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“Nota semiseria sul mio Pci”

by Freelance

Di Nunziatina Spatafora

Il Pci, che non sta per personal computer italiano, ma per Partito comunista italiano, quest’anno avrebbe compiuto cento anni. Confesso che non ho ancora comprato nessun libro pubblicato per la ricorrenza, ma ho letto degli interessanti interventi di analisi sulle pagine dei giornali, dei post sui social di autorevoli intellettuali e politici.

Un refrain comune è la mancata prospettiva riformista del Pci italiano, a partire dal 1921. Si può essere d’accordo sul 1921 e gli anni a seguire ma la storia del Pci del secondo dopoguerra è un’altra cosa. Non desidero addentrarmi in un’analisi storica di cui non ho le competenze o arringare ideologicamente, invece desidero raccontare il mio Pci.

Mi tesserai al partito della sezione di Giarre intorno al 1977, nel frattempo ero attiva in un gruppo di donne dove si affrontava autonomamente la nostra politica di libertà, scopersi dopo che questa si chiamava doppia militanza, per me fu un fatto istintivo.

Del Pci ricordo le lunghe riunioni la cui relazione introduttiva partiva dalla rivoluzione d’ottobre per arrivare alla questione locale. Era un metodo di visione generale del ragionamento, il che non era male. Ricordo soprattutto gli interventi dei “compagni” artigiani e operai che intervenivano, sempre con lo stesso metodo, con lucidi ragionamenti politici.

Ricordo le molte domeniche dedicate ai congressi o alle varie iniziative del partito locale, provinciale o regionale, le cui famose “conclusioni” politiche erano affidate agli interventi dei dirigenti riconosciuti, come Emanuele Macaluso, Pio La Torre, Enrico Berlinguer, Giorgio Napolitano, Achille Occhetto, Nilde Iotti, Luciano Violante, Aldo Tortorella.

Sì, erano soprattutto uomini quelli che giravano nelle grandi occasioni, nonostante nel partito ci fosse una numerosa e qualificata presenza femminile. Ricordo la forza e la sacralità con cui si difendevano le istituzioni, mentre si aspettava un mondo proiettato in un futuro diverso da quello in cui vivevamo.

Nel frattempo i comunisti pensavano che un operaio valeva sul piano dei diritti quanto un padrone: la sanità per tutti gli italiani, le 150 ore per chi desiderava impossessarsi del sapere come consapevolezza di sé e del mondo, la vecchia idea gramsciana.

Ricordo la dura selezione della classe dirigente, segnata dai rapporti di forza e a volte dall’amicizia, sempre, però, con un profilo molto alto. Mi ricordo ancora l’appoggio ai referendum sul divorzio e sull’aborto che sancì la fine dell’aborto clandestino.

Ed ancora l’obiettivo di eleggere tante donne, nonostante i rimbrotti degli uomini. Intanto la rossa Emilia, senza ostentazione, creava ricchezza in una parte della pianura padana e realizzava servizi invidiati anche in America, come gli asili nido di Modena.

In attesa, sempre, che si avverasse la rivoluzione. I comunisti, spesso in maggioranza con il Psi, che governavano non solo l’Emilia, generavano le condizioni di una qualità della vita che in Sicilia ci sognavamo. Nel frattempo si organizzavano le Feste dell’Unità come importante appuntamento di svago e politico, i cui interlocutori segnavano già un programma di alleanze.

Nel frattempo sulla rivista settimanale Rinascita si potevano leggere articoli, per non dire brevi saggi, sulla nuova storiografia degli Annali o interventi di architetti sul recupero dei centri storici come elemento di un programma politico e culturale.

Intanto Pietro Ingrao nel 1976, che rappresentava la sinistra del partito, fu eletto presidente della Camera. Poi ci fu la condanna del terrorismo, la lotta alla mafia e la lotta per la pace, perché il Pci, con Pio La Torre in testa, non voleva i missili a Comiso.

Questo partito, nonostante tutto, non era considerato abbastanza riformista, non gli riconoscevano la patente per governare il Paese, come scriveva il buon Eugenio Scalfari su La Repubblica, lui che era stato fascista, si ricordi della discussione tra lui e lo scrittore antifascista Italo Calvino, monarchico al referendum per sua stessa ammissione, e convertitosi per forza di cose al liberalismo della nostra Repubblica.

La rivolta o la rivoluzione, il Pci non la innescò nemmeno nel luglio del 1948, quando avvenne l’attentato a Togliatti e i comunisti erano ancora memori delle persecuzioni fasciste. L’occasione poteva rappresentare, per qualche frangia politica, un appuntamento da non mancare, ma non fu così e non solo perché Togliatti invitò alla calma, semplicemente non era nella testa dei comunisti italiani fare la rivoluzione di luglio.

Noi donne nel partito avevamo i nostri spazi che non erano un recinto femminile, ma una stanza tutta per noi dove potere parlare, elaborare, confrontarci e proporre al partito, oppure scriverne sulla importante rivista Donne e Politica A Giarre le mie prime azioni rivoluzionarie furono dei manifesti di denunzia sulla mancanza di asili nido, di un consultorio e del reparto di ostetricia dell’ospedale di Giarre, problemi per i quali mi incontrai, insieme ad altre donne, con il dott. Nunzio Sorbello, allora assessore ai servizi sociali del comune.

