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È morto il 23 agosto 2026 Fabrizio Plessi, artista tra i pionieri della videoarte europea. Aveva 86 anni e lascia un corpus in cui la tecnologia diventa materia sensibile capace di evocare memoria, elementi naturali e tempo.
La materia prima: acqua e immagine
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Quando si pensa a Plessi, la prima immagine non è uno schermo ma l’elemento liquido. L’acqua che sale, che scorre dentro colonne di pietra senza bagnarle, è il motivo ricorrente di una ricerca iniziata alla fine degli anni Sessanta, prima che il video fosse considerato linguaggio artistico.

Per decenni ha trattato il video non come finestra ma come materiale: luminoso, plastico, innestabile in superfici e volumi tradizionali. Così il monitor diventa marmo; l’immagine elettronica attraversa la materia anziché sostituirla. L’effetto è la trasformazione della tecnologia in uno strumento di evocazione, non in un fine a sé.
Tra Todi e l’esperienza diretta
Nell’estate del 2022, durante il progetto che portò a Todi Todi Today, Secret Water e la mostra Progetti del mondo, lo incontrai e mi disse una frase che riassumeva il suo approccio: «Il problema è sempre quello di dominare le tecnologie, altrimenti saranno le tecnologie a dominare le nostre vite». Non era un rifiuto del nuovo mezzo, ma un richiamo a usarlo per riannodare memoria, corpo e storia.
A Todi collocò una torre elettronica di dodici metri in cui l’acqua digitale saliva e ricadeva senza soluzione di continuità, dialogando con la massa medievale della piazza. Nelle cisterne romane, Secret Water sostituiva simbolicamente l’acqua reale con colonne di flussi elettronici: non un’imitazione, bensì una memoria dell’acqua.
Opere e tappe principali
Plessi nasce a Reggio Emilia nel 1940 e si forma a Venezia. Il suo percorso attraversa mostre e festival internazionali, con presenze costanti alla Biennale di Venezia e partecipazioni decisive che ne hanno fissato la traiettoria.

- Acquabiografico (1973) — prime esplorazioni dell’acqua come forma narrativa;
- Bronx — Biennale di Venezia, 1986, con la televisione usata come elemento scultoreo;
- Roma — Documenta 8, Kassel, 1987, consolidamento internazionale;
- Mare Verticale — Expo 2000, Hannover, icona dell’acqua trasformata in architettura elettronica;
- Progetti del mondo (2013) — tavole e disegni che svelano la dimensione progettuale e mentale del suo lavoro;
- Todi Today e Secret Water — installazioni presentate nel 2022 a Todi.
Alla Biennale di Venezia partecipò più volte, a partire dal 1970 e poi nel 1972, 1978, 1984, 1986, 2005 e 2011. Il suo lavoro ha saputo confrontarsi con diverse tecnologie — dal videotape ai monitor a tubo catodico, fino ai display a plasma e LED — senza perdere coerenza poetica.
Un linguaggio fatto di opposizioni conviventi
Plessi costruì un’arte degli accostamenti impossibili: il fuoco che non brucia, la pietra illuminata, colonne antiche che custodiscono flussi elettronici. Dietro l’apparato spettacolare c’era sempre una ricerca sull’esperienza percettiva e sulla memoria. L’artista prendeva la macchina e la ricollegava al corpo e alla storia, smontando l’idea che la novità tecnologica debba necessariamente soppiantare il passato.
In molte opere l’elemento liquido è tempo visibile: scorre ma non conduce a un approdo, resta movimento puro. È una delle costanti che lega la sua poetica ai grandi pensatori che hanno riflettuto sull’acqua come immaginazione e metamorfosi.
Eredità e attualità
Oggi che la produzione delle immagini è sempre più automatizzata e la linea tra artificiale e naturale si mostra sempre più sfumata, la proposta di Plessi di «umanizzare» la tecnologia suona meno come slogan e più come domanda concreta. La sua lezione riguarda il modo in cui abitiamo le immagini che produciamo e il modo in cui manteniamo insieme passato e futuro, materia e simulazione.
Le soluzioni tecniche con cui operò sono cambiate, ma la struttura poetica delle sue opere è rimasta stabile. Nei momenti migliori l’arte di Plessi riesce a far dimenticare la macchina, lasciando a emergere la forza dell’elemento evocato: acqua, fuoco, memoria.
Plessi se n’è andato, ma nei suoi schermi l’acqua continua a scorrere. Quella corrente permanente è forse la sua più chiara eredità: un invito a pensare la tecnologia non come sostituto del mondo, ma come mezzo per conservarne e rinnovarne la memoria.











