Home In evidenza Salvo Andò: “I referendum elettorali degli anni ’90 hanno sdoganato l’antipolitica”

Salvo Andò: “I referendum elettorali degli anni ’90 hanno sdoganato l’antipolitica”

by Rosario Sorace

Sono passati trent’anni dal referendum sulla preferenza unica che aveva l’obiettivo di rifare l’Italia attraverso una nuova legge elettorale maggioritaria destinata a ridare lo scettro al popolo. I quesiti referendari portati avanti da Mario Segni miravano però soprattutto a dare una spallata al sistema dei partiti che venivano dai referendari presentati come il male assoluto, come il nemico da abbattere per potere rinnovare la vita politica.

In questi decenni invece abbiamo visto numerose riforme elettorali che avevano solo in comune la caratteristica di essere fatti su misura per privilegiare le esigenze di carattere contingente delle maggioranze di governo. Si è passati quindi dal maggioritario al proporzionale, più o meno puri o corretti, il risultato in termini di governabilità è stato sempre assai modesto e tutto è continuato come prima registrando addirittura dei picchi nel processo di proliferazione dei partiti che non avevano precedenti nella storia unitaria.

Si è arrivati addirittura ad una trentina di partiti spesso nati con lo scopo di complicare la vita dei governi più che semplificarla. Tale processo iniziato con la stagione dei referendum non ha né prodotto le riforme istituzionali, né tantomeno rinnovato le classi dirigenti.

Anzi, abbiamo avuto élites sempre più incompetenti, con scarso senso dello stato, più corrotte, che hanno danneggiato seriamente l’immagine del paese a livello internazionale. Nel 1991 Salvo Andò era Presidente del Gruppo Parlamentare del Psi alla Camera dei Deputati.

Egli può ben ricostruire il clima politico di quegli anni e spiegare come mai di fronte ad un attacco così duro ai partiti che avevano costruito l’Italia democratica, gli stessi partiti storici non abbiano fatto muro per evitare una deriva avventurosa che, distruggendo i partiti, avrebbe inevitabilmente messo in crisi il sistema politico creando fratture sempre più profonde nel Paese.

A distanza di trent’anni dal referendum sulla preferenza unica si può tentare una riflessione serena sugli errori che sono stati allora compiuti e sulle conseguenze che essi hanno prodotto nella vita del Paese.

Alcuni politici e studiosi hanno in questi giorni celebrato il referendum per la preferenza unica del 9 giugno 1991 come un evento storico, destinato a sbloccare le riforme rivitalizzando la democrazia parlamentare. Si tratta di una lettura non veritiera di quell’iniziativa.

Il referendum aveva un prevalente carattere antipolitico. Il tono aggressivo con cui veniva liquidata in quella campagna referendaria la storia dei partiti della Repubblica che, avendo ricostruito l’Italia distrutta dalla guerra e garantito un importante percorso democratico, mirava a creare una frattura tra popolo e partiti, e non solo ad impedire la competizione, attraverso le preferenze all’interno dei partiti al momento del voto.

La canea scatenatasi contro i partiti non poteva non influire sulla qualità della vita politica, producendo disaffezione verso ogni forma di partecipazione, e, quindi, un crescente astensionismo elettorale, uno scadimento del dibattito pubblico sempre più dominato dal gossip e dalla rissa tra i leader, la ricerca di uomini della provvidenza in grado di tutelare l’interesse pubblico in assenza di un vitale pluralismo politico.

I partiti sono stati decisivi per la nascita della Repubblica e l’approvazione della Costituzione in tempi assai rapidi. Averne disconosciuto i meriti si è rivelata una scelta suicida, visti anche i risultati prodotti dalla Seconda Repubblica.

Ritieni che siano stati dannosi questi referendum?

I referendum elettorali del 1991 e del 1993 non hanno facilitato le riforme, né dato al paese più stabilità politica, nè favorito il formarsi di forti legami sociali. Anzi. In un paese assai frantumato quanto a orientamenti politici e interessi di campanile come il nostro, le crociate ideologiche prodotte dai referendum hanno creato steccati, radicalizzato il conflitto politico, promosso astiosi processi al passato.

