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Politici alla ricerca di alibi per il referendum fallito

by Romano Franco

Il referendum sulla giustizia è stato un flop sensazionale. Sono molti gli alibi che si possono attribuire a questo tentativo fallito di modifica della giustizia italiana.

C’è chi dice che la colpa è dei media, della politica o, come dice Calderoli della Lega, siamo tutti vittime di un complotto.

Fatto sta che gli italiani hanno perso tempo e denaro per concretizzare un nulla di fatto.

L’affluenza ai seggi alle 19.00 era solo del 14,84% di quelli aventi diritto e questa debacle, scuse a parte, è sotto gli occhi di tutti. Chi ha lavorato per redigere i quesiti e per lo stesso referendum non può non tener conto dei fatti.

Probabilmente, se si fosse votato per eutanasia e cannabis ci sarebbe stata molta più affluenza. Ma nessuna colpa può essere così grave come quella di aver redatto le modifiche con la solita superficialità e menefreghismo che si attribuisce alla nostra classe dirigente.

“La Lega ringrazia i milioni di italiani che hanno votato o voteranno nonostante un solo giorno con le urne aperte, il silenzio di troppi media e politici, il weekend estivo e il vergognoso caos seggi visto per esempio a Palermo”, commentano già nel tardo pomeriggio fonti leghiste.

L’accusa è stata condivisa anche da Silvio Berlusconi, l’uomo dei media italiani, secondo cui i referendum sulla giustizia “sono stati boicottati con il voto in un giorno solo. Sono stati boicottati con il silenzio assoluto su molti giornali e sulla televisione di Stato”.

Il tutto. ha sostenuto, il leader di Fi a urne aperte, sarebbe in linea con “una volontà precisa di mantenere le cose come stanno e gli italiani che non vanno a votare e se ne stanno a casa. Siamo dei masochisti”.

Ma chi proprio non sopporta di aver fallito è il sempreverde Roberto Calderoli che, in conferenza stampa (in via Bellerio, a Milano), commenta la disfatta: “Secondo me c’è stato un complotto perché questo quorum non potesse essere raggiunto” dice il vice presidente leghista del Senato. “Ringrazio i 10 milioni di cittadini che hanno partecipato con un sì o con un no ma che hanno dato attuazione al diritto di voto. C’è stata una certa responsabilità anche dal governo che ha spinto per approvare la riforma Cartabia già a maggio”.

“Ho personalmente scritto al presidente della Repubblica e del Consiglio e non ho ancora ricevuto, a oggi, una telefonata o un whatsapp”. Insomma, “da Draghi e Mattarella mi sarei aspettato una maggiore attenzione e gli effetti si sono verificati”.

Palermo è stata segnata ieri per il caos seggi, con almeno 50 sezioni in cui all’inizio dell’election day mancavano i presidenti di seggio.

Matteo Salvini, in mattinata, aveva espresso “preoccupazione e sconcerto” al capo dello Stato, Sergio Mattarella, per i disagi alle urne nel capoluogo siciliano sottolineando “il grave danno per la democrazia in una delle città più importanti d’Italia”.

Il leader della Lega poco prima si era sfogato così: “Pazzesco, a due ore dall’inizio del voto decine di seggi ancora chiusi, e in altri si può votare solo per il Comune ma non per i referendum. Il ministro Lamorgese, il presidente Draghi e il presidente Mattarella ritengono che tutto ciò sia normale?”.

In serata, è intervenuta la titolare del Viminale, Luciana Lamorgese: “È gravissimo che a Palermo, senza alcun preavviso, un elevato numero di presidenti di seggio non si sia presentato per l’insediamento, ovvero abbia rinunciato all’incarico, ritardando l’avvio delle operazioni di voto. La Procura – ha aggiunto – valuterà gli eventuali profili di responsabilità conseguenti alle segnalazioni inviate dal Comune, competente per le procedure di insediamento dei seggi e di sostituzione dei presidenti”.

Ad annunciare invece un reclamo alla Consulta è Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni e promotore della campagna Eutanasia legale: “Sono appena uscito dal seggio, dopo aver votato i referendum superstiti. Ho lasciato a verbale il ‘reclamo’ contro la Corte costituzionale, che ci ha impedito di votare su eutanasia e cannabis dichiarando inammissibili i referendum con motivazioni arbitrarie e incostituzionali”, ha scritto in un tweet.

Ma alibi a parte, la vera motivazione che induce a pensare ad un fallimento generale della politica viene evidenziata nella mancanza di cambiamento e di universalità.

Agli italiani infatti, tolto il quesito sulla misura cautelare che li coinvolge in prima persona, è stato chiesto se ritornare alle vecchie leggi poco protettive nei confronti del benessere comune, dopo aver assistito alle introduzioni nel tempo di leggi ad personam che permettono ai colpevoli di essere sempre più tutelati e di farla sempre franca, oppure rimanere fermi allo status quo.

I cittadini, vedendo leggi troppo protettive nei confronti della classe dirigente e poco inclusive nei confronti della comunità, non si sono visti coinvolti più di tanto nei quesiti.

Oltre a questo, il referendum promosso, non dava assolutamente un’idea di cambiamento in avanti ma piuttosto proponeva un ritorno alle origini.

Intanto i costituzionalisti riflettono proprio sull’abuso dello strumento referendario: “I primi dati forniti dal Viminale sui referendum riportano un’affluenza alle 19 dell’11.5%. A chiusura dei seggi si rischia di non arrivare nemmeno al 23% del 2009 che rappresenta il minimo nella storia italiana. Saremmo lontani anche dal 31% del 2016, ultimo referendum votato”, dichiara Alfonso Celotto, Professore di Diritto costituzionale nella facoltà di Giurisprudenza dell’Università “Roma Tre”.

“Questa percentuale – aggiunge il costituzionalista- risulta ben al di sotto della soglia fissata dall’art.75 della Costituzione per l’approvazione dei quesiti referendari ed è indice di una disaffezione dell’elettorato rispetto all’utilizzo dello strumento referendario in relazione a questioni particolarmente tecniche come oggi la regolamentazione della giustizia. In Italia, il referendum abrogativo è il principale strumento di democrazia diretta previsto dalla Costituzione. Gradualmente, tuttavia, ha assunto sempre di più un ruolo suppletivo finendo per svolgere una funzione di sollecitazione di fronte all’inerzia legislativa del Parlamento. In tal senso, l’affluenza registrata oggi è un dato che appare in linea con l’alto livello di astensionismo presente nel nostro Paese, pari almeno al 30%”.

“Come evidenziato dal Presidente della Repubblica Mattarella nel discorso di insediamento – conclude Celotto – appare evidente la necessità di avviare un profondo processo riformatore che deve interessare sia il referendum nella sua essenza, sia il versante della giustizia, al fine di sanare le maggiori criticità attualmente esistenti. Un monito che chiama in causa le singole forze politiche in vista dell’imminente voto finale al Senato sulla riforma Cartabia previsto per mercoledì 15 giugno”.

Insomma, il fallimento è sotto gli occhi di tutti e la politica, al posto di creare alibi come sempre, si deve assumere le proprie responsabilità.

Non è stato fatto abbastanza per far sì che il referendum venisse votato da molti e non è stato predisposto nessun cambiamento radicale in avanti, bensì indietro. Niente scuse!

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