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- Un percorso che intreccia passato e presente
- Otto sezioni per mappare la citazione
- Dalla pratica della copia al quadro che contiene un altro quadro
- Il passato come materia da rielaborare
- Il caso Morandi e le eredità che diventano soggetto
- Grafie, firme e trasposizioni sensoriali
- Dal concetto di “cover” alla cultura di massa
- Avida Dollars: quando il museo assorbe la cultura consumistica
Al Mart di Rovereto una mostra mette a fuoco il rapporto tra opere che si rispecchiano, si riscrivono e si trasmettono nel tempo. “Di quadro in quadro. L’arte della citazione”, a cura di Daniela Ferrari, riunisce 150 lavori per raccontare come la pratica della citazione attraversi secoli e linguaggi diversi.
Un percorso che intreccia passato e presente
Il progetto espone opere di quasi ottanta artisti, dal Novecento fino ai contemporanei, per esplorare la citazione come dispositivo creativo. Nomi come Giorgio de Chirico, Giorgio Morandi, Giulio Paolini, Andy Warhol, Francesco Vezzoli e Ai Weiwei dialogano con personalità della Pop art, delle avanguardie e con le ricerche più recenti.
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Lo spettatore è invitato a seguire rimandi evidenti e tracce più sottili: un gesto, una postura, la ripresa di una composizione o la citazione di una firma possono trasformare la lettura di un’opera. Il significato si costruisce così nello scambio tra immagini note e nuove riletture.
Otto sezioni per mappare la citazione
Il percorso è strutturato in otto sezioni tematiche — Vis à vis, La copia, Quadri nei quadri, Grafie e cromie, D’après, Il caso Morandi, Cover e Avida Dollars — che seguono l’evoluzione del richiamo all’opera precedente, dalla pratica accademica alla riproducibilità di massa.
Dalla pratica della copia al quadro che contiene un altro quadro
La mostra apre con il confronto di Giulio Paolini con la pittura rinascimentale. In opere come “Giovane che guarda Lorenzo Lotto” (1967) e “Controfigura (critica del punto di vista)” (1981) Paolini usa riproduzioni e sostituzioni per mettere in crisi ruoli e prospettive tra autore, modello e osservatore.
Per secoli la copia è stata un passaggio formativo centrale. Pur contestata dalle avanguardie, la pratica tornò significativa con il ritorno all’ordine dopo la Prima guerra mondiale: ne è esempio Giorgio de Chirico, che riprese modelli di Raffaello e altri maestri inserendoli nel proprio linguaggio metafisico.
Accanto alle copie pittoriche, la mostra documenta il ruolo delle incisioni e della fotografia nella circolazione delle immagini. Riprodurre senza vedere l’originale ha cambiato la memoria visiva collettiva e le strategie di appropriazione.
Il passato come materia da rielaborare
Non sempre la citazione è adesione: il francese d’après definisce una rielaborazione libera, in cui l’opera precedente diventa spunto per invenzioni personali. Nel XX secolo molti artisti italiani hanno guardato al Rinascimento per costruire un linguaggio moderno basato su equilibrio e misura.
Esempi concreti compaiono nella sala dedicata a Achille Funi, che nel suo ritratto richiama Raffaello, e in lavori di Felice Casorati e Massimo Campigli, modellati sull’esempio di Piero della Francesca. Campigli, nel 1954, rilegge la composizione di Una domenica alla Grande Jatte di Georges Seurat secondo il proprio vocabolario stilistico.
Il caso Morandi e le eredità che diventano soggetto
Un’intera sezione si concentra su Giorgio Morandi, il cui repertorio di bottiglie e recipienti è stato ripreso da pittori, scultori e fotografi. Le nature morte di Morandi funzionano come modello e materia: la ripetizione diventa indagine.
Il suo Autoritratto del 1924, per esempio, rimanda a composizioni di Jean-Baptiste Camille Corot conservate al Louvre, mostrando come la citazione attraversi anche i confini del genere autoritratto. In questa sezione si confrontano approcci diversi: Claudio Parmiggiani evoca presenze perdute nello studio, mentre Mary Ellen Bartley documenta, con fotografie, gli oggetti della Casa Museo Morandi.
Grafie, firme e trasposizioni sensoriali
Elementi di dettaglio trovano spazio: le firme staccate dal loro contesto, le cromie tradotte in suono. In Brand Names, Andrea Facco isola autografi di maestri come Manet e Picasso, trasformando il segno d’autenticità in frammento autonoma.
David Reimondo sperimenta una forma di “cromofonetica”: i colori si traducono in suoni e sillabe, capovolgendo il rapporto tra visione e linguaggio.
Dal concetto di “cover” alla cultura di massa
La sezione Cover prende in prestito il linguaggio musicale per indicare opere che riscrivono immagini famose mantenendone alcuni segni riconoscibili. Qui emergono fotografie, installazioni e interpretazioni pop.
Un esempio emblematico è la rilettura della Gioconda da parte di Ai Weiwei, ricostruita con mattoncini Lego e segnata da una macchia di panna che rimanda all’azione compiuta nel 2022 contro il vetro protettivo dell’originale. La scultura somma l’autorità del modello, la serialità del giocattolo e la memoria dell’evento mediatico.
Altri interventi giocano sull’identità: Tano Festa semplifica i volumi michelangioleschi in silhouette grafiche, mentre Luigi Ontani si traveste e si impersona all’interno dei soggetti storici, trasformando la citazione in performance fotografica.
Stefano Arienti porta la cover al suo senso materiale: ricopre una riproduzione delle Ninfee di Monet con strati di plastilina colorata, convertendo il gesto pittorico in rilievo.
Avida Dollars: quando il museo assorbe la cultura consumistica
La sezione finale, intitolata con l’anagramma coniato da André Breton per Dalí, indaga la svolta in cui la citazione riguarda anche cinema, pubblicità e prodotti di consumo. Con la Pop art la riproduzione diventa seriale e la cultura di massa entra nel museo.
Le Brillo Box e le Marilyn di Andy Warhol trasformano oggetti industriali e immagini cinematografiche in icone. Queste opere sono poi fonte per nuove riletture, da Arnold Mario Dall’O a Vittoria Chierici, fino alle Marilyn di Ugo Nespolo e Carlo Pasini.
In conclusione, “Di quadro in quadro” mostra come la citazione sia al tempo stesso memoria e invenzione. Le immagini non restano vincolate a un periodo o a un autore: si rimettono in gioco, cambiano supporto e senso, e continuano a nutrire il dialogo tra passato e presente.