L’altra azione rivoluzionaria a cui partecipai è stata quella di costringere l’allora amministrazione comunale ad assegnare ai legittimi assegnatari gli alloggi popolari di via Trieste, i famosi 248 alloggi, perché costituivano uno strumento di consenso elettorale.

Il tesseramento al partito non era un adempimento burocratico, ma un ‘occasione di relazione e scambio di opinioni. Per me era l’occasione di incontrare il professore Nicola Mineo che mi riceveva per fare quattro chiacchiere politiche nella sua ricca biblioteca, il professore Nardino Patanè e Pippo Bosco, fratello di Camillo.

I comunisti, spesso in maggioranza con il Psi, che governavano non solo l’Emilia, generavano le condizioni di una qualità della vita che in Sicilia ci sognavamo. Pippo mi raccontava dei problemi lavorativi della sua cava. L’altra strategia rivoluzionaria, che ho condiviso, del Pci giarrese fu quella di una visione unitaria per lo sviluppo di questo territorio.

Il partito, semplificando, era costituto da un’area riformista e governativa che addirittura nel 1958 portò alla famosa operazione in Sicilia del governo Milazzo che vide coinvolta una parte della Democrazia cristiana del PCI e del Movimento Sociale, cioè i fascisti!

L’altra ala era quella più rivoluzionaria a cui mi sentivo più vicina. Non condividevo le idee della maggioranza riformista che si è poi dedicata alla difesa della borghesia imprenditoriale, lasciando le periferie, e poi gli operai al proprio destino.

Non a caso le periferie di oggi ed il piccolo ceto sociale rappresentano un problema. Negli anni più avanti non condivisi l’assenso del partito alla privatizzazione delle infrastrutture che oggi si chiamano beni comuni: l’acqua, l’ energia, le ferrovie, le autostrade ed il silenzio sul potenziamento della sanità privata, perché erano i beni basilari su cui lo Stato aveva investito per fare grande l’Italia.

Allora, nonostante il suo riformismo perché il Pci non condannò l’Unione Sovietica dove le libertà ed i diritti erano stati cancellati? Perché rappresentava un ombrello, il cui modello era da non imitare, che preservava però la stessa esistenza del Pci, considerato che negli USA nel dopoguerra fu praticata la caccia e l’ostracismo verso i comunisti e nella stessa Italia molti personaggi fascisti tranquillamente occupavano posti di potere, tale da potere fare esplodere una bomba a piazza Fontana ed ordire trame contro la democrazia.

Anche questo clima incise nella mancata condanna da parte del Pci all’invasione dell’Ungheria, che era da parte dell’URSS un’azione di forza ma soprattutto di insicurezza Mi chiedo infatti: possibile che l’intellingence USA in tanti decenni non abbia capito che L’URSS aveva i piedi di argilla, come fu scritto sui quotidiani nel 1989 al crollo del muro di Berlino, proprio per la sua politica economica e per i mancati diritti civili e politici?

La paura instillata di un’invasione o ingerenza russa in Europa o meglio in Italia, per l’anomalia di un forte partito comunista italiano, mi fa venire in mente il binomio verità/ giustizia nel ‘Il Contesto di Leonardo Sciascia’, dove si accusa una giustizia autoreferenziale che non sempre corrisponde alla verità, anzi essa ha bisogno di spargere paura per giustificare ed avallare la propria funzione.

Nel nostro caso è stata la politica, in un preciso contesto, a spargere verità per isolare un partito dal significativo consenso elettorale. Quando Moro apre al Pci viene rapito ed ucciso. Anche questa volta il partito fu rigido nel combattere il destabilizzante terrorismo degli anni settanta.

Restare nell’orbita dell‘Unione Sovietica fu per il Pci, dunque, soprattutto per i primi decenni del dopoguerra, una credenziale per esistere. Superata la fase critica Enrico Berlinguer affermò che per l’Italia era importante l’ombrello della NATO, ma già da anni per il Pci era un fatto incontrovertibile. Il Pci fece molti errori politici ma sempre all’interno di un orizzonte democratico, e per molti decenni ebbe la capacità di motivare ed educare alla politica il suo popolo di cui scrive Sciascia, che non era comunista, “Non riesco ad essere anticomunista non per i dirigenti ma per la gente che c’è dentro. Considero che la gente che sta dentro al Partito comunista e continua a votare comunista sia la parte migliore del popolo italiano. Quindi ho ancora rispetto, non per l’ideologia comunista, non per il partito com’ è strutturato, ma per la gente che c’ è dentro”.

Ed io mi sentivo dentro questo popolo. Al solito Sciascia contraddisse e si contraddisse, perché fu eletto come indipendente nelle liste del partito al consiglio comunale di Palermo, che presto abbandonò, e fu amico di molti dirigenti comunisti siciliani che si spesero per quel popolo. Penso, infine, che non solo il popolo comunista era la parte migliore del popolo italiano, ma lo erano anche i popoli democristiani e socialisti.

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