E’ accaduto che l’iniziativa referendaria del 91 sia stata interpretata come l’atto fondativo di un nuovo ciclo politico ed istituzionale, caratterizzato dalla nascita di movimenti che nel corso degli anni hanno messo in discussione la stessa forma dei partiti, sempre più ”privatizzati”.

L’oggetto vero del referendum non era la preferenza unica, ma la demolizione attraverso la clava referendaria, passo dopo passo, di un sistema politico organizzato sulla base di partiti dalla forte organizzazione e dal diffuso radicamento sociale. E paradossale registrare che chi si candidava a salvare l’Italia con il maggioritario ha assistito impotente all’avvio di un ciclo politico e istituzionale che ha prodotto governi brevi, legislature addirittura brevissime e riportato in vita il proporzionale.

La verità è che i referendum elettorali non esprimevano un progetto riformista, grazie al fronte referendario che non era in grado di esprimere una nuova dirigenza politica. I movimenti dell’antipolitica via via formatisi, proclamandosi né di destra, né di sinistra, rivendicavano un’identità solo negativa, incitando alla lotta contro i nemici dell’Italia, che di volta in volta erano l’ Europa, i poteri forti dell’economia, le grandi potenze ostili all’Italia, ma non riuscire ad esprimere una precisa idea di paese.

E’ in questo contesto che emergono nuovi leader presentati come salvatori della patria, perché in grado di rigirare il paese come un calzino (si pensi a Di Pietro, a Grillo). Ma i referendum elettorali hanno prodotto soprattutto l’affermarsi del berlusconismo come fenomeno sociale e politico.

Berlusconi ha creato e gestito un partito con gli stessi strumenti – e in parte con gli stessi uomini – con cui aveva proceduto alle scalate aziendali, diventando paradossalmente un modello da imitare anche per gli eredi dei partiti storici della Repubblica.

Nasce così la Seconda Repubblica, che vede emergere i cd ”uomini del fare” e i tecnici che teorizzavano la diseguaglianza sociale come prezzo inevitabile da pagare alla crescita. Inoltre, con buona pace dei promotori dei referendum, nel nuovo regime la corruzione viene ad assumere un carattere sistemico, ed è finalizzata all’arricchimento personale, e non certo al finanziamento dei partiti via via dissoltisi.

Si registra addirittura la compravendita dei parlamentari alla luce del sole. Sicuramente tra i promotori dei referendum c’erano anime belle che vedevano i partiti come il male assoluto, ma c’erano anche propagandisti disinvolti che promettevano al popolo ciò che non potevano dare, abusando della credulità popolare.

Certo è che non era vero quello raccontavano, e cioè che la fine dei partiti fosse inevitabile con la fine della guerra fredda. La guerra fredda in Europa dopo l’89 era finita per tutti, ma i grandi partiti di massa sono rimasti in piedi, al governo o all’opposizione.

Essi ancora oggi sono un baluardo che si oppone alla conquista del governo da parte di movimenti che inneggiano alla shoah, al razzismo ,all’antipolitica, all’antieuropeismo. Solo in Italia si è avuto il definitivo dissesto del sistema politico. I partiti della Prima Repubblica avevano assolto a questo ruolo; l’averne disconosciuto i meriti, anche attraverso i referendum elettorali, si è rivelata una scelta suicida di cui adesso si piangono le conseguenze.

Una volta questo livore antipartitico era ritenuto qualunquismo, indifferenza alla politica; poi si è trovato un termine che meglio lo descrive: antipolitica, cioè l’atteggiamento tipico di chi teme il pluralismo politico, la libera competizione delle idee, non essendo in grado di reggere alle tensioni che il pensiero critico può produrre.

