Home Attualità Trattativa Stato- mafia, Salvo Andò: “Le istituzioni della Repubblica non sono state ostaggio della mafia”

Trattativa Stato- mafia, Salvo Andò: “Le istituzioni della Repubblica non sono state ostaggio della mafia”

by Rosario Sorace

Numerosi e divergenti sono stati i commenti sulla sentenza di secondo grado sulla trattativa Sato – mafia. In attesa di conoscere le motivazioni della sentenza e, quindi, esprimere un giudizio completo anche Salvo Andò fornisce il suo punto di vista.

Come si spiegano sentenze così contrastanti e opposte tra primo e secondo grado?

La sentenza con cui la Corte d’Appello di Palermo nel processo relativo alla trattativa stato-mafia ha capovolto il verdetto dato dai giudici di 1º grado, affermando che nessuna trattativa vi è stata, ha prodotto reazioni di segno opposto nell’opinione pubblica.

Ciò è del tutto comprensibile, tenuto conto della forte valenza politica di questo processo. Sulla strategia stragista, attuata dalla mafia per piegare lo Stato e costringerlo a trattare, la discussione pubblica in questi anni è stata intensa. Anche per questa ragione le indagini si sono rivelate difficili.

Pare sbagliato, tuttavia, adesso, di fronte a due sentenze che affermano verità diverse nel dispositivo, contrapporre i giudici di 1°grado a quelli d’appello, quasi che i primi fossero stati inflessibili nel giudicare i comportamenti di alcuni servitori dello stato ritenuti infedeli, mentre i secondi meno severi, o addirittura prigionieri del formalismo giuridico. Ancora più sbagliato è far dire alla sentenza ciò che essa non dice, per ottenere motivazioni in qualche modo ”correttive”.

Le due corti, valutate le prove, hanno dato una lettura di esse divergente sul punto della presunta trattativa.

La sentenza d’appello ha deluso indubbiamente le aspettative di una certa antimafia politicante, che pretendeva una sentenza utile, più che giusta alla luce delle risultanze processuali.

Una cosa pare certa. La tesi secondo cui le istituzioni della Repubblica sarebbero state ostaggio della mafia pare definitivamente demolita dai giudici d’appello, fermo restando che vi sono stati legami significativi tra uomini delle istituzioni e i clan, accertate dai tribunali nel corso degli anni. Non c’è stata, però, la trattativa stato-mafia per fermare le stragi.

Ritieni che la vicenda sia stata strumentalizzata per fini politici e per delegittimare uomini dello Stato?

I delusi di questa sentenza sono coloro che hanno utilizzato l’inchiesta sulla trattativa come un punto fermo per dare più forza ad una caccia alle streghe diretta a penalizzare alcuni settori politici e ad avvantaggiarne altri.

Dalla motivazione della sentenza potrebbe emergere che vi sono state strategie investigative censurabili per prevenire le stragi. Ma il patto collusivo tra stato e mafia è un’altra cosa!

Chi ancora sostiene la tesi della trattativa vuole ad ogni costo riscrivere la storia della Repubblica ,magari per dimostrare che il progresso italiano è fatto più di ombre che di luci. Si tratta di un sospetto ingiusto che può alimentare la polemica politica, ma non guidare le scelte fatte dai tribunali.

Di questa riscrittura della storia della Repubblica in ogni caso dovrebbe occuparsi una commissione parlamentare d’inchiesta, e non i Pm, che, per quanto professionalmente preparati, non sempre hanno la necessaria cultura politica per affrontare temi così complessi.

Dopo questa sentenza d’appello, bisogna ridare fiducia ai servitori dello Stato condannati in primo grado per gravissimi reati. Sono stati assolti, ed è ingiusto fare patire loro ancora la gogna mediatica.

C’è chi a ciò si oppone, ritenendo che la sentenza d’appello possa trasmettere al Paese un messaggio di resa alla mafia, anziché stimolare un sempre più forte impegno civile nella lotta per la legalità. Le sentenze, però, non devono trasmettere messaggi per mobilitare l’opinione pubblica, ma accertare l’esistenza di reati.

Alla luce delle due sentenze pensi che la magistratura e i in particolare i Pm dell’inchiesta abbiano perso credibilità ?

E’ auspicabile, una volta conosciute le motivazioni, una serena discussione sulla sentenza di Palermo. Un importante contributo in questo senso può venire non dai giudici che l’hanno emessa, considerato che i giudici parlano attraverso le decisioni che prendono, ma dai pm coinvolti nelle indagini, che normalmente sono più loquaci e decisi a difendere la loro verità con ogni mezzo, anche avvalendosi del sostegno offerto dai media.

I pm non devono cercare rivincite invocando la solidarietà della piazza. Ma è anche bene che sul versante degli antigiustizialisti non si celebri la sconfitta del pool di Palermo, perché a quei pm bisogna manifestare riconoscenza per il lavoro svolto, per i tanti rischi che ancora corrono indagando sulla criminalità mafiosa.

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