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Durante i lavori di ampliamento dello stabilimento del Pastificio Garofalo a Gragnano è emersa una vasta necropoli arcaica che cambia la conoscenza della zona. Dopo due anni di scavi, conclusi appena una settimana fa, gli archeologi hanno registrato dati e reperti di grande rilievo per la storia del territorio campano.
Un cantiere che ha rivelato un sito antico
Gli interventi di archeologia preventiva, avviati per consentire l’espansione dell’azienda, hanno portato alla luce una necropoli della prima metà del VI secolo a.C. estesa su circa duemila metri quadrati.
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Il bilancio finora documentato conta 85 sepolture e quasi mille reperti. Gli scavi sono stati condotti da un team scientifico coordinato dalla Soprintendenza per l’Area Metropolitana di Napoli insieme a Geomed, nell’ambito delle procedure previste dal Ministero della Cultura.
Per l’amministratore delegato del Pastificio Garofalo, Massimo Menna, la scoperta rappresenta «motivo di grande orgoglio e di profondo senso di responsabilità» per la società coinvolta nel cantiere.
Cosa raccontano le tombe
Le sepolture appartengono a individui di tutte le età: uomini, donne, bambini. Finora gli antropologi hanno identificato almeno 16 adulti, quattro bambini e 15 infanti; le analisi proseguono per il resto dei corpi.
I corredi funerari sono sorprendentemente ben conservati. Sono emersi vasellame, gioielli, armi, ornamenti e materiali organici raramente preservati: tessuti, oggetti lignei e cestini intrecciati custoditi dentro casse funerarie in tufo.
Tra gli oggetti più significativi figurano una coppa da vino recante un’iscrizione augurale traducibile con «Salve, bevi bene», anfore corinzie, crateri laconici, coppe ioniche, ceramiche attiche e scarabei provenienti dalle officine egizie di Naukratis. Non mancano ambre zoomorfe, pezzi in argento e bronzo di tradizione etrusca e graffiti alfabetici incisi su alcuni manufatti.
Un crocevia del Mediterraneo arcaico
La qualità e la provenienza dei reperti delineano il ruolo strategico dell’area di Gragnano nel VI secolo a.C. Situato fra la Penisola Sorrentina e la valle del Sarno, il sito sembra aver fatto parte delle rotte commerciali che collegavano il mondo greco, l’Etruria e l’Egitto.
Elementi come scarabei egizi e prodotti attici suggeriscono scambi a lunga distanza e la presenza di reti mercantili attive nella regione. Per gli studiosi, questi dati aiutano anche a interpretare l’evoluzione insediativa dell’antico Ager Stabianus e riaprono questioni legate al rapporto con i materiali già noti da Longola e dalle aree limitrofe della più antica Stabia.
Strati più antichi e indagini sui resti umani
Al di sotto della necropoli sono riaffiorate tracce di frequentazione molto anteriori: buche di palo, piani di combustione e un forno a ferro di cavallo attribuiti all’Età del Rame e del Bronzo. Il dato indica una continuità d’uso dell’area protrattasi per millenni.
Le analisi bioarcheologiche sui resti scheletrici hanno già evidenziato segni di artrosi, ernie, ascessi, casi di rachitismo infantile e deformazioni legate ad attività lavorative. I ricercatori intendono ora integrare studi di alimentazione, mobilità e salute tramite un approccio multidisciplinare che coinvolge archeologi, antropologi e specialisti in archeometria.
Documentazione, copertura del sito e futuro dei reperti
La procedura prevista prevede la completa documentazione scientifica seguita dalla ricopertura dell’area. Questa prassi tutela i contesti emersi e consente di ripristinare il terreno una volta concluse le indagini.
Resta aperta la decisione sulla collocazione dei reperti: il sindaco di Gragnano, Aniello D’Auria, propone di esporli nel futuro Museo della Pasta di Gragnano, in costruzione nelle vicinanze del rinvenimento. Il Parco Archeologico di Pompei, invece, ne rivendica il legame con l’antico territorio dell’Ager Stabianus.