L’antipolitica ha dissolto una trama di relazioni politiche che è difficile ricostruire. E’ venuto meno quell’idem sentire sui destini del paese che consentì anche negli anni più difficili della ricostruzione di poter contare, nonostante le contrapposizioni ideologiche prodotte dalla guerra fredda, sulla convergenza di maggioranza ed opposizione nella difesa della Repubblica.

L’antipolitica destrutturando il sistema dei partiti, insomma, non poteva non rendere ancora più debole il senso dello stato. E’ un fatto che i referendum elettorali del 1991 e del 1993, nonostante i roboanti annunci, non hanno prodotto alcuna grande riforma, non hanno dato al paese più stabilità politica, non hanno favorito il formarsi di forti legami sociali. Anzi.

In un paese in cui la competizione politica tende a degenerare in rissa come il nostro, hanno creato steccati politici tra la vecchia e la nuova politica, che taluni hanno utilizzato per incitare all’odio verso uomini ed esperienze della prima repubblica, e, soprattutto, hanno deprivato il sistema democratico del suo prevalente tratto emancipante.

E’ innegabile che ”i partiti della Repubblica”, secondo l’efficace definizione di Scoppola, non sempre hanno saputo mantenere alta la tensione morale che aveva caratterizzato la vita pubblica negli anni della ricostruzione del paese. E però avevano avuto il merito storico di politicizzare il paese e di esprimere classi dirigenti competenti e fedeli ai valor repubblicani.

La verità è che le iniziative referendarie del 91 e del 93 non esprimevano un progetto riformista. Il composito fronte referendario non era in grado di dare al paese una nuova dirigenza politica, come poi è stato dimostrato dai fatti.

Veniva, insomma, bollata l’attività di intermediazione svolta dai partiti come scippo di sovranità popolare, senza individuare quali nuovi intermediari dovevano assolvere a questo ruolo.

Che carattere ha assunto questo vento dell’antipolitica e cosa covava dietro il movimento referendario ?

I Movimenti dell’antipolitica, proclamandosi né di destra, né di sinistra, hanno rivendicato una identità solo negativa, incitando alla lotta contro i nemici dell’Italia, che di volta in volta erano l’ Europa, i poteri forti dell’economia, le grandi potenze ostili al nostro paese.

Non hanno mai dimostrato di avere una precisa strategia su come ricollocare in un mondo sempre più interdipendente.

E’ in questo contesto che maturano svolte politiche presentate come storiche (si pensi al dipietrismo, al renzismo, al grillismo) destinate ad esaurire la propria spinta propulsiva nel giro di pochissimi anni, a causa anche della crescente volatilità del voto.

I referendari, approfittando della confusione prodotta dalla fine del comunismo, pensavano di poter vincere facile alle politiche, di non avere competitori pronti, organizzati. Ma la gente non si è fidata di tanti dilettanti allo sbaraglio che dovevano liquidare il passato, di illustri sconosciuti che si atteggiavano ad uomini della provvidenza, ed ha votato per Berlusconi.

Insomma i sedicenti rivoluzionari sono rimasti con un pugno di mosche in mano. Hanno consegnato il paese a Berlusconi che spiegava di non voler dare il paese in mano ai post comunisti animati da voglia di vendetta. Non c’è un solo risultato positivo che sia scaturito dalla rivoluzione referendaria, per la semplice ragione che una riforma della legge elettorale non poteva di per sé modificare la forma di governo e cambiare il sistema politico nel momento in cui gli attori politici storici, i partiti ,venivano azzerati.

Era un’illusione quella di rifare il paese dall’oggi al domani grazie al maggioritario che avrebbe garantito una stabile maggioranza. Quella maggioranza si è sfarinata nel giro di 6 mesi. In sostanza, la distruzione dei partiti, cominciata con i referendum elettorali, ha prodotto una forte disaffezione verso la politica producendo veri e propri movimenti del rancore sociale in un crescente rifiuto dell’appartenenza ad una comunità politica. Si è trattato di fattori non certo secondari di ingovernabilità e di ulteriori tensioni sociali.

