tutta la sua ‘accidia prelatizia’. Esso venne risolto in sede di trattativa con il cosiddetto ‘compromesso Codignola–Gui’, il quale, dopo opportuna ‘blindatura’, venne portato in aula e approvato anche se rappresentativo di una riforma ‘monca’, che non incise più di tanto sul vecchio assetto ‘elitario’ e ‘classista’ della scuola italiana.

Se già la riforma della scuola dell’obbligo aveva trovato un compromesso faticosissimo, così non fu per numerosi altri disegni di legge: la riforma urbanistica del democristiano Fiorentino Sullo venne completamente ‘insabbiata’ e giudicata dlale forze reazionarie e conservatrici italiane “un vero e proprio attentato alla proprietà privata”. Nel 1963, il nuovo ministro dei Lavori Pubblici di un esecutivo quadripartito di centrosinistra ‘organico’, presieduto da Aldo Moro in persona, il socialista Giovanni Pieraccini, tentò di riparare alla totale mancanza di una razionale regolamentazione della materia, introducendo una serie di principi legislativi fondamentali. Ma la discussione divampò nuovamente, poiché intorno alla questione degli espropri amministrativi buona parte della Dc iniziò ad accusare i socialisti di tentare una sorta di “nazionalizzazione della casa”, in ciò ‘spalleggiata’ da quei settori dell’imprenditoria edile i quali, già da decenni, praticavano le più ‘sanguinarie’ speculazioni giuocando sulle ‘plusvalenze territoriali’, sull’abusivismo imperante e sulla completa assenza di ogni limitazione normativa.

Per concludere. tenendo presente anche il cattivo esito della riforma sanitaria nazionale, la quale, dopo una discussione interminabile, finì con l’essere attuata solamente ‘all’alba’ del 1978 attraverso un sistema mutualistico tutto imperniato attorno alle Unità sanitarie locali, che divennero subito un vero e proprio ‘terreno di caccia’ dei politici, ingenerando gravissime forme di ‘clientelismo’ a scapito di ogni sana competenza meritocratica e di ogni funzionalità medico-scientifica, il vero problema sostanziale che si delineò ai tempi del primo centrosinistra fu quello di un Psi che proprio non riuscì a imporre la propria volontà politica a un mondo moderato italiano che ha sempre dimostrato tutta la propria ‘voracità’.

Dispiace affermarlo e scrivero, ma il Psi è rimasto troppo a lungo persuaso che il continuo rinvio di riforme essenziali per la creazione di un normalissimo sistema di ‘welfare state’ derivasse dalla propria limitata consistenza elettorale. Per di più, nel Partito di Nenni si era radicata l’idea secondo la quale non fosse necessario bonificare le istituzioni, tenere aperto un contenzioso permanente con la Dc sul buon andamento della macchina pubblica e destituire i cattivi servitori dello Stato per attingere alla competenza di funzionari e di tecnici politicamente neutrali, ma ligi alla lettera allo spirito delle leggi e della Costituzione, bensì che si dovesse riformare tutto e tutti, a ogni costo, senza mai sopprimere organi, enti o magistrature inutili, bensì creandone, al contrario, delle nuove, nell’erronea convinzione che l’obiettivo di una buona efficienza dello Stato possa essere raggiunto semplicemente ‘incoronando’ qualche ‘esperto d’area’ da affiancare ai manager o ai ‘tecnici’ democristiani, come avvenuto, per esempio, ai tempi della nascita dell’Enel, in cui il socialista Luigi Grassini affiancò, in qualità di vicepresidente, il democristiano Di Cagno, dando il via, di fatto, a una vera e propria lottizzazione politica di tutti gli incarichi nei vari enti di Stato e parastato. Compresa la Rai.

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