Home In evidenza Spese militari: Due Italiani su tre sono contrari. La maggioranza del Parlamento non li rappresenta

Spese militari: Due Italiani su tre sono contrari. La maggioranza del Parlamento non li rappresenta

by Freelance

Di Raffaele Mortellaro

Secondo un recente sondaggio di Ipsos, circa il 62% degli intervistati sembrerebbe avere idee ben diverse da quelle del nostro Arco Parlamentare, dentro il quale l’unica divisione importante è stata la richiesta, da parte del M5S, di arrivare al risultato del 2% di Prodotto Interno Lordo impiegato nella difesa entro il 2028 invece del 2024.

Secondo questi intervistati, la ricerca di una mediazione con il Cremlino passa per un “alleggerimento” del nostro sostegno militare a Kiev.

Un 24% ritiene invece giusta la linea del Governo Draghi (e delle opposizioni) di continuare a inviare armi e sostenere il governo ucraino.

Il fatto che buona parte degli Italiani non sia in alcun modo rappresentato, nelle istituzioni, su una vicenda così importante non è indice di una democrazia in salute.

La popolarità di certi studiosi, che hanno polarizzato intorno a sé una parte consistente dell’opinione pubblica, è in gran parte dovuta al vuoto lasciato dalla politica.

Altro aspetto interessante è come tanti cittadini solitamente tendenti a semplificare, sensibili alle sirene del populismo, riconoscano la complessità della questione.

Paradossale anche che una classe dirigente presentata come “la migliore possibile” abbia liquidato il tema parlando di condizionatori accesi e sia ben lungi da aver trovato abbastanza gas sui mercati da potersi, ad oggi, permettere con credibilità una certa retorica bellicista.

Quella posizione che qui nessuno vuole prendere rischia però di trovare più di un sostenitore tra i paesi europei.

Un mese e mezzo di guerra inizia a segnare la differenza tra i paesi più e meno connessi, economicamente, alla Russia.

La Germania frena sull’embargo degli idrocarburi, e ci sono state le prime frizioni tra Kiev e Berlino (suo più grande prestatore di denaro) con il rifiuto della visita del Presidente Steinmaier.

L’impressione è che ci si sia troppo fidati dei primissimi report di guerra, che davano dopo le prime due settimane la Russia al collasso, senza più rinforzi, senza munizioni e addirittura in default.

L’idea era probabilmente di ritrovarsi, dopo poco tempo, di fronte a un benzinaio col viso gonfio di botte e con la tuta strappata, con cui tornare al “business as usual”, magari addirittura con maggior potere contrattuale.

Al netto del disastro militare russo nel primo mese, niente di tutto ciò è avvenuto. Pare invece che, se volessimo essere veramente incisivi nella guerra economica a Mosca, ci servirebbe subito qualche decina di navi cariche di gas, forse 150 al giorno.

Si dà anche ormai per scontato l’allargamento della NATO a Svezia o Finlandia, ma probabilmente la decisione definitiva dei due paesi storicamente neutrali dipenderà più dall’andamento del conflitto nei prossimi giorni che da quanto visto finora, e anche da quanto l’Europa resterà compatta.

Il prezzo che sta pagando Kiev per le sue ambizioni è sotto gli occhi di tutti. E adesso siamo chiamati alla prova dei fatti, perché è la fermezza, la tenuta dell’Occidente (che non ha trovato sodali nel resto del mondo in questa sua ultima crociata) ad essere messa sempre più alla prova.

Nelle prossime settimane si vedrà se siamo veramente “tornati in pista”, come ripete qualche studioso che sul collasso della Russia, però, aveva scommesso parecchio.

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