I partiti nuovi senza identità e radicamenti sociali, cercando un consenso immediato, hanno cavalcato le proteste di piazza senza mai sentirsi vincolati all’attuazione di un progetto politico e coerente, che andasse al di là delle emergenze. In questo contesto i partiti nuovi si presentavano come aggregazioni di grandi elettori al seguito di capitani di ventura che si proponevano come uomini della provvidenza.

Le nuove classi politiche sono state prodotte scegliendo a casaccio sulla base di criteri che non riguardavano gli indirizzi politici. Nel grande vuoto di potere prodotto dalla fine dei partiti c’è chi si è impadronito dei partiti facendo partiti personali, c’è chi ha creato un partito azienda attraverso la confusione, durata fino a ieri l’altro, tra affari pubblici e affari privati, magari inserendo i propri dipendenti e proprie famiglie ai vertici delle istituzioni per poter avere un controllo senza responsabilità del processo di decisione politica, c’è chi ha utilizzato il vuoto di potere per teorizzare la necessità di cancellare ogni segno di appartenenza culturale, ideologica all’interno dei partiti privatizzati che nascevano ritenendo che l’appartenenza politica e gli stessi ideali politici, non le ideologie, costituissero un’ eredità negativa del 900.

Gli esiti che sono seguiti a questo referendum sono stati l’inizio di Tangentopoli, le stragi mafiose del 92-94 e l’avvento dell’era di Berlusconi.

I referendum hanno prodotto un vuoto di potere, l’avvento di una Seconda Repubblica che non si riconosceva nel atto Costituzionale. Era questa la Repubblica di Berlusconi, un tycoon fortunato e intelligente che ha creato e gestito un partito con gli stessi strumenti con cui ha proceduto alle scalate aziendali, diventando un modello da imitare anche per gli eredi dei partiti storici della Repubblica.

E’ la repubblica dei governi tecnici che teorizzavano la diseguaglianza sociale come prezzo inevitabile da pagare alla crescita e dei superburocrati, sempre più lottizzati e sempre più protesi a garantirsi la fuga dalla responsabilità, ma al tempo stesso, a imporre a decisori pubblici inesperti la loro volontà.

Inoltre nella Seconda Repubblica la corruzione è venuta ad assumere un carattere sistemico, coinvolgendo uomini collocati sui rami alti e sui rami bassi delle istituzioni, per fini di arricchimento personale e non certo per finanziare i partiti ormai dissolti.

Nessuna grande riforma ha visto la luce, anche per le resistenze opposte da alcuni dei protagonisti dei referendum elettorali che via via nel corso degli anni spiegavano che la Costituzione non solo non si tocca, ma neppure si ritocca. Ecco ciò che resta dell’epopea dei referendum elettorali oggi.

Ma ciò era prevedibile se si considera che tra i promotori dei referendum c’erano anime belle che vedevano i partiti come il male assoluto, ma c’erano anche propagandisti disinvolti che promettevano al popolo ciò che non potevano dare essendo privi di qualunque seguito politico.

Essi hanno insomma reso un grande servigio a quei nemici della Repubblica e della Costituzione, i nostalgici e i bigotti che avevano ormai un ruolo marginale nella vita politica italiana, in un paese politicizzato, consentendone lo sdoganamento nel nome dell’antipolitica.

Non è accettabile che questo errore lo si giustifichi invocando il big bang scaturito dalla fine della guerra fredda. La guerra fredda in Europa dopo l’89 era finita per tutti, ma i grandi partiti di massa sono rimasti in piedi sia pure con alterne vicende politiche, e non sono arrivate al potere in nessun paese maggioranze razziste, che inneggiano al nazifascismo, alla antipolitica, all’antieuropeismo.

Non c’è dubbio che di questa sconfitta della politica, rimasta orfana dei grandi partiti di massa, sono oggettivamente responsabili soprattutto i promotori dei referendum elettorali degli anni 91-93, che hanno destrutturato la Repubblica senza avere le idee ed il carisma necessari per ricostruirla.